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Cairo: i conti non tornano

Cairo: i conti non tornano
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© Foto Pegaso
 
Troppi investimenti sbagliati, troppi cambi di tecnici e ds. Però non ha solo speso...
TORINO, 27 febbraio - «Ho deciso di mette­re in vendita il Torino», ha pro­messo (oppure minacciato: lo stabilirà la storia) Urbano Cai­ro. Partendo dall’ovvia pre­messa che la vera salvezza del Torino e del portafoglio del pre­sidente sarebbe la promozione in serie A, non v’è dubbio che in questo momento la cessione del club rappresenterebbe un affare per entrambi: sia chi vuol cedere, sia chi potrebbe comprare. Il punto nodale del­la questione è proprio questo: Cairo si dichiara disposto a passare la mano, però nessu­no sa se e soprattutto quando ciò avverrà. E la questione non è di lana caprina, è sostanzia­le non marginale: oggi il Torino può avere un prezzo, a giugno certamente ne avrà un altro e tra un anno un altro ancora. Paradossalmente oggi Cairo e la totalità dei tifosi debbono es­sere completamente d’accordo su un aspetto: il vero problema del Torino non è ciò che è suc­cesso sino a ieri, ma quel che accadrà da oggi in poi.

BIFRONTE - La sensazione sempre più palpabile è che l’ul­timo Cairo sia lontanissimo dal gemello che invece pratica­mente non sbagliò un colpo dal settembre 2005 alla metà di giugno del 2006. Dall’investi­tura presidenziale alla notte di euforia ed esaltazione dopo il raggiungimento della serie A. Che l’attuale patron sia uscito con questa fragorosa esterna­zione mediatica alla vigilia di una partita fondamentale per le sorti dell’attuale campiona­to denota quantomeno frustra­zione, e comunque può genera­re confusione. Aspettare sino a domani non avrebbe indeboli­to quell’uscita mediatica, né mutato d’una virgola la situa­zione: però Colantuono e la squadra probabilmente avreb­bero vissuto la vigilia della par­tita a Padova con minori imba­razzi e tensioni. Si pensi ai nuovi arrivati: sono giunti al Toro carichi di speranze e di ambizioni, come possono acco­gliere adesso la notizia della cessione del club ben sapendo che un nuovo management quasi certamente azzererebbe ogni cosa? Ma al di là di queste emozioni romantiche, sono i numeri e alcuni concetti del­l’intervista cairota a generare perplessità. Indubbiamente nel Torino il presidente ha in­vestito molti soldi. Però non è colpa né dei tifosi e nemmeno della critica se spesso lui li ha spesi malamente.

I CONTI NON TORNANO - Quanti mi­lioni di euro sono evaporati co­me una bolla di sapone soltan­to per ammonticchiare la colle­zione d’esoneri di allenatori (con i loro numerosi staff al se­guito) e direttori sportivi? Co­me anticipazione, basti sapere che solo nel 2007 le risoluzioni contrattuali sono costate poco meno di tre milioni di euro (al centesimo: 2.926.000 euro). Pertanto senza quei ribaltoni ­cui peraltro ne sarebbero se­guiti tanti altri, troppi - il Tori­no avrebbe contenuto le perdi­te a cifre ben più ridotte. Lo stesso rimprovero è spendibile per l’ingaggio di giocatori dallo scintillante passato ma dal nullo presente: investimenti inutili, spesso contro l’opinione del ds di turno. Indimenticabi­le il celodurismo di uno tra i più carismatici, oltreché tra i più ascoltati da Cairo: «Se il presidente vorrà prendere Re­coba, dovrà passare sul mio cadavere». Tutti sanno com’è andata, ma per fortuna oggi Stefano Antonelli gode di otti­ma salute. A Cairo si imputa l’aver ridotto il Torino in una sorta di scatola vuota: dove tut­te le figure professionali più importanti sono a scadenza di contratto (dal ds Petrachi al team manager Ferri, dal se­gretario Ienca al responsabile medico Stesina, dal capo del vivaio Comi al responsabile della scuola calcio Benedetti. E giù giù tutti gli altri, nel vi­vaio: dagli allenatori ai colla­boratori. E’ questo il progetto?). Anche Colantuono aveva solo un anno di contratto: risulta che abbia ridiscusso l’intesa, ma solo dopo l’esonero, accet­tando di tornare. Sui giocatori, pavoneggiandosi un po’, Cairo ha puntualizzato che il Torino può contare su molti elementi di proprietà: Bianchi, Dze­maili, Ogbonna, Rubin, Ab­bruscato e giovani quali Ma­longa, Suciu, Comi, Bene­detti. Bene, anzi benissimo. Però ha dimenticato di ricor­dare che il Torino annovera tra i suoi calciatori anche Di Mi­chele, Diana, Pisano, Pratali, Colombo, Zanetti, Loviso: a luglio rientreranno di fatto in granata e nessuno di questi - che pure guadagnano cifre assurde per la serie B - po­trà essere confermato in orga­nico, perché inviso alla piazza.

