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Nba, Curry-Harden sfida MVP. E per noi merita Curry!

Ai primi di maggio l'assegnazione del premio individuale più ambito, che però non celebra il migliore in assoluto - che rimane LeBron James - e non finisce quasi mai a chi vince poi il titolo con la sua squadra. Ai playoff la vera sentenzatwitta

martedì 21 aprile 2015

TORINO - Un paio di mesi con poche ore di sonno, oppure incatenati agli aggiornamenti continui in arrivo dal web, dai social, dalla stessa Nba Tv. Svegliandosi con la necessità primaria di informarsi su ciò che è successo nella nostra notte. Ci siamo, i playoff Nba sono entrati nel vivo. Il momento in cui ogni palla a canestro ha un valore, dopo una lunga preparazione a tratti esaltante, checché se ne dica del peso e lo spettacolo nella stagione regolare. Ma oltre a guardare le partite e spenderci in pronostici, c’è pure tempo per immaginare - magari tifare - a proposito dell’assegnazione dei premi individuali Nba. Che peraltro pesano, per chi li vince, anche al capitolo contratti di sponsorizzazione.

I PREMI INDIVIDUALI - Ebbene, la Nba ha vissuto una stagione rivoluzionaria, con l’ascesa alla massima ribalta, di nuovi fenomeni. Perché Kobe Bryant, legge dell’età, declina. E ormai non ci sono soltanto il prescelto LeBron e l’ineguagliabile Kevin Durant. Anzi, KD quasi non si è visto, causa mille guai al piede. E Rose sta recuperando la condizione soltanto adesso per i playoff. E allora è stato l’anno di "Russ maniac" (Russell Westbrook, rimasto fuori dai playoff), di Kyrie Irving (però a fianco di LeBron), dell’albatros Anthony Davis, in parte anche di Kawhi Leonard (con l’asterisco del giocare con Duncan e Parker e Ginobili e dell’essere nel platoon system Spurs).

LA STAGIONE DI CURRY E HARDEN - Ma in particolare è stata la stagione di Steph Curry e James Harden. E sono loro ad attendere e farci aspettare i primi di maggio, quando sarà nominato l’MVP di stagione. Premio che dà lustro e fa discutere. Chi scegliereste voi? Noi ci sbilanciamo: Steph, il piccolo grande uomo, emerso dalla diffidenza passata per quel fisico così esile. Genio, fantasista inaudito, con qualità e fondamentali da mostrare ai bimbi e carattere da sbalordire. Per a egoista. Steph perché, al di là dei 23,8 punti, col 44,3% da 3 e il 91,4% ai liberi, il record di triple messe in un anno (286!), dei 7,7 assist sposati a 4,3 rimbalzi, è cresciuto in responsabilità e attitudine difensiva. E’ il leader della miglior squadra e con il gioco più affascinante, spettacolare e redditizio sul pianeta: i Golden State Warriors. E perché ciò che fa avvicina i normodotati a un gioco di giganti. Rende possibile l’impensabile. Detto questo il barba Harden, è solista spaventoso e inarrestabile, capace di caricarsi Houston sulle spalle e portarla al secondo record a Ovest, con 28,4 punti, 5,7 rimbalzi, 7 assist, in un sistema estremo come quello Rockets, che privilegia tiro da tre o da sotto, senza mezze misure. In una squadra priva del totem Howard per metà campionato. Harden il jazzista, che gioca a un ritmo assolutamente personale. Il limite? Quello di Westbrook, quello che aveva un tempo persino Jordan. Fidarsi dei compagni, adeguarsi, mettere al servizio la propria onnipotenza. Ma se il premio va a chi rende migliore la sua squadra, Harden è un candidato crediblissimo.

IL RE DELLA NBA - Oh, poi l’Mvp nei tempi moderni tende a non premiare chi poi vince il titolo. Negli ultimi 10 anni è successo soltanto due volte, sempre con LeBron James (nei due titoli di Miami 2012 e 13). E per ritrovare un Mvp poi con l’anello al dito bisogna risalire al 2002/03 di Tim Duncan, al 2000 di Shaquille O’Neal. Ecco, a tal proposito: ora è un duello, forse si ripeterà in futuro. Ma su una cosa non c’è dubbio, i migliori di stagione non sono i migliori in assoluto. Perché c’è un solo re nella Nba attuale. Piaccia o meno, è LeBron James. Partito lui Miami è fuori dai playoff, mentre Cleveland punta dritta al titolo. E’ il più completo, decisivo, dominante. Gli altri possono sfidarlo e aspettare. In ottobre tornerà Durant, né bisogna dimenticare nell’elenco dei delfini del sovrano Paul George, appena ripresosi dalla terribile frattura alla gamba dell’estate 2014. Cresceranno i ragazzi, soprattutto il giovane “pellicano” Davis. Ma come LeBron per ora non ce n’è.

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