L'abc di Conte: «Juve, i giocatori mi seguono»
Il pensiero del tecnico spiegato lettera per lettera: «La squadra ci crede e si impegna»
© Foto PegasoBERNABEU - «Il nostro nuovo stadio è pazzesco per come ti carica ed è meraviglioso per giocarci dentro. Ma a parte il nostro, nel mio cuore comunque rimangono l’Old Trafford e soprattutto il Bernabeu. Ecco è lì che voglio riportare la Juventus».
CURVA - «Quando la curva chiamava il mio nome mi sono sempre emozionato. Ancora di più quando ormai non ero più un giocatore... Vi racconto questo, l’anno scorso quando con il Siena dovevo giocare contro il Novara e stavamo facendo la rifinitura al Piola, improvvisamente sono sbucati un gruppo di tifosi della Juve, i Drughi Magenta, con fumogeni, cori, incitamenti e alla fine mi hanno anche consegnato una targa di riconoscimento. Quando dai tanto i tifosi non dimenticano. E io quelli della Juve non posso mai dimenticarli».
DEL PIERO - «Con Alessandro ci ho giocato e adesso ho l’onore di averlo come mio calciatore. Per me non sarà mai un problema, sotto nessun punto di vista, perché è un giocatore che mi darà sempre una grossa mano, sia quando sarà chiamato a giocare dal 1° minuto, dal 70° o dall’80° e in tutte le situazioni possibili. Le sue qualità non si discutono e secondo me può ancora dare tanto».
ENERGIA - «Il nuovo stadio deve diventare determinante per noi juventini, tifosi e calciatori. E può diventarlo se la gente, sempre nella correttezza, lo fa diventare una bolgia. Bisogna scatenare l’inferno, soprattutto nei momenti difficili, perché ci saranno momenti belli e momenti di difficoltà e soprattutto in questi bisogna far sentire alla squadra la propria vicinanza e la pressione sull’avversario. Se avverrà tutto questo, i tifosi ci faranno guadagnare molti punti».
FANTASIA - «Gli schemi, la tattica, i moduli di gioco sono importantissimi e fondamentali, perché sono lo scheletro intorno al quale si regge la squadra, ma non metterò mai il bavaglio alla fantasia di un giocatore. E’ essenziale la fantasia e c’è sempre tanto spazio nel mio gioco alla fantasia».
GIORNATA -«Io alleno. E quando non alleno penso a come potrei allenare meglio. Era così anche da calciatore. Per me un lavoro è totalizzante, non posso interpretarlo in altro modo. Penalizzo la mia famiglia, lo so, è il mio grande rimorso, ma riesco sempre a dedicare un po’ di tempo alle mie donne e alla lettura. Cosa? Biografie di uomini vincenti e libri di psicologia».
HI-FI «La Juventus per me è qualcosa di più di una squadra. La fedeltà a questa maglia è assoluta e totale, nasce dalla mia storia e dai momenti meravigliosi che ho vissuto con questi colori addosso. Difficile, adesso, riuscire a toglierseli».
INVESTIMENTI- «No, non è arrivato un Tevez o un Nani, ma non sottovalutate i nostri investimenti. Abbiamo fatto il mercato pensando anche al futuro, puntando su giocatori giovani, ma di talento che possano essere utili anche negli anni a venire. Elia, Estigarribia, Giaccherini... dategli tempo e vedrete che si riveleranno degli investimenti importanti».
LIPPI - «Ho avuto la fortuna di avere avuto praticamente tutti i grandi allenatori della mia epoca. Mi manca solo Capello, poi li ho “collezionati” tutti. Lippi, Ancelotti, Zoff, Trapattoni, Sacchi, ma anche Mazzone e Fascetti da cui ho appreso tanto. A ognuno di loro ho rubato qualcosa. Con Lippi il rapporto è stato lungo e intenso, in quella Juventus ho capito cosa vuol dire essere vincenti e ancora adesso la cosa più importante che faccio come allenatore è quello di insegnarlo ai miei giocatori».
