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Indy a due ruote: i segreti

Indy a due ruote: i segreti
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© Foto Liverani
 
Alla scoperta del circuito che domenica ospiterà la MotoGP
INDIANAPOLIS, 11 settembre - Non al buio, ma quasi. Ci si avvicina al GP degli Usa di Indianapolis a tentoni visto che le informazioni sul­la pista americana sono davvero esigue. Di fatto limi­tate ai due giorni di test effettuati dai team della Mo­toGP con i collaudatori a luglio. In quei giorni, a tene­re alta la bandiera rossa della Ducati, c’era Niccolò Canepa, che alla fine risultò il più veloce di tutti, an­che del suzukista americano Ben Spies, re della Su­perbike Ama ovvero a stelle e strisce. Ora il pilota ge­novese è convalescente per le fratture al gomito e al­la caviglia rimediate in un test al Mugello una deci­na di giorni fa. In attesa di guardarsi in tv la gara rac­conta a Tuttosportrt vizi e virtù di questa strana pi­sta rimediata sfruttando metà dello storico ovale sul quale si corre la 500 di Indianapolis.

CIRCUITO COMPLETO - I ricordi di Canepa per i due giorni di prove sono ricchi di dati tecnici e curio­sità. Ma prima di addentrarsi nelle specificità il pilo­ta ligure, che l’anno prossimo correrà in MotoGP sul­la Desmosedici del team Pramac-Alice, attacca con le sensazioni a... motore spento. «Entrare in quel catino, con le moto ancora nel box e quindi nel silenzio, e ve­dere le due tribune altissime in un impianto galatti­co da quasi 500 mila persone mi ha fatto impressio­ne. Non siamo abituati a quegli spazi. Così come non siamo abituati a diversi tipi di asfalto e su quel circui­to ce ne sono addirittura quattro. Per questa ragione non è stato facile individuare gomme adatte ma alla fine ce l’abbiamo fatta. La pista la definirei completa perché presenta sia curve veloci che lente. Il rettilineo è piuttosto lungo, quasi un chilometro, ma lo si af­fronta partendo quasi da fermi perché l’ultima curva ti obbliga a scalare e ripartire. Tutto sommato non è male come pista e non me la sento di dire che si trat­ti più di un tracciato Ducati che Yamaha. Anche per­ché le corse stanno dimostrando che alla fine, a fare la differenza, sono i polsi di Stoner e Rossi».

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