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Le piccole furie lombarde

Le piccole furie lombarde

S. e U. sono fratelli rom che condividono l'esperienza Laureus del minibasket, con la quale imparano a relazionarsi grazie al contributo di educatori, allenatori e compagni.twitta

venerdì 6 maggio 2016

U. ha 11 anni e vive a Milano nel campo rom vicino all'Ortomercato. È un bambino intelligente, ma molto vivace, quasi incontenibile in classe. Non rispetta le regole e quel che è peggio non rispetta né riconosce l'autorità. È aggressivo nei confronti dei compagni, e non riesce a costruire rapporti amicali. Per questo è stato segnalato dalle insegnanti per il progetto Laureus. Nel campo rom i bambini sono abbandonati a loro stessi, non hanno regole, non hanno giocattoli e nemmeno lo spazio per potersi sfogare nel tempo libero. Non vengono considerati finché non diventano adulti e autonomi. La prima volta che U. è venuto all'allenamento di minibasket continuava a correre, saltare e lanciare il pallone senza fermarsi. Ogni volta che l’educatore o l’allenatore lo riprendeva si fermava, si scusava e abbracciava fortissimo chi lo aveva ripreso. Dopo aver assistito agli insulti e alle percosse della mamma, che lo aspettava fuori da scuola, tutto è stato più chiaro: U. aveva bisogno di affetto e considerazione.

Ma non sono bastate dimostrazioni di affetto, perché U. l'affetto non sa che cosa sia. Non conosce la rabbia, né la tristezza, né la gioia. Il ragazzino è pieno di emozioni a cui non sa dare un nome e che a volte lo fanno esplodere diventando una furia. U. svolge gli esercizi e poi improvvisamente si butta a terra, si contorce, tenendo la testa stretta tra le mani e urla finché ha fiato in corpo. Non inveisce mai contro un compagno, mai contro l’allenatore. Il suo è un urlo fine a se stesso, probabilmente una richiesta di aiuto. L'obiettivo di Laureus si è trasformato strada facendo: insegnare a U. a fidarsi dell'educatore, dell'allenatore, dei compagni, affinché non sia solo nel processo decisionale, imparando a dare un nome a quella furia che si porta dentro. Ancora oggi U. è molto incostante, vittima delle tante emozioni che deve elaborare. Riesce a partecipare attivamente ad alcuni allenamenti, mentre in altri perde totalmente il controllo. Se in principio era necessaria un'ora di tempo per riuscire a calmarlo e a farlo parlare, oggi U. riesce a calmarsi in poco tempo, e con l'aiuto dell'educatore riesce a spiegare cosa gli impedisce di giocare tranquillamente con gli altri bambini. Anche a distanza di un anno è difficile aiutare U., per via della sua cultura di appartenenza, ma non è impossibile. Lo sport lo aiuta ad incanalare tutta la sua rabbia in un tiro, in un passaggio, in una sconfitta o in una vittoria.

 

S. è il fratellino di U. Da quest’anno insieme condividono l'esperienza Laureus del minibasket. L'anno scorso S. giocava nel gruppo piccoli, era taciturno e si isolava. Durante ogni sessione di lavoro portava all'allenatrice un disegno per esprimere quello che non riusciva a comunicare a parole. S. è un bambino molto timido, con difficoltà scolastiche, forse cognitive o forse dettate dalla disperata richiesta di attenzione. Quell'attenzione che al campo nessuno ti dà se non sei un po' prepotente.  S. avverte forte il bisogno di sentire che qualcuno, anche un insegnante di sostegno, è lì solo per prendersi cura di lui. S. vive all'ombra del fratello, si mostra passivo di fronte all'esuberanza di U. o di chiunque gli stia intorno. Spesso si protegge la testa con la mano quando l'allenatore alza la voce per richiamarlo. In classe S. è un bambino cupo che cammina a testa bassa, un bambino che "ha qualcosa che non va", ma quando entra nello spogliatoio e indossa la sua "maglietta da basket" sorride e corre a prendere un pallone. Nonostante la sua alta soglia di tolleranza alle tante cose brutte che percepisce intorno, a volte S. esplode e scoppia a piangere senza sapere esattamente cosa abbia. Cerca disperatamente un abbraccio che lo faccia sentire protetto e accolto per quello che è: un bambino di 9 anni.

Appena la palla entra nel canestro S. si sente un po’ più sicuro di sé. Agita le braccia in campo per farsi vedere, ringrazia l'allenatore ogni volta che gli dice "bravo" e abbassa lo sguardo sorridendo come a custodire gelosamente la piacevole sensazione di essere bravo: un bravo fratello, un bravo bambino e un bravo giocatore di basket. Quando S. ha la palla tra le mani ogni cosa torna ad avere una valenza positiva e il mondo che lo circonda non gli fa più paura. 

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