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D'Ambrosio: «Toro, ho deluso ma non sono un montato»

D'Ambrosio: «Toro, ho deluso ma non sono un montato»
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© LaPresse
 
Intervista esclusiva al terzino che aveva alimentato molte speranze
TORINO, 20 giugno - Danilo D'Ambrosio, l’accusano di essersi monta­to la testa. Cosa risponde? «Che è un’analisi superficiale, e soprattutto non veritiera».

Ah sì?
«Sì, e spiego perché. Siccome dopo aver rinnovato il mio con­tratto con il Torino poi non so­no riuscito a confermarmi su­gli stessi livelli dimostrati il primo anno, con esercizio ba­nale e sin troppo scontato qual­cuno ha alimentato la diceria che mi fossi montato la testa».

Buon ragionamento, ma non spiega molto.
«Difatti c’è dell’altro. Chi mi co­nosce bene, chi non mi giudica dalle apparenze o, peggio, solo per sentito dire, sa che i valori che mi hanno insegnato e in­culcato i miei genitori vanno ben oltre a un rinnovo del con­tratto. Ma soprattutto posso smentire quella diceria con i fatti: purtroppo il Toro non è andato in A, a fronte del mio campionato da dimenticare».

No, il flop è stato collettivo.
«Purtroppo. Io tifavo per il To­ro anche quando giocava Ri­valta e stavo in panchina, per­ché con la promozione in A ci sarei andato anch’io. Invece non ci siamo neppure qualifi­cati per i playoff: l’avete defini­to un fallimento sportivo e non vi si può nemmeno dare torto».

Quindi non si è montato la testa, non è un problema di umiltà. E’ solo una questio­ne tecnica?
«Io mi assumo tutte le mie re­sponsabilità, non fatico ad am­mettere gli errori. E’ stata una stagione balorda, dove tutti ab­biamo reso meno delle nostre potenzialità».

E le accuse di bella vita?
«Le respingo al mittente».

L’ha già fatto nell’ultimo giorno di allenamento: for­se era meglio tacere...
«E invece no. Ho fatto bene a ri­spondere perché i miei genito­ri mi hanno insegnato a vivere, e quando uno ha ragione non deve chinare il capo ma sem­pre andare in giro per il mon­do a testa alta. Non c’è niente di più lontano dalla mia cultu­ra e dal mio modo di vivere che fare tardi la notte andando in giro per locali. E proprio per­ché non è vero ho risposto con educazione a quel tifoso. Por­tami le prove, gli dissi, se sei si­curo: perché quello in discoteca non ero io».

Leggi l'intervista completa sull'edizione odierna di Tuttosport

Piero Venera
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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