MARCHISIO - «Mi chiedono spesso chi possa essere il mio erede nella Juventus... E’ difficilissimo dirlo, perché ognuno ha le proprie caratteristiche e il calcio cambia. Ma se c’è un giocatore che mi si avvicina è sicuramente Marchisio. Bravo negli inserimenti, grande duttilità tattica, molto intelligente. Ecco mi assomiglia, ma penso che lui sia più bravo di me e gli auguro ancora più successi di quelli che ho avuto io».
NANI - «Qui non sono mica arrivati nani, Walcott o Tevez... Abbiamo dovuto fare un mercato tenendo conto delle esigenze tattiche e del bilancio, ma non sottovalutate i nostri acquisti».
OLYMPIACOS - «Il gol più emozionante è stato sicuramente quello in casa dell’Olympiacos nella stagione ‘98-99. Magari non bellissimo, ma emozionante sì. perdevamo 1-0 ed eravamo fuori dalla Champions. io giocavo con il labbro rotto e dovevo tenermi un fazzoletto sulla bocca per arginare il sangue. A un quarto d’ora dalla fine feci questo gol che ci consentì di passare il turno e mi ricordo l’esultanza con il fazzoletto tutto intriso di sangue».
PANCHINA - «A un certo punto ho detto: se entro cinque anni non alleno la Juventus smetto di fare l’allenatore. Non c’era presunzione in quell’affermazione, ma sono solito pormi degli obiettivi e cercare di seguirli in tutti i modi. E poi c’era l’amore infinito per questa squadra».
QUATTRO-2-4 - «Sono numeri che hanno una valenza più giornalistica che altro, comunque si può descrivere come un 4-4-2 in cui cambiano un po’ le distanze degli esterni, che sono un pochino più alti. Diciamo che è un 4-4-2 molto più offensivo. L’idea nacque ad Arezzo perché c’era la necessità di giocare sempre per vincere, e infatti vincemmo 8 partite su 12. E’ un’idea nata dal fatto che, secondo me, a livello offensivo quattro contro quattro è il modo migliore per mettere in difficoltà la diveda avversaria. Ci vogliono sicuramente degli equilibri, ci sono due fasi e non bisogna dimenticare quella difensiva, ma quando sia ha la voglia di correre tutti insieme e correre bene, si può fare qualsiasi cosa».
RICORDI - «Quando siamo stati a Villar Perosa, dove l’Avvocato arrivava con l’elicottero... Sono situazioni emozionanti, che ti riportano a vent’anni fa e ti caricano. E poi il Delle Alpi... E’ stato il teatro di grandi vittorie per noi, speriamo che il nuovo stadio che sorge sullo stesso posto ne tragga degli influssi positivi».
TRAVERSA - «Quante imprecazioni, quante maledizioni per quella traversa colpita a Manchester nella finale contro il Milan. Mi è tornata in mente tante, troppe volte... Con quella porta, con quello stadio ho un conto aperto che prima o poi salderò».
UMILTÀ - «Umiltà da provinciale, mentalità da grande squadra. Non si devono mai sbagliare i miei giocatori. Nessuno si deve montare la testa o pensare che ci sia una partita facile, ma nessuno deve aver paura dell’avversario o dimenticarsi che gioca per la Juve».
VITTORIA - «Si chiama così mia figlia e cerco di dedicarle il tempo che mi lascia il mio lavoro. Lei e Isabella, la mia compagna, sono ragione di autentica serenità per me».
ZERO - «Stiamo partendo da zero, con concetti completamente nuovi, ma la cosa bella è che i giocatori si sono tutti messi a disposizione. Io cerco di capire loro, loro me. Stanno conoscendo l’allenatore e l’uomo. Ma per convincerli c’è il campo: se uno propina fesserie è difficile farsi seguire. Ci credono e stanno prendendo fiducia».
A cura di Guido Vaciago




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