Drogba: «Mourinho uno degli allenatori più importanti»
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© Foto Liverani
L'attaccante del Chelsea esalta il tecnico dell'Inter
TORINO, 22 maggio - Drogba e Mourinho in esclusiva a Sky Sport. L'attaccante del CHelsea e l'allenatore dell'Inter saranno i protagonisti della puntata di questa sera in onda su Sky Sport 1 dei "Signori dedel calcio". Ecco le interviste complete.
DIDIER DROGBA
Mourinho?
«Ha fatto tanto per me, quando ho vissuto momenti difficili è sempre stato presente».
Il Milan?
«È una delle mie squadre preferite. Van Basten, il numero uno»
Sei uno dei migliori giocatori del mondo. Come è stato questo percorso?
«È stato lungo. Credo nel destino e penso di essere stato fortunato nel momento in cui i miei genitori hanno deciso di mandarmi in Francia. Non potevo sapere che sarei diventato un giocatore di calcio, che sarei stato visto in tutto il mondo. Per me quello era un sogno».
Anche quando hai iniziato a giocare con la maglia dell'Argentina?
«Mi sono innamorato del calcio quando ho visto i Mondiali del 1986, con Maradona che festeggiava indossando la maglia dell'Argentina. In quel periodo pensavo solo al calcio, provavo anche ad imitare Maradona giocando col sinistro, ma non ero un granché».
Il calcio è diventato una cosa seria quando ti sei trasferito in Francia, da tuo cugino che era un professionista...
«Lui giocava in una squadra francese e i miei genitori volevano offrirmi la possibilità di crescere in condizioni migliori, di studiare. Però, quando sono arrivato in Francia, ho visto che mio cugino viaggiava sempre. Andavo a vederlo giocare allo stadio ed ero impressionato. Pensavo: "Voglio fare questo nella mia vita, è fantastico"».
Quindi è stato quello il momento in cui hai deciso che saresti diventato un calciatore?
«Sì, avevo circa sette, otto anni».
Tra Le Mans, Guingamp e Olympique Marsiglia hai fatto 63 gol. Com'è stato l'inizio della tua carriera nel campionato francese?
«All'inizio giocavo in seconda divisione e per me era veramente difficile perché arrivavo da una squadra dilettantistica di Parigi. Sono arrivato in una squadra di professionisti, dovevo allenarmi tutti i giorni e il mio fisico non era abituato, a volte addirittura sono arrivato a pensare di presentarmi solo il sabato o la domenica per giocare e fare gol. Dovevo adattarmi, il mio fisico non era pronto. Ci ho messo tre o quattro anni, non giocavo molto, ma quando lo facevo, segnavo».
L'Olympique Marsiglia per te non è solo una squadra di calcio...
«È qualcosa di più, è la mia squadra del cuore. La gente si sorprende sempre di questo perché ho giocato lì solo una stagione. L'Olympique Marsiglia è la squadra che guardavo sempre in televisione negli anni '90 quando giocava contro il Milan di Van Basten, Gullit, Rijkaard, Baresi. È la mia squadra del cuore, la migliore di Francia, l'unica società francese
ad aver vinto la Champions League. A Marsiglia, poi, hanno giocato molti calciatori africani. Giocandoci, ho realizzato uno dei miei sogni».
Qual era l'attaccante che cercavi di imitare, quello di cui avevi il poster in camera?
«Van Basten, il numero uno»
Dopo l'esperienza di Marsiglia in Europa tutti ti vogliono e decidi di firmare per il Chelsea. Sei costato 36 milioni di euro, è stato per te un cambiamento importante?
«Sì, perché è stato difficile per me lasciare Marsiglia, l'unica ragione per cui avrei lasciato Marsiglia era per giocare in una squadra più forte e avere la possibilità di vincere dei trofei. Se mi guardo indietro ora, credo che il Chelsea sia stata la scelta migliore».
L'impatto col campo è stato subito positivo, ma all'inizio hai faticato ad abituarti alla vita di Londra.
