Morandi: «Se la Rai me lo chiede, firmo per il 2012»
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Il presentatore: «Il segreto di Sanremo? Gruppo unito come il mio Bologna»
TORINO, 25 febbraio - Gianni Morandi, innanzitutto complimenti per il successo del Festival di Sanremo. Cominciamo con due aggettivi in grado di racchiudere l’esperienza vissuta sul palco dell’Ariston.
«Direi unica e irripetibile. Io prima di questa conduzione avevo sempre vissuto Sanremo dall’altra parte, dalla parte dei cantanti in gara. E’ stato uno scambio di ruolo emozionante. Come se fossi passato da ala destra o regista ad allenatore. Si ha una prospettiva completamente diversa. Il problema era il presidente di questo immaginario club, ovvero la Rai. Che voleva vincere lo scudetto subito. Per fortuna i dati sono stati dalla nostra parte. La responsabilità di portare a casa il risultato l’ho avvertita eccome. In certi momenti c’era la voglia di entrare in campo e magari suggerire o aiutare chi si esibiva, come il tecnico dalla panchina che magari vuole entrare in campo per suggerire un passaggio o il modo di tirare la punizione».
Una “miniinvasione” l’ha fatta, cantando con Massimo Ranieri.
«Sì, ma è stata una cosa leggera, ci siamo messi a canticchiare pezzi che avevano 30 o 40 anni. E’ stato molto piacevole. Come la chiacchierata con Alonso. Peccato non sia potuto venire Valentino Rossi con la Ducati ma è alle prese con il problema alla spalla».
Un Festival con grandi ascolti, apprezzato non solo dal pubblico ma anche dalla critica. Potendo riavvolgere il nastro cosa cambierebbe?
«Di nei ce ne sono stati tanti, come è normale quando si lavora tanto. Direi che forse ho un po’ sbagliato nel mio atteggiamento con Monica Bellucci, ma è sempre stata un mito per me e io ero un po’ imbarazzato a intervistarla. Anche gli incontri con De Niro e Garcia avevano un potenziale maggiore. E poi altri intoppi che però fanno parte dello spettacolo e in fondo aggiungono un po’ di sale, servono pure gli imprevisti».
A Sanremo lo scudetto l’ha vinto Roberto Vecchioni. Se lo aspettava?
«Sono stato molto contento per la sua vittoria che non era affatto scontata, anche perché ha vinto col sistema del televoto che notoriamente non premia i cantautori ma personaggi già collaudati con questo sistema di gradimento come Nathalie. Vecchioni ha saputo colpire al cuore in modo forte grazie a una canzone “Chiamami ancora amore” che sprigionava una magia speciale e ha dato prestigio al Festival. Il testo esprime l’orgoglio di essere italiani e chissà, in questa edizione di Sanremo che cadeva nei 150 anni d’Italia, la gente ha apprezzato ancora di più certi passaggi».
A proposito di passaggi particolari, il momento di Roberto Benigni è stato un acuto assoluto. Usando una metafora calcistica a cosa paragonerebbe la sua performance. A un gol alla Maradona?
«Direi anche di più. Una giocata di fantasia capace di mettere insieme il talento di Pelè, Cristiano Ronaldo, Messi e Maradona. Sono stati 45’ di valore assoluto. Benigni ha saputo restituirci l’orgoglio e il piacere di essere italiani ricordandoci le nostre origini, la nostra storia a partire dai romani. Una lezione fantastica tenuta dal più grande di tutti ».
Vincere è difficile ma rivincere ancora di più. Se la Rai le proponesse di condurre nuovamente Sanremo lei sa già cosa risponderebbe?
«Devo dire che in questo momento, con l’entusiasmo che mi ha lasciato, se la Rai nel giro di 15 giorni si presentasse con in mano il contratto io lo firmerei. Ma deve succedere a breve, visto che ho ancora in corpo l’adrenalina. Confermarsi non è affatto facile però si può provare e tra l’altro vivrei altri sei mesi di full immersion nel mio mondo, quello della musica. Per questo Sanremo ho sentito 700 canzoni tra la categoria giovani e un centinaio tra i cosiddetti “big”. Del resto la Juve ha saputo vincere più scudetti di fila, sarebbe un’impresa confermare certi dati ma le sfide mi appassionano ».
Il Festival ha dimostrato che la canzone italiana è viva. Secondo lei il calcio italiano è in salute?
