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Juve, ritratto dell'Avvocato

Juve, ritratto dell'Avvocato
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Giovanni Agnelli: i suoi interessi, le sue amicizie, la sua passione per la squadra bianconera. E quelle frasi scolpite nella storia del calcio
TORINO, 24 gennaio - Ventiquattro gennaio 2003, era di venerdì: il giorno in cui dopo una lunga mai ostentata malattia si spense Giovanni Agnelli, l'Avvocato, l'ultimo, vero monarca d'Italia. Or sono trascorsi sei anni, eppure sembra ieri L'uomo che aveva segnato la storia non solo d'una città (la "sua" Torino) venne salutato per l'ultima volta da migliaia e migliaia di sudditi. Folle enormi e commosse sfilarono, accolti dalla Famiglia schierata commossa in composto dolore, nella camera ardente allestita nella Pinacoteca del Lingotto, il Simbolo. L'inizio e la fine, nel posto ove nacque la Fiat e lì è rimasta nel bene che è stato tanto, nel male che fu poderoso sconfitto dall'industrosità nella città dove nacque, prosperò e resistette ai marosi della storia. La Fabbrica è sempre rimasta nella culla dove è nata perché Giovanni Agnelli considerava Torino il luogo dell'eccellenza, dell'avanguardia: nell'industria, nel Politecnico, nella cultura, nell'amatissimo sport. E anche nella classe operaia. Usava dire e non per celia: «Siamo nati meccanici».

Amava Torino, la sua città, fierissimo del fatto che fosse stata la prima capitale d'Italia. Si considerava figlio privilegiato di quel mondo così variegato, nella capacità di innovare, di essere città laboratorio, d'avere coraggio, di essere Torino con la sua gente così sobria, all'apparenza fredda, ritrosa, elegante, discreta, rigorosa. Intorno a Torino ruotava il suo mondo, per lui uomo del mondo e di mondo: La Fiat, La Stampa, il Lingotto poi Mirafiori, Italia 61 poi le Olimpiadi e chissà, forse su tutto, la Juventus... L'Avvocato dissimulava con classe apparente distacco e lavorava, sin dall'alba. L'incubo dei collaboratori e dei giornalisti. Sveglia alle sei, poi l'impatto con il cortese, inflessibile centralinista. Privilegio riservato a tutti, potenti della terra compresi. L'Avvocato non si negava mai, ascoltava tutti poi decideva poiché al comando della flotta a decidere doveva essere (sempre) uno soltanto. Regola prima in casa Agnelli, dettata dal fondatore nonno Giovanni, il senatore. Senatore e comandante è stato anche lui l'Avvocato, l'uomo che impose le Olimpiadi d'inverno a Torino, quando attorno v'era il poco più del nulla. Voleva quei Giochi perché intuiva che avrebbero trasformato per sempre la città, una seconda nascita. Le ottenne, ma non fece in tempo a vederle...

Ma l'amore grande dell'Avvocato è stata la Signora, la "sua" Juventus, grandissimo amore. Ereditata dal padre Edoardo che acquisendo, per acclamazione, la Juventus il 27 luglio del 1923 proiettò il calcio nel futuro. L'Avvocato e la Signora, sempre insieme per oltre settanta anni. La scoprì bambino, accompagnato dal papà, là nello stadio di corso Marsiglia che non esiste più, dove correva splendido e inarrivabile l'ungherese Hirzer, la Gazzella: il primo fra i fenomeni. La scintilla d'una passione profonda, condivisa con il fratello Umberto, il Dottore, più duro, pragmatico di lui, l'esteta. La Juve entità importante, non un giocattolo ma molto di più, una squadra che era anche fabbrica, che è stata (soprattutto) una famiglia, profondamente sabauda. Presidente effettivo dal 22 luglio 1947 al 18 settembre del 1954 poi il vero "dominus" sopra le quinte (o soprattutto o sopra tutti?), non dietro. L'Avvocato ha attraversato tutte le grandi ere della Grande Juventus, bambino con la Gazzella, adolescente con gli eroi del quinquennio poi nelle altre ere della vita la squadra di Boniperti e i gradi danesi, della rivoluzione anni 70, di Trapattoni poi Lippi.

