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Stern: «Il calcio impari dalla Nba»

Stern: «Il calcio impari dalla Nba»
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© Foto REUTERS
 
Intervista esclusiva al boss del campionato americano: «Per gestire meglio il football occorre una struttura separata dai club»
NEW YORK, 22 gennaio - Olympic Tower, 15° piano, il regno Nba. David Stern, il miglior manager sportivo al mondo ha un ufficio sobrio seppur con vista mozzafiato. Guida la lega da 26 anni, l’ha portata all’apice e ha ancora l’energia di un bambino. Stern, lei dirige la lega più riconosciuta al mondo. «Ma lo sport più grande, in senso globale, è il calcio. La differenza è che sono tante le leghe cui i giovani possono ambire: Serie A, Liga, Premiership, Bundesliga. Per il basket il riferimento è unico».

In Europa tutti da anni parlano di tetto salariale.
«Uno dei vantaggi è l’oceano. Un calciatore, se non è felice in Italia, apre la porta a fianco. Qui abbiamo più protezione e allora possiamo dettare regole, le vogliamo chiare e ferree, come il salary cap. I giocatori sanno cosa li aspetta. I loro agenti magari non saranno d’accordo».

Altra differenza, lei è un manager esterno, un avvocato.
«Qui s’è capito che occorre una struttura a parte per controllare un affare ed espanderlo. Una delle questioni interessanti del calcio è la totale assenza di regole economiche. I team spendono quanto vogliono ma solo uno può diventare campione. Poi alcuni club hanno l’obiettivo Champions, un livello superiore. Si crea un sistema di autoprotezione: spendi di più, compri i migliori, guadagni di più. E presto hai una lega a due velocità. Inter, Milan e Juventus da voi giocano un campionato a parte».

Qual è la prossima frontiera per la lega più globalizzata?
«Il nostro approccio è trarre vantaggio dalla digitalizzazione. In India esistono 400 milioni di cellulari, 10 milioni in più al mese. Vogliamo allargare il mercato a India, Africa e Medio Oriente. So che serve un marketing diverso. In India bisogna sviluppare il basket, in Africa sono più avanti e già mandano giocatori in Europa e da noi. Il nostro lavoro è utilizzare l’interesse verso il gioco perché lo stesso si sviluppi nei rispettivi paesi e poi - attraverso le tecnologie - trovare nuovi supporters. La comunicazione ora ci aiuta, le informazioni sono disponibili in tempo reale, online. I fans trovano highlights, video».

Sarebbe tutto più facile con un basket dalle regole uniche.
«Ci stiamo arrivando. Partiti dai 4 periodi, fra 6 mesi avremo l’arco del tiro da tre uguale per tutti. Noi ci stiamo adattando alla Fiba. La zona, da illegale, ora è accettata. L’interferenza a canestro: io preferisco la norma Fiba, ne stiamo parlando. Ci sono differenti versioni di instant replay, vanno studiate. I passi? Basterebbe unifornità d’interpretazione arbitrale. Però io non capisco perché sia così ruvido il gioco internazionale. Ci si avvicina partendo da diverse estetiche».

Ci parli dei tre italiani: Bargnani, Belinelli, Gallinari.
«Vedo meno Belinelli, di più Gallinari, anche in un ristorante italiano. Sono arrivati con il giusto approccio al lavoro duro. Gli stranieri inducono pure gli americani a conoscere meglio il Paese d’origine delle star. E fanno conoscere la Nba all’estero».

Una franchigia fuori dagli States resta un sogno?
«Le prime volte che mi si poneva la domanda erano speculazioni. Io sostenevo la fattibilità, suggerendo di partire da impianti adatti al pubblico e a generare business. Ne avete due: Berlino e Londra. Peccato per Roma. Il processo è avviato, serve tempo. Diverso è vendere 82 partite o un’esibizione».

Leggi il resto dell'intervista sull'edizione di Tuttosport oggi in edicola

Piero Guerrini
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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