«Beh, se restiamo alla stretta attualità dobbiamo parlare di tre ko casalinghi patiti in serie dalle nostre squadre in Champions. Hanno perso la Roma, il Milan e l’Inter che in realtà avrebbe meritato almeno il pareggio col Bayern, visto che aveva giocato bene. Credo che oggettivamente il nostro calcio debba lasciare più spazio ai giovani calciatori ma nel nostro campionato ci sono forse sin troppi stranieri. Bisognerebbe che i club puntassero in maniera più decisa sui vivai come avviene in altri Paesi europei. Bisogna fare come nella musica, dove si va a cercare i talenti nelle cantine, nei pub. Il ct Prandelli sta cercando di compattare il gruppo sfruttando tutti i migliori ma è chiaro che non è facile anche se qualche emergente promettente si è fatto notare in Nazionale».
Quante volte va allo stadio e quale calcio vede in tv?
«In tv mi capita di vedere spesso le partite. C’è mio figlio Pietro di 13 anni, che tifa Inter e gioca a pallone nell’Ozzanese, che non perde un match. E allora pure io ammiro la Liga spagnola, anche se in realtà il divario tra Barça e Real Madrid con le altre squadre è troppo consistente, poi la Bundesliga e quindi la Premier League. Le partite inglesi sono bellissime da vedere. Se sono a Bologna vado a vedere la squadra per cui faccio il tifo. La mia è una squadra con un grande blasone ma che sta attraversando periodi non facilissimi. Comunque in tv mi piace guardare anche gli sport minori quando ci sono le Olimpiadi».
Secondo lei in Italia si riusciranno a liberare gli stadi dai teppisti e dare la possibilità alle famiglie di andare a vedere le partite in santa pace senza pericoli come avviene in Inghilterra o negli Stati Uniti per quanto riguarda altri sport?
«Io dico che se ci sono riusciti gli altri non vedo perché non possiamo riuscirci noi. E’ un discorso comunque che deve partire da lontano, che parta dal rispetto civile verso il prossimo. Quello su cui dobbiamo lavorare in Italia è la cultura della sconfitta. Perdere una partita non deve essere vissuto come un affronto o un disonore ma fa parte del gioco. Bisogna capire che se alla fine l’avversario ha meritato è giusto fargli i complimenti. Lo dico sempre a Pietro che a volte si arrabbia dopo una sconfitta. Bisogna avere la forza di stringere la mano all’avversario. E’ un discorso di educazione che deve partire dalle scuole. Noi con il Bologna abbiamo iniziato facendo incontrare i calciatori e gli alunni cercando di spiegare il calcio da un punto di vista diverso, meno mitizzato».
Lei è anche presidente onorario del Bologna. Si può dire che il vostro “scudetto” questa stagione l’avete già conquistato...?
«No, non si può dire perché ricordo perfettamente che l’anno scorso di questi tempi si pensava di essere già salvi e poi abbiamo sofferto sino all’ultimo. Ci servono ancora dieci punti e dobbiamo ottenerli il prima possibile anche se si attendono sfide molto impegnative».
Ma il suo motto ripetuto a Sanremo coi pugni chiusi “Stiamo uniti”, l’ha usato anche per spronare il Bologna?
«Il mio motto non è una scoperta eccezionale, da sempre si sa che l’unione fa la forza. E i giocatori del Bologna in questa stagione sono stati bravissimi, si sono compattati nel momento peggiore, ovvero quando non avevano ancora ricevuto una lira di stipendio e la società era avviata al fallimento. Insieme hanno saputo essere più forti di tutto e ora raccolgono i frutti. Del resto si sa che se uno spogliatoio è unito si può ottenere molto di più. Ma è così in tutti i lavori. Anche Sanremo ha funzionato perché la mia squadra era unitissima con Elisabetta Canalis, Belen Rodriguez, Luca& Paolo tutti molto affiatati».
Di Vaio nel Bologna è il vostro Roberto Vecchioni?
«Sì, diciamo pure così, ha grande esperienza e carisma e corre come un ragazzino. Nel Bologna ci sono poi giovani interessanti come Paponi e Casarini, un prodotto del vivaio come Della Rocca e poi bravi stranieri come Britos e Ramirez per non parlare poi di Viviano, un portiere completo che purtroppo non è solo nostro».
Domani sera sfida a Torino contro la Juventus. Cosa prevede?
