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Lazio-Juve, il match mai banale

Pietro Anastasi
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© LaPresse
 
Partita attraversata spesso da personaggi importanti. Come Anastasi...
LAZIO-JUVENTUS e/o viceversa entra nel novero degli eventi che la storia ha manipolato. Da partita normale, o addirittura qualunque, a partita importante comunque mai banale e attraversata da personaggi di conseguenza. Uno di questi pur non essendo stato un ex ,e manco rischiò di esserlo, ha un nome, Pietro, un cognome, Anastasi e un paio di suggestivi soprannomi, Pietruzzu o il Pelé Bianco, absit iniuria verbis. Anastasi ,il catanese, è stato uno dei giocatori più amati dai milioni di tifosi juventini, emblema del Meridione riemergente, ma non solo. L'arrivo di Pietruzzu nel salotto buono di Madama fu rocambolesco. Difatti nel 1968 il picciotto stupiva nel piccolo Varese, giocando da grande. Quando incontrò la Juventus, di cui era tifoso, le rifilò tre gol in uno storico-clamoroso 5-0. A campionato concluso, l'Inter decise di provarlo in un'amichevole estiva peraltro corroborata da un paio di gol. Ma nell'intervallo di quel match l'Avvocato Agnelli in persona definì il trasferimento direttamente con Borghi, presidente padrone del club. Valutazione record per l'epoca: 650 milioni e una fornitura di motori per frigoriferi alla Ignis, azienda di proprietà dell'Ingegner varesino.

Il tifoso Anastasi s'accorse subito che il suo viaggio in prima classe in casa Juve non sarebbe stato privo di scossoni a livello societario e tecnico. Quando si presentò al cospetto dell'ingegner presidente Catella, sabaudo integrale ex pilota collaudatore ,il primo a sfrecciare su un aereo a reazione, fu invitato a tornare il giorno dopo vestito e pettinato in modo acconcio, giacca, cravatta e capelli corti. Dal salotto al campo stessa musica, Pietruzzu s'imbatté in Heribeto Herrera, implacabile ginnasiarca paraguagio: soffrì le pene dell'inferno. Ma le porte del Paradiso si spalancarono sin da subito, quando si presentò in campo il ragazzo del Sud entusiasmò per il suo modo di giocare a tutto istint, stop approssimativi, scatti, gol incredibili e per quel suo modo d'essere profondamente juventino. Anastasi faceva coppia con il torinese Bettega, il suo esatto opposto, distillato d'eleganza, straordinario nel gioco di testa, rifornito con generosità di cross dal ragazzo di Sicilia. I due fecero la fortuna dei bianconeri, contestualmente alla loro.

Dopo Heriberto sulla panchina bianconera s'accomodò il pacioso Cestmir Vykpalek, zio di Zdenek, praghese-palermitano. Con zio Cesto Pietruzzu aveva carta bianca, tutto (o quasi) gli era concesso. La musica cominciò a cambiare, nella stagione 1973-74: la Juventus cedette il titolo alla Lazio che Maestrelli forgiò con il fuoco della passione mediata dal suo olimpico distacco: Chinaglia, Wilson, Re Cecconi, il pilota Martini volarono più alto di tutti. Alla Signora non restò che subire, covando perfidi propositi di vendetta.

Stagione 1974-75 o del riscatto. La magnifica Lazio sconta il peso dello scudetto, finisce presto nelle posizioni di rincalzo però all'andata si toglie lo sfizio di battere i bianconeri, uno a zero all'Olimpico, autogol di Scirea. Nel frattempo sulla panchina della Juventus, richiamato dal sodale Boniperti salito al soglio presidenziale, era ricomparso Carletto Parola, cioé Charlie Guloise, bandiera bianconera, monumentale giocatore negli anni quaranta- cinquanta, difensore per caso. L'arrocchito Parola, da allenatore, privilegiava i giocatori esperti. Così s'invento una estemporanea staffetta Altafini-Anastasi, il vecchio e il giovane, palesemente sgradita a Pietruzzu che in campionato salì sull'ottovolante d'un rendimento ondivago. Anche i tifosi erano lacerati, troppo forte l'attaccamento ad Anastasi per accettare il suo attaccantonamento, anche se il fine era il bene della Juve. Siccome non sempre il fine giustifica i mezzi allo stadio erano sempre più ricorrenti i cori a favore di Anastasi e contro Parola. Così la Juventus approda, da capolista inseguita dal Napoli, sconfitto due settimane prima con un gol di Altafini (2-1), core 'ngrato, alla giornata numero ventisette.

Domenica 27 aprile, stadio Comunale in Torino, arriva la Lazio: pomeriggio primaverile, terreno in buone condizioni, presenti oltre quarantamila spettatori, Altafinii in campo, Anastasi in panchina, curva in subbuglio. Apriti cielo! Le cose si mettono subito bene: José-gol segna al decimo minuto poi il match s'ammoscia, i bianconero si limitano a controllare i tentativi di Chinaglia, D'amico e compagnia cantante. Ma la curva Filadelfia non cede, strepita, invoca Anastasi, pretende Pietruzzu in campo: Parola consuma il secondo pacchetto di Gauloise ordina ad Anastasi d'entrare il campo: è il minuto settanta. Il Pietruzzu furioso s'avventa su ogni pallone, segna un gol: l'arbitro Casarin, spietato, glielo annulla. Non è finita, una traversa gli riibatte il due a zero. Tanto tuonò che alla fine piovve, s'aprirono le cateratte del cielo: minuto 83 Anastasi gol, minuto 87 raddoppio, minuto 88 tripletta. Tre gol di rabbia e rapina sotto la curva Filadelfia in delirio. Quattro a zero, il trionfo del Turcu (l'altro soprannome) e Parola zittito. Dopo quei tre gol, nelle ultime tre partite, Anastasi (anche per imposizione presidenziale) ebbe il posto garantito. La Juve portò a casa un altro scudetto. Moralle della favola, non provocate l'Anastasi furioso.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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