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Sanremo, i vincitori sono la delusione finale

Sanremo, i vincitori sono la delusione finale
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Vince il sardo Marco Carta. Ma il campionato era un altro: Raiset contro Sky

E’ IL PARADOSSO del Festival di Sanremo, del campionato della canzone: uno spettacolo a tratto in-credibile con un risultato non-credibile. Pensavamo, o ci eravamo illusi, tutti noi che vogliamo bene a questa settimana di sostanziale vacanza del cerebro, che tale campionato fosse assurto (o ri-assurto) ai livelli di una Premier League abbandonando per sempre quelli di un torneo regionale. Ma non è stato così, poveri noi. La Premier la vincono il Chelsea, l’Arsenal o lo United, non lo Stoke City. Invece a Sanremo ha stravinto lo Stoke City per lo più sopravanzando il West Bromwich e l’Hull. Un risultato sportivo che ha annullato la credibilità di quanto successo prima, ammesso che a qualcuno gliene tangesse alcunchè. Un campionato ben giocato vinto da quelli che hanno giocato peggio.

SOLO CANZONETTE - Ma, si dirà, il bel gioco mica premia sempre. Vero. Ma non è manco detto che il giocar male  necessariamente debba portare alla vittoria. Quello che è sembrato a tutti noi un significativo rigurgito di creatività italica per cinque giorni, dal momento dell’annuncio di chi sarebbero stati i tre finalisti ha assunto le fattezze di un pateracchiaccio all’italiana.  Non vale la pena di soffermasi sulle qualità artistiche dei tre: la canzone migliore, sotto il profilo squisitamente musicale era quella di Povia, il che dice tutto. Ma a quel punto sì è capito che la gara fra canzonette alla fine non interessava più nessuno. Anzi, forse non è mai interessata davvero.

TROPPO "AMICI" - Qualcuno si è chiesto: ma che ci faceva Maria De Filippi al fianco di Bonolis? Non è la paladina del gruppo concorrente alla Rai? No, non lo è. Alzi la mano chi non ha avuto la sensazione che fosse lì per abbracciare e santificare il vincitore partorito da «Amici». E Sal Da Vinci che pur protagonista di un musical di valore come <Scugnizzi> altro non era che il clone di quel Gigi D’Alessio che in Rai è dovunque? E quel Povia di cui s’è detto tutto se non che è diventato simbolo di un certo chiamiamolo così <conservatorismo sessuale> tanto caro ad una parte consistente della nostra Italia?

RAISET VS. SKY - Le canzoni non interessavano, la competizione ancora meno. Contava che assurgeressero a gloria i simboli di alcuni corposi pezzi d’Italia. E’ stato un campionato falsato nel finale, o forse un non-campionato, chi lo sa. Tanto la vera partita che conta in questo momento non è quella fra canzoni, e nemmeno fra il cartello, mai tanto saldo, fra Rai e Mediaset. Il vero match è fra Raiset o Mediarai da una parte Sky dall’altra. Se avere pensato, nelle sera della settimana appena conclusa di assistere un torneo canoro vi siete e ci siamo sbagliati. Era un’altra cosa. Un capitolo di un’altra storia. Peccato.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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