«Forse perché molto di me era ancora in Francia, a Marsiglia. La gente non può capire il perché ma per me era difficile: si trattava della squadra per la quale avevo sempre desiderato giocare, quella in cui avrei voluto trascorrere tutta la mia carriera. Però, a volte nella vita bisogna saper prendere il treno giusto al momento giusto e credo che per me quello fosse il momento di cambiare».
Il calcio ha scritto una bellissima storia tinta di blu con il Chelsea: sei trofei e la Premiership dopo 50 anni...
«È stato qualcosa di incredibile, era il mio primo trofeo a livello di squadra. È una sensazione unica perché si tratta di qualcosa che crei con i tuoi compagni, che rimane un ricordo solo di quel gruppo per quello che abbiamo fatto e per quanto abbiamo sofferto per raggiungere quel risultato».
Si può dire che quell'anno, il Chelsea, sia passato da essere un buon club ad uno dei migliori al mondo?
«Credo che sia stato un percorso iniziato già prima con il lavoro fatto da Gullit, Vialli, Deschamps, Desailly, Leboeuf, Di Matteo. Hanno contribuito a creare un'immagine fantastica del Chelsea. La stagione prima che io arrivassi la squadra aveva raggiunto la semifinale di Champions League, era già ad un ottimo livello in campo europeo, in campionato erano arrivati secondi e quindi credo fossero già pronti per raggiungere i risultati prestigiosi. Poi, Mourinho ha scelto giocatori in grado di fare la differenza: Robben, Carvalho, Tiago. Il mix fra questi giocatori e la qualità che c'era già, ci ha portato a vincere il titolo».
Parlando di Mourinho: quanto è stato importante, se lo è stato, per la tua carriera e perché?
«È stato molto importante. Quando giocavo a Marsiglia, ho incontrato il Porto e lui mi vide giocare: anche se ci avevano battuto, disputammo una buona partita. Io avevo segnato e giocato bene. Da quel giorno lui inviò uno scout a seguirmi nelle partite di Coppa Uefa. Sapeva come stavo giocando e quando mi sono trovato a dover decidere fra restare a Marsiglia
o andare al Chelsea, lui mi disse: "Sei un buon giocatore, ma se vuoi diventare uno dei migliori attaccanti al mondo, al livello di Van Nistelrooy e Thierry Henry, devi venire al Chelsea, devi andare in una squadra più forte". Mi impressionò molto. Ha fatto tanto per me, quando ho vissuto momenti difficili è stato sempre presente e io lo contraccambiavo sul campo. È per questo che abbiamo creato un bel rapporto».
Pensi di essere il migliore attaccante?
«Non so se sono il migliore, l'unica cosa che so è che quando arrivano le partite importanti io ci sono. So anche che probabilmente faccio parte della lista dei migliori attaccanti d'Europa. Ne vado molto orgoglioso, soprattutto quando ripenso alle mie origini».
Se dovessi scegliere un gol, una partita, un'immagine della tua carriera?
«Solo una...Il gol contro l'Arsenal nella finale di Carling Cup segnato di testa su cross di Robben».
«E il momento peggiore, Mosca forse?»
«C'era molta frustrazione perché la partita non stava andando come volevo, avevo appena colpito il palo e sapevo che se quella palla fosse entrata la partita sarebbe finita lì. Ero un po' frustrato, ho reagito male, ma non volevo essere violento, è stato solo un riflesso».
Mi sembra che non sia da te comportarsi così
«No, ancora oggi mi domando perché io abbia lasciato la mia area di rigore per andare lì. A me fortunatamente non succede spesso, però a volte capita di perdere il controllo e di fare qualcosa di cui ci si pente appena finita la partita».
In ogni caso, se dovessi invitare qualcuno a cena questa sera sarebbe Vidic o Scolari?
