Cairo ad Agnelli: «Derby alla pari: firmo subito»
Il presidente granata: «Pronto a costruire una grande squadra per la A, ma prima andiamoci»
© LaPresseA FIN DI BENE - «Io quelle parole le prendo come un auspicio, come un messaggio positivo detto a fin di bene. Io per primo spero di riuscire ad allestire un Toro forte. In questo caso la visione mia e quella di Agnelli coincidono, anche se il derby dovrebbe dividerci». Urbano Cairo la prende anche lui con eleganza, comunque la si pensi. Glissa e passa oltre? Fino a un certo punto, se le domande premono. «Il giorno in cui dovessimo essere in A... e ovviamente spero al più presto... i miei piani prevedono di muovere un passo per volta. Anche perché a volte per muoverne a tutti i costi due, di passi, poi finisci che caschi all’indietro». Verità proverbiali. «E’ chiaro che se si va in A, poi non si può diventare subito chissà chi in una sola stagione. Ripeto: un passo alla volta, lavorando in prospettiva, gradualmente. Mantenendo la categoria senza rischi, crescendo man mano e allestendo squadre capaci di competere sempre meglio». Ascoltate così, lette così, sono affermazioni oggettivamente di buon senso, per tanti aspetti anche condivisibili, al di là del fatto che un tifoso - per natura - spasimi per vincere, concepisca male il concetto di transizione, abbia poca pazienza dopo lustri di dolorose delusioni: un refrain mesto che risuona da ben prima dell’arrivo di Cairo. Il dente duole, in specie, se si accostano alla realtà di questi ultimi anni esattamente quelle parole udite ieri pomeriggio: «I piani... lavorare in prospettiva... senza rischi... crescita graduale... sempre meglio». Parole già ascoltate molte altre volte, sovente poi senza il dovuto riscontro della verità dei fatti. Di qua le promesse, di là i risultati. E il Toro ne deve compiere ancora molti di passi. Eccome, a cominciare dalla società. E possibilmente non troppo piano e per gradi, viste le lacune.
DUE BATTUTE - E’ storia vecchia, tanto quanto è anche recente. Un solo esempio: il Torino avrebbe potuto e dovuto affrontare il mercato di gennaio con lo spirito vincente e lungimirante di chi può rinforzare il presente con innesti sicuramente di qualità anche per un eventuale futuro in A. E con investimenti mirati su qualche giovane talento da acquistare e far crescere realmente in prospettiva. Cairo, Petrachi e Ventura così tratteggiavano il mercato, nelle aspirazioni di fine 2011: così prometteva la dirigenza, così si augurava il tecnico. Un altro pro memoria? Disse Ventura nei mesi scorsi a una convention di tifosi: «Sono appena stato nel nuovo stadio della Juve e vorrei tornarci il prossimo anno non più da spettatore, ma con un Toro in grado di giocarsela. L’ho già detto anche al presidente». Al quale, ora, è stata girata una domanda semischerzosa: Ventura può sperare, ma prima veda di andare in A? «Sì. La battuta è scherzosa, ma possiede una sua verità. E’ così: intanto andiamoci, in A. Siamo ben posizionati, ma nulla è scontato, tante squadre stanno correndo e tutto è ancora da guadagnare con grande umiltà - dice Cairo -. L’importante è che non diventiamo presuntuosi o troppo belli. Penso già solo alla vittoria sul Vicenza: troppe occasioni sprecate, e non era la prima volta. Mi sono divertito, il gioco è stato spumeggiante, ho visto anche un gran carattere in campo, però un appunto si può fare. Non dobbiamo essere sempre belli, a volte è meglio calciare da fuori che cercare di andare a tutti i costi in porta col pallone. Non si deve esagerare con la ricerca di un gioco eccezionale per dimostrare quanto si è belli e bravi. Per segnare in certi frangenti serve piuttosto una sana concretezza: terra terra. Talora se ti vedi bello vuoi esagerare e invece di realizzare appena possibile il 2 a 0, ti specchi nella ricerca di un’estetica che rischia di farti incassare l’1 a 1 al 90’ per un episodio sfortunato». Non ce n’è: il Cairo che giudica il lavoro altrui è sempre quello più convincente. E anche questa è una battuta con un fondo di verità.



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