Dopo non ha assistito allo scempio di Calciopoli, non l'avrebbe retta. Non ha mai usato la Juventus, poiché le passioni si coccolano. Per la Juve ha gioito come un bimbo, estasiato da Sivori, inorgoglito da Charles. All'Heysel stravolto, ordinò ai suoi ragazzi di non giocare quella finale maledetta, imbelli autorità glielo imposero. Ad Atene, prima d'una vittoria troppo annunciata in Coppa dei Campioni con l'Amburgo, organizzò una festa sull'isola. Quella sera la Juventus non si presentò in campo, perse. Il Capo consolò la truppa sconfitta e promise che mai più avrebbe commesso un simile errore: «Mai le feste prima». E' stato facile essere Agnelli, ma lui si riteneva fortunato perché «nei momenti difficili c'è sempre nel mio subconscio qualcosa a cui mi appello e questo è il motivo per cui la Juventus ha vinto anche oggi». Oppure a domanda «Vinca la Juve o vinca il migliore?» usava rispondere «Io sono un uomo fortunato, spesso le due cose corrispondono».

Amava i numero 10 John Hansen, Sivori, Platini «che abbiamo preso per un tozzo di pane e lui ci ha spalmato sopra il caviale». Usava celiare con il prediletto Boniperti «Giampiero dice che ha vinto molto? Perché non va a Madrid a vedere i trofei del Real? La verità è che la Juve non deve mai guardarsi indietro, pensare sempre alla vittoria che verrà». Di Maradona disse: «È sempre stato il migliore del mondo, ma uno come lui non potrebbe proprio viverci». Sivori, il prediletto: «Omar è più di un fuoriclasse, per chi ama il calcio è un vizio». Baggio: «Bello come un coniglio bagnato». Folgorato da Pelé: «Ai mondiali del 1958 vissi uno dei momenti più emozionanti dal punto di vista calcistico, scopriì che stava nascendo Pelé. E' stato come assistere a un prodigio».

Benevolo e corrosivo. Tacconi stagione 1984-85 visse mesi difficili, un suo errore grossolano costò un derby, un mese in panchina. Un giorno all'allenamento incontrò l'Avvocato e disse: «Sapesse, Avvocato quanto mi manca Zoff!», risposta: «Anche a noi signor Tacconi». Immaginifico. Mattina quasi all'alba all'aeroporto di Caselle, l'occasione un'amichevole ad Algeri, promozionale. Rumore d'elicottero in avvicinamento. Poi nella sala partenze compaiono Gianni Agnelli e Henry Kissinger segretario di stato negli Stati Uniti, grande appassionato di canto. Presentazione dei giocatori, quando arriva a Boniek: «Vedi Henry, questo è il nostro bello di notte». Provocatoriamente orgoglioso: «Buscetta ha detto d'essere ossessivamente juventino? Se lo incontrate ditegli che è la sola cosa di cui non potrà pentirsi». La Juve e la Famiglia: «Si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare. La Juventus fa parte della famiglia».

Sono passati sei anni da quel venerdì che ha segnato la storia di Torino e non solo. Due giorni, nello stadio che l'Avvocato mai ha amato Del Piero segnò un gol di solare bellezza, non bello come quello di quindici anni fa alla Fiorentina, il gol che fece entusiasmò l'Avvocato, estasiato dal gol perfetto. Quel giorno Alex entrò nel novero ristretto dei prediletti e diventò Pinturicchio. Mancano al mondo del football le sue frecciate, il suo modo disincantato di vederlo. Alla Juve la presenza, discreta però immanente: da demiurgo. Quella Juve che per l'Avvocato è stata molto del suo tutto con i simboli di tre generazioni: Giampiero Boniperti la sua estensione, Michel Platini che per l'Avvocato è stato il Massimo, Alessandro Del Piero l'ultimo dei grandi capitani che chiuderà la sua carriera senza più una sua telefonata all'alba...
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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