BUONI AFFARI - Quando Cairo ha operato con lungimi­ranza, badando al rigoroso pa­rametro qualità/prezzo oppure finalmente assecondando la competenza dei suoi collabora­tori, ha firmato sontuose ope­razioni. Rosina ha fatto dap­prima la differenza sul campo, poi a bilancio quando è stato ceduto: a più di 8 milioni di eu­ro e oltretutto in moneta so­nante, senza dilazioni plurien­nali. Un Affare con la maiusco­la. Come l’ingaggio di Grella a parametro zero e poi ceduto al Blackburn con una plusvalen­za certa di 4,3 milioni di euro (pure incrementabile di altri 600 mila euro in base alle pre­senze del centrocampista nel suo ingaggio quadriennale). Anche la cessione di Comotto è stata un grande affare, gene­rando 3,3 milioni di plusvalen­za. E Bianchi, il bilancio lo di­ce chiaramente, al Torino è co­stato solo 5 milioni. Quando Cairo è stato così illuminato e brillante, ovviamente è stato osannato e talvolta idolatrato: dai tifosi, ma pure dai media, basta sfogliare le raccolte, non temiamo smentite.

LE SINERGIE - Nel suo picco­lo, il Toro ha molto avuto da Cairo però ha anche dato. Il presidente ha spesso sostenu­to come il Toro dovesse essere sostenuto e quindi finanziato esclusivamente dal suo patri­monio personale. In realtà il Torino Fc sin dal 2006 fa capo per il 97,5% alla società Stella srl (una holding riconducibile a Cairo), che a sua volta è di pro­prietà per il 97,5% della UT Communications Spa, holding e cassaforte dell’intero gruppo di aziende riconducibili a Cai­ro. A partire dal 2006 e per un triennio, anche il Torino Fc (co­me le altre aziende di Cairo) ha aderito al consolidato fisca­le. Alla luce del sole e in forma assolutamente chiara e tra­sparente, grazie a quell’adesio­ne è stato possibile compensa­re i redditi delle altre società del gruppo in attivo con le per­dite d’esercizio del Torino, in modo da beneficiare di un cre­dito nei confronti dell’erario. In soldoni, quand’è ora di pagare le tasse i debiti del Torino com­pensano allo stesso modo le at­tività delle altre aziende. Sen­za contare l’incremento di no­torietà e la pubblicità per il presidente e il suo gruppo, per il Torino svolgono un ruolo e fatturano anche la Cairo Pub­blicità, e la Cairo Communica­tion. Al di là dei sentimenti, pertanto, c’è anche una storia d’impresa.Piero Venera
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Commenti

  • Paco7328/02/2010 11:18:12
    Avete inspiegabilmente e meticolosamente lavorato alla creazione di un clima più che ostile attorno a Cairo ed al toro. Ciò premesso, la stragrande parte dei tifosi(non balordi violenti che hanno in pugno buona parte delle società calcistiche italiane ed anche voi ovviamente)vi ritiene responsabili diretti di questo nuovo fallimento. Bene...siete riusciti a demotivare l'unico motivato del Torino (Cairo). Per questo grazie di cuore....e adesso vediamo quanti accorreranno ad acquistare il bovino.
  • Paco7328/02/2010 11:05:03
    Che Cairo abbia gestito la società come una delle sue tante imprese, non denota alcunchè, anzi, dimenticate in modo miope, cos'era il Torino dopo il fallimento e sopratutto quanti imprenditori Piemontesi (come a voi piace) si siano fatti avanti(0).Che abbia commesso degli errori di inesperienza è chiaro a tutti, ma colpevolizzarlo oltremodo è ridicolo, anche perchè in campo ci sono andati fior di professionisti (i veri responsabili delle disfatte granata, altro che tremendismo...tremebondi.
     
     
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