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Colantuono: «Non è Toro senza tifo. Bisogna rimediare»

Stefano Colantuono, allenatore del Torino
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© LaPresse
 
Il tecnico granata: «Siamo noi che dobbiamo risolvere la situazione»
TORINO, 16 gennaio - Subito dopo la sconfitta inter­na contro il Crotone, era la fine di no­vembre, l’esonero si abbattè come una ghigliottina pure sul capo di Stefano Co­lantuono. Il suo Toro era sesto, però in evidente flessione: la squadra era entra­ta in un circolo vizioso, il pubblico mani­festava sempre più apertamente il pro­prio dissenso. Imponendosi sul presiden­te Cairo, comunque insoddisfatto di quel trend, il ds di allora, Rino Foschi, spinse sull’acceleratore finché bastò per cam­biare guida tecnica.

NIENTE MIGLIORAMENTI - L’arrivo di Mario Be­retta, però, non ha apportato migliora­menti malgrado l’impegno del tecnico milanese: anzi, la squadra è caduta in dodicesima posizione e nel frattempo la situazione ambientale è precipitata. Be­retta ha dovuto convivere con il blitz di una delegazione della Maratona dopo il ko interno contro il Sassuolo e poi ha do­vuto fare i conti con l’irruzione di un gruppo di tifosi al ristorante dove Di Mi­chele festeggiava assieme ad altri com­pagni il suo compleanno. È storia recen­te, come la richiesta di alcuni giocatori di essere ceduti.

SQUADRA PIÙ DEBOLE - Morale? Colantuono, che oggi ricomincia in panchina la sua av­ventura nel Torino, si ritrova con una squadra più debole in quanto a organico e punti in classifica, e come se non bastasse pure alle prese con una feroce con­testazione. Oggi il tifo organizzato, in po­lemica con Cairo e con i giocatori, ha da­to l’input di lasciare le due curve dell’O­limpico vuote, fermo restando che chi vorrà stare in Maratona o in Primavera ovviamente sarà libero di farlo. 

«CI SERVE QUALCHE VITTORIA» - Colantuono, in questo suo mese di as­senza dal Toro, ha compreso tante cose. Questioni tecniche, ma anche peculiarità di questo club ormai radicate nel tempo: «L’autocritica non mi è mancata, ma io sono uno che ha covato rimpianti anche a Bergamo dopo aver vinto il campiona­to con un mese d’anticipo. Qui a Torino la squadra vive in simbiosi con il suo pub­blico come da nessun’altra parte avvie­ne. La fortuna del Toro è la sua gente dietro, il Toro è tutt’uno con l’ambiente che lo circonda: nel bene e nel male. Ho lavorato in squadre dove puoi isolarti, nel Toro, no, è impossibile. Però tocca a noi rimediare, spetta a noi e solo a noi di­sperdere questa cappa di negatività. L’ho detto e mi ripeto: la priorità è riconqui­stare un minimo di credibilità. Inutile guardare lontano, viviamo alla giorna­ta. Vinciamo qualche partita, meritiamo­ci la fiducia e la stima di chi vuol bene al Toro: questo ho detto ai miei giocatori. Oggi la gente è incazzata, ma se noi sa­remo bravi i tifosi si riavvicineranno e poi saranno decisivi per aiutarci a rag­giungere gli obiettivi che ancora abbia­mo in testa».

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Piero Venera
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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