«Entrambi perché non ho nulla contro Vidic: è veramente un difensore molto bravo. Mi ricordo l'ultimo anno in cui abbiamo vinto la Premier, avevamo giocato contro il Manchester United a Stamford Bridge e avevamo vinto 3-0. Vidic giocava nello United da poco, ma avevo già notato che era davvero forte. L'ho rivisto poi quest'anno quando abbiamo perso a Manchester, non ho nulla contro di lui. Scolari invece, perché no? Talvolta le cose non vanno come desideri, non posso essere arrabbiato con lui perché è stata una scelta e le scelte di un allenatore devono essere rispettate. Un tecnico deve prendere delle decisioni e credo che le sue non fossero negative perché Anelka segnava. Non potevo dire niente, dovevo solo
aspettare il mio momento».
Hai realizzato 90 gol complessivi per il Chelsea. Hai segnato troppo?
«Per un attaccante non è mai abbastanza. La gente tende a dimenticare cosa hai fatto in passato e si aspetta sempre di più. Quando non segni ti considerano finito, se ricominci a fare gol tutti dicono "te l'avevo detto, lui è il migliore". Questa è la nostra vita, ed è abbastanza eccitante».
Non solo fai gol, ma lavori anche tanto per la squadra e questo è molto importante
«Per me è importante riuscire ad aiutare la mia squadra. Per farlo, devi essere fisicamente pronto, al 100%. Per me un assist ha lo stesso valore di un gol segnato, ad esempio ero molto felice dopo aver servito l'assist a Lampard contro il Liverpool».
Sei uno dei migliori attaccanti del mondo al momento. Pensi di poter ancora migliorare? E che cosa?
«Posso provare a segnare più gol e magari cercare di migliorare il mio uno contro uno, il mio dribbling sul difensore avversario».
Ci sono attaccanti in giro per il mondo che ti piacciono, che metteresti nella tua lista?
«Ce ne sono molti: Samuel Eto'o, Fernando Torres, Thierry Henry, Emmanuel Adebayor, Raul».
Negli ultimi dieci-quindici anni ho sentito dire molte volte: "date un po' di tempo ai giocatori africani in modo che possano unire le loro doti atletiche alla tecnica e saranno i più forti al mondo". Credi che questo momento stia per arrivare?
«Ora abbiamo la possibilità di giocare nei migliori club d'Europa. Prima di tutto, penso che in Europa possiamo dimostrare le nostre qualità, ma soprattutto credo che i giocatori africani ora capiscano che per essere al top non si deve smettere mai di lavorare, che è necessario non accontentarsi dei risultati raggiunti e continuare a cercare il proprio limite per superarlo. Se i giocatori africani capiranno tutto questo, e se lo metteranno un pratica, non so dove potranno arrivare!».
Senti la pressione per il fatto di essere un ambasciatore importante per l'Africa?
«Non si tratta di pressione, è un grande onore. Molte persone vorrebbero essere al mio posto, sono molto orgoglioso quando riesco ad ottenere qualcosa di buono per l'Africa».
Grazie a te la Costa d'Avorio è una nazionale molto forte. Sarai dispiaciuto di aver perso la Coppa d'Africa ai rigori e di essere stato subito eliminato ai Mondiali del 2006. Potenzialmente è una squadra fantastica...
«Sì, specialmente se consideri che nel 2002-2003 la Nazionale viveva un brutto momento. Il Presidente della Federazione ha fatto di tutto per riunire i giocatori che militavano in squadre europee ed è iniziato un bel progetto che ha portato la Costa d'Avorio a qualificarsi per i Mondiali di Germania, un traguardo che era come un sogno perché non avevamo mai
partecipato alla Coppa del Mondo. Siamo riusciti a qualificarci anche se è stato difficile, in Germania eravamo inseriti in un gruppo duro, ma avremmo potuto passare il turno se ci avessimo creduto un po' di più. È quello che dicevo prima: eravamo felici di essere lì e non ci siamo spinti oltre il nostro limite. Credo però che da questo abbiamo imparato molte
cose e spero che entro i prossimi tre anni vinceremo competizioni importanti perché la Costa d'Avorio lo merita».
Parli anche bene l'italiano?