«La vedo durissima perché la Juventus è reduce dal duro e inaspettato ko di Lecce per cui la squadra sarà decisa a riscattare questo passo falso. Loro devono riprendere a viaggiare con una media che possa riproporli in posizioni utili per l’Europa. Il Bologna proverà a fare la propria partita ma la vedo molto dura, la Juventus è nettamente più forte».
La Juventus ha cambiato tanto quest’anno ma non riesce a decollare. Secondo lei perché?
«Io non sono la persona più adatta per trovare ragioni specifiche. A un certo punto del campionato giocava molto bene ed era in lotta anche per lo scudetto. Poi bisogna dire che la sfortuna ci ha messo del suo perché ha patito una serie di incidenti e infortuni che ne hanno condizionato il rendimento. In ogni caso quando si attua una trasformazione così importante serve tempo. Comunque nelle ultime 12 partite sono convinto che la Juventus farà bene e recupererà posizioni in classifica, riuscendo a ottenere qualcosa di importante».
Lo scudetto lo vincerà il Milan?
«Non so, non sarei così sicuro. Il campionato è molto equilibrato, l’Inter sta tornando con forza e chissà che alla fine tra i due litiganti non goda il terzo. Ovvero il Napoli, che sulle ali dell’entusiasmo potrebbe davvero compiere l’impresa».
Torniamo a Sanremo. Che effetto fa avere al proprio fianco per cinque sere Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez?
«Sono due ragazze molto simpatiche, umili, disponibilissime, affettuose, senza atteggiamenti da diva. Si sono aiutate anche molto tra loro ed è stato un piacere lavorare con entrambe. La Canalis è più sorniona, è meno agguerrita. Lei voleva presentare bene le canzoni e quel ruolo la gratificava molto. Belen sente dentro la vena artistica, canta e balla, per cui aveva piacere di esprimere questo suo lato. Tra loro non c’è stata la minima invidia».
Per le loro attitudini che ruolo ricoprirebbero in una squadra di calcio?
«Diciamo che Belen è come Di Vaio che punta dritto al gol e lo trova grazie all’assist che gli fornisce la Canalis in versione Del Piero, con Elisabetta veramente felice di averle offerto la palla vincente».
Invece per quanto riguarda Paolo&Luca ha temuto il cartellino rosso dopo la loro canzone-parodia “Ti sputtanerò” su Fini e Berlusconi?
«Eh beh, tanto tranquillo non ero. Io poi non conoscevo i testi per cui li ho ascoltati in diretta come il pubblico e sul momento ho pensato, “ora qui cacciano qualcuno”. In realtà si è trattato di un pezzo divertente. E il potere politico non deve avere paura della satira perché se no vuol dire che c’è qualcosa che non va».
Una curiosità, ma Monica Bellucci dal vivo è ancora più bella che vista in tv?
«Lasciamo stare perché devo averle creato un po’ di imbarazzo. A un certo punto avevo quasi voglia di toccarla talmente è bella. E’ il mio mito e a un certo punto ho visto il terrore nei suoi occhi quando mi sono alzato per abbracciarla e baciarla dicendo che era dura frenare le mani. So che è mamma e sposata, mi controllavo, per carità: ha un fascino speciale».
Torniamo al calcio. Quest’anno la nazionale cantanti compie 30 anni. Lei è tra i fondatori. Cosa ha significato per lei questa squadra?
«Una gioia e un privilegio perché abbiamo aiutato tanta gente grazie allo sport che amo, il calcio. La solidarietà ha permesso a cantanti di ogni genere musicale di scendere in campo insieme e fare qualcosa di fantastico. Ora è il momento che le nuove leve si prendano un po’ di responsabilità».
La Juventus nel prossimo campionato giocherà nel nuovo stadio di proprietà. Che ne dice di portarci la nazionale cantanti?
«Se ci invitano sarebbe bello, perché no. A Torino al Delle Alpi giocammo una bellissima partita davanti a oltre 60 mila persone».
Cosa sognava Morandi da bambino calciatore e cosa fa ora per mantenersi così in forma?
«Correre dietro a un pallone è il sogno di tutti i bimbi. Io mi immaginavo mentre giocavo la finale mondiale Italia-Brasile con Rivera e Mazzola. Ora corro tantissimo, amo la corsa. Ho fatto 11 maratone e 50 mezze maratone. Mediamente corro 50 km a settimana. Mi piace anche perché mi fa stare in mezzo alla gente. Io non sono schivo, amo il contatto. Mi dà energia».
Giusto. Stiamo uniti!