Ecco perché in America è impossibile un caso Manchester City
Mansour Bin Zayed Al Nabyan ha deciso di impiegare le proprie infinite risorse (3000 miliardi di euro) nel calcio, ma non nel mondo che fa del denaro un simbolo: gli Stati Uniti. La spiegazione è semplice: in America esistono delle regole che impediscono che il più ricco possa sempre vincere a discapito del più povero. Perché non applicarle anche qui?
© LaPresseCAMPAGNA ACQUISTI - Una volta concluso l'affare gli eventuali acquirenti spenderebbero cifre enormi per accaparrarsi giocatori importanti, i migliori della Lega nordamericana: Lebron James, Kevin Garnett, Kobe Bryant, Tim Duncan, Chris Paul, Dwight Howard, Paul Pierce...tutti ai Clippers, tanto agli arabi che gli importa, loro hanno dalla loro parte i tremila milardi di euro di patrimonio stimati al netto delle "tasse" (cifra reale, non inventata). Tutto sarebbe possibile con quelle cifre. "Everything is possible" recita il famoso spot, dunque perché no? Perché non applicare il sistema che si è applicato e si sta applicando al City anche in America? Semplice. Perché le regole non lo permetterebbero.
SOLDI SÌ, MA CI SONO LIMITI - A differenza di quanto avviene in Europa, infatti, negli Stati Uniti d'America, in campo sportivo in particolar modo, non si può basare tutto sui soldi. O meglio, non puoi comprarti una squadra e fare quello che ti pare esercitando solo la tua forza economica. Per quanto incredibile possa essere le regole sono prioritarie al "dio" denaro. Soprattutto in America dove da sempre ci si è dovuti confrontare con elevate somme di denaro. Poi certo i guadagni sono esorbitanti, tanto che il padrone dei Los Angeles Lakers (Jerry Buss) si può permettere di non andare a vedere la squadra per la quale spende ogni giorno montagne di denaro perché in città si gioca un torneo di Texas Hold'em (poker sportivo). Un po' come se Berlusconi o Lotito andassero al tavolo verde invece di sedersi in tribuna all'Olimpico o a San Siro. Già questo vi fa capire di che mondo stiamo parlando.
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LE REGOLE - Eppure avere dalla propria parte grandi risorse può non essere decisivo. Non ci si può affidare solo ed esclusivamente alle proprie risorse finanziarie perché il regolamento firmato da tutti i partecipanti alla Lega, nel nostro piccolo esempio la National Basketball Association (NBA), non lo consente affatto. Non si può vincere solo con i soldi. Serve anche un minimo di strategia ed i paletti sono fissati da quello che in America chiamano "salary cap".IL SALARY CAP - Cosa è il salary cap? IN buona sostanza il salary Cap è il limite massimo che ogni squadra può destinare al pagamento dei propri giocatori (71,5 milioni di dollari quello fissato per il 2008/2009). Quello NBA, a differenza degli altri "cap" degli sport americani è anche definito "soft cap" perché più permissivo rispetto agli altri. Il limite massimo può essere superato in determinati casi, eccezioni, sulle quali non ci dilungheremo e la più eclatante fra queste è certamente la "luxury tax", vale a dire una soglia predefinita sopra il "salary cap", oltre la quale ogni team paga alla lega un dollaro di multa per ogni dollaro eccedente la soglia. Ma il colpo di genio di David Stern, commissioner della Lega nordamericana, è stato quello di ripartire gli introiti della "luxury tax" a tutti i team della Lega.
RIPARTIZIONE LUXURY TAX - Cosa significa? Fermatevi un attimo e provate a pensarci: Inter, Milan e Juve, le squadre che pagano di più i propri giocatori, sarebbero costrette a pagare una tassa alla Lega che poi la stessa redistribuirebbe a Atalanta, Reggina e Lecce. Affascinante non credete? Peccato che qui da noi, così come in Europa, siamo lontani anni luce da quella situazione. Lì, in America, si va avanti a cicli. Le squadre più titolate come Lakers e Boston possono rimanere anche per oltre 15 anni senza vincere un titolo proprio in nome di queste regole. In finale quest'anno potrebbero arrivare due realtà come i Cleveland Cavvaliers (quelli di Lebron James) e i New Orleans Hornets (di Chris Paul). Squadre che la finale l'hanno vista sempre e solo in tv. In Italia vincono sempre le stesse (o quasi) perché chi più ha, più spende, più vince. Un teorema facile ma che molti definirebbero ingiusto.
FINALE GIÀ VISTO - E proprio da questo presupposto si evince la conclusione del nostro ragionamento. Quello che oggi accade al Milan e cioè che venga letteralmente scippato di uno dei suoi più incredibili campioni perché incapaci di pareggiare l'offerta è sempre accaduto alle piccole del nostro campionato. Kakà è quella bandiera che, qualora non ci fossero stati gli arabi, molto probabilmente sarebbe rimasta per sempre in rossonero. Così come Baresi e Maldini. Tanto per restare al passato meno remoto.
STORIA CHE SI RIPETE - Eppure, come dicevamo, quello che oggi sta per accadere alla squadra di Berlusconi è quanto capitato in anni e anni di storia alle piccole del nostro calcio, o quantomeno a quelle squadre che non hanno mai potuto disporre, tranne in casi eccezionali, di elevate quantità di denaro. Volete degli esempi? In ordine sparso: Tassotti, Nesta, Vieri, Nedved, Cassano, Paolo Rossi, Ronaldo, Zambrotta, Crespo, Zidane, Amauri, Nakata, Giordano, Vialli, Fanna. E potremmo continuare all'infinito. Di fronte a grandi offerte da parte di club più ricchi, i più "poveri", quelli in difficoltà e gli stessi giocatori interessati non hanno esitato ad abbandonare la loro squadra del cuore.
RIFONDARE IL SISTEMA - Oggi si continua a ripetere che «non esistono più le bandiere». Vero, ma prima non circolavano cifre come quelle proposte dagli sceicchi di Dubai. E quelle poche volte che sono circolate grandi somme il trasferimento si è consumato sempre ai danni della formazione di "provincia". Oggi, forse, fa più notizia perché è coinvolta una grande squadra, una delle tre grandi classiche del nostro calcio e non la piccola realtà . Forse, sarebbe il momento di sedersi ad un tavolo ed adattare il regolamento mondiale alle nuove realtà economiche che rischiano di far letteralmente impazzire il sistema calcio. Non solo in Italia, ma a livello globale.
Francesco Tanilli




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