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E' l'ora di chi ama il Torino. Istituzioni chiamate in causa

E' l'ora di chi ama il Torino. Istituzioni chiamate in causa
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© LaPresse
 
Che Cairo voglia vendere non basta: serve un acquirente serio
TORINO, 27 febbraio - «Non voglio rimane­re in paradiso a dispetto dei santi. Lo dico a malincuore, a grande malincuore: ho deciso di mettere in vendita il Tori­no». L’annuncio commerciale Urbano Cairo non l’ha fatto su Secondamano bensì su La Stampa, il nobile giornale del­la famiglia Agnelli. Non è dun­que roba seria, è serissima. Si aspettano candidati, ora. In merito, prim’ancora di adden­trarci nelle parole presidenzia­li, è importante richiamare al­le proprie responsabilità le isti­tuzioni, con in prima fila quel­le cittadine. Anche il tifoso più sprovveduto e candido, oggi­giorno sa che il mecenate è una rarità estinta o quasi. Dunque, sempre il tifoso, si rende conto che per infilarsi in una materia così difficile e particolare e di­spendiosa e impegnativa qual è il calcio, un imprenditore de­ve essere incentivato dalla pro­spettiva di creare un circolo virtuoso tra la società di pallo­ne e la propria attività origina­le, dalla possibilità di legarsi al territorio di riferimento della squadra e di lavorare affinché il club possa dotarsi di un pro­prio capitale non aleatorio co­me invece sono aleatori i valo­ri dei calciatori e delle vittorie. I tifosi del Toro non dovrebbe­ro essere cittadini di serie B ­anche se il Toro in B ci è finito e malgrado come tali siano sta­ti trattati sul Filadelfia e non solo -, ma ancor più il Torino è un patrimonio della città. Che deve superare il suo decaden­te stato di città industriale per arrivare a una - si spera - flori­da condizione di città turistica vocata ai servizi, all’innovazio­ne, al futuro. Dalle Olimpiadi in poi si sbandiera tale proget­to: non comprenderemmo per­ché non sfruttare il tanto o po­co che il Torino, un Toro acuto per gestione e sfruttamento di potenzialità mediatiche e stori­che e sportive, può garantire.

DOVERI - Dovrebbe dunque essere interesse pubblico, non­ché dovere degli amministra­tori nei confronti degli ammi­nistrati, favorire un nuovo, ve­ro e serio Progetto Toro. Nel­l’allettare e lecitamente favori­re investitori forestieri, come nell’allettare e lecitamente fa­vorire piani di sviluppo e voglie di crescita degli autoctoni. Ma restiamo sul concreto, ove è più semplice capirci. Lo stadio. Le società di calcio vedono come vitale per il proprio domani l’impianto di proprietà, legato ovviamente ad attività com­merciali e sociali fondamenta­li. Se non altro perché l’esem­pio principe è nella stessa città, va oltre l’ovvio il fatto che un potenziale acquirente del Tori­no dovrebbe poter ottenere, in proporzione, identico tratta­mento e medesime possibilità. Invece sull’Olimpico, peggio ancora che sul Filadelfia, del futuro non si vede che una in­telleggibile nebbia. L’ex Comu­nale, già di per sé inadatto e inadeguato al calcio, bisognoso - per una società ambiziosa - di lavori di miglioramento e am­pliamento, è una bomba a oro­logeria. Su di esso, infatti, esat­tamente come sul Fila, grava­no ipoteche per 38 e rotti milio­ni. Non solo sconsiglia even­tuali acquirenti: li fa fuggire. Senza contare che, da un gior­no all’altro, esercitando il dirit­to derivante dall’ipoteca, l’Era­rio può rivolgersi alla Magi­stratura e questa porre i sigil­li all’impianto. Con o senza Cairo: dove andrà a giocare il Toro, quando accadrà? C’è dunque da attendersi una for­te attività delle istituzioni per risolvere le beghe e per favori­re nuovi investimenti sul terri­torio e dunque anche sul Tori­no, che di questo territorio è stato una delle realtà più posi­tive per un secolo.

PREZZO TRATTABILE - E torniamo a Cairo. La decisione di cedere è di giovedì o piutto­sto ben più lontana? Se guar­diamo i fatti, sembra esatta la seconda ipotesi. Essendo un buon imprenditore, dinanzi al­la prospettiva di perdere una quarantina di milioni, quelli garantiti dalla promozione, da lui era lecito attendersi, al mer­cato di gennaio, l’esborso di qualche milione pur di garan­tirsi la serie A. Il fatto che - tra cessioni, acquisti, risparmi di ingaggio - il saldo tra entrate e uscite di gennaio sia stato zero, fa immaginare che già a di­cembre il presidente immagi­nasse un disimpegno. Ma re­sta un’ipotesi. E ipotetiche ri­mangono la certezza e l’incer­tezza che il proposito dichiara­to da Cairo sia concreto. Solo lui sa cosa alberga nel suo cuo­re, accanto alla comprensibile amarezza. Leggendo tra le ri­ghe del suo annuncio, poi, il pa­tron fissa il prezzo in 30 milio­ni, ovvero quanto avrebbe ga­rantito di tasca propria in que­sti 5 anni (6 a stagione) per il club. Trattabili? Be’, messi così sì, e per il mondo del calcio nul­la è intrattabile. Vestendo i panni di un acquirente, chiun­que in questo momento fisse­rebbe almeno 3 quote: un prez­zo per il Toro che va in A, un al­tro se resta in B, un ultimo se retrocede (ogni scongiuro è benvenuto). A meno di un prezzo fisso-tutto-compreso, nel qual caso sarebbe certa­mente di saldo. Forte saldo.

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Commenti

  • rossilauri27/02/2010 19:15:52
    Sono d'accordo con peppuz, Cairo deve rimanere, è il nostro Presidente, ci ha salvato dal fallimento e non si è mai tirato indietro quando c'era da spendere. In campo non ci va lui ma i giocatori che devono dimostrare l'attaccamento alla maglia! Nessun presidente ha cominciato a vincere da subito! Adesso abbiamo la struttura societaria giusta e risorgeremo!
  • peppuz27/02/2010 12:55:41
    Adesso che il Toro è in vendita, il prezzo è stato fissato e il Presidente è disposto a valutare evetuali offerte, vedremo quanto è lunga la fila dei pretendenti. A parole tutti bravi a criticare e ad auspicare il cambio societario ma nella pratica ci si offrirà? Ora vedremo quanti sono gli imprenditori seri ed interessati al Toro.
     
     
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