«A scuola andavo bene nelle lingue straniere: inglese, italiano e tedesco. Poi sono un grande fan della pasta e il Milan è una delle mie squadre preferite».
Cosa ti aspetti dal futuro?
«Voglio continuare a giocare finché non sarò stanco di viaggiare, fino a quando non perderò la passione per il calcio e non credo che questo sia il momento. Magari sarà il mio fisico a dirmi di fermarmi, ma mi piacerebbe provare a giocare a centrocampo, dietro le punte».
Parlando invece del futuro del Chelsea?
«Credo che il futuro del Chelsea sia splendente perché abbiamo creato qualcosa per il quale ora in molti vogliono venire al Chelsea. Sanno che quando vengono qui ogni anno devono lottare per vincere trofei. Questo club era già storico, ma lo diventerà ancora di più. Io sono molto orgoglioso di far parte di tutto ciò e voglio restare finché mi vorranno».
MOURINHO
Drogba ha detto che lei è stato molto importante, soprattutto nei momenti difficili
«È così, però è facile per un allenatore lavorare con un giocatore che ha questo tipo di carattere perché lui è uno nato per lavorare, per vincere, per essere fedele, amico, uomo di squadra. Io al Chelsea ho avuto la fortuna di avere Drogba più 4-5 giocatori con lo stesso tipo di carattere e così è stato molto più facile lavorare. Lui può parlare molto bene di me, lo ringrazio, ma anch'io ho tanti motivi per ringraziare lui e tutti quelli che sono stati con me al Chelsea».
Lui ha detto che c'è stata una frase che l'ha convinto nel passaggio dal Marsiglia al Chelsea?
«È stata una storia interessante. L'ho visto per la prima volta quando sono stato a Marsiglia a vedere una partita perché qualche settimana dopo giocavano contro di noi in Champions League. Mi ha impressionato e alla fine del primo tempo, ho parlato con lui vicino alla spogliatoio e gli ho chiesto, sorridendo, se lui aveva un cugino in Costa D'Avorio da portare al Porto. Lui mi ha risposto di no, ma che se io fossi andato ad allenare in una grande squadra, avrei potuto comprarlo. Poi, lo incontrai a Londra in aeroporto dove era arrivato per parlare col Chelsea. In quel momento eravamo da soli io e lui, senza Abramovich e senza il suo procuratore e gli ho detto: "Sei un buon giocatore, ma se vuoi diventare uno dei migliori attaccanti al mondo, al livello di Van Nistelrooy e Thierry Henry, devi venire al Chelsea, devi andare in una squadra più forte". E lui mi ha risposto che voleva lavorare con me e stare nella mia squadra. Poi, ho vissuto tanti altri momenti con lui che adesso è difficile ricordare. Dopo aver vinto l'ultima Coppa d'Inghilterra, sono andato nello spogliatoio da solo, tranquillo e volevo stare da solo. E lui è entrato come un pazzo nello spogliatoio dicendomi che se non andavo in campo, non andava a prendere la Coppa e la medaglia. Ovviamente sono andato con lui perché lui meritava di riceverle. L'ultimo mio giorno al Chelsea, ho visto questo gigante di due metri che sembra un superuomo piangere come un bambino».
Dal punto di vista tecnico, qual è la sua migliore qualità?
«È uno che non molla mai, ha un carattere impressionante. Di solito gli attaccanti hanno un po' paura dell'aggressività e della forza dei difensori. Nel suo caso, è il difensore che ha paura della sua forza e della sua aggressività. Ha un carattere impressionante, tecnicamente fa tutto quello che deve fare un attaccante negli ultimi venti metri, è bravo nel gioco di testa, utilizza il fisico molto bene. E poi, nei momenti decisivi, segna: abbiamo giocato cinque finali e lui ha segnato in tutte e cinque! E poi, in tutte le partite più importanti, lui si sente nel suo habitat naturale. È uno di quei giocatori che non ha bisogno della fascia per essere Capitano dentro al campo. E non è l'unico al Chelsea! Per questo il Chelsea è una squadra che ha vinto tanto».