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Intervista a Prandelli: «Io e la Juventus: la verità»
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Intervista a Prandelli: «Io e la Juventus: la verità»

Il retroscena di quando il tecnico del Genoa fu vicino alla panchina bianconera: «La Fiorentina diede l'ok, poi mi attaccò e mi spinse in azzurro»

di Alessandro Vocalelli giovedì 7 febbraio 2019

TORINO - Prandelli, oltre 550 panchine, un maestro di calcio. A proposito, cominciamo da qui. Sulle figurine, da calciatore, c’era scritto: Prandelli Claudio. Ma insomma, Cesare o Claudio?
«Cesare, Cesare. Sai come nasce questa cosa? Il giorno del battesimo, il sacerdote chiede: come si chiama questo bel bambino? Mio nonno risponde di getto: si chiama come me, Cesare, bel nome vero? Ma mio padre che non era convinto, senza dir nulla a nessuno andò al Comune e mi diede il nome Claudio. Io in famiglia sono Cesare per tutti, poi a 14 anni mi serve un documento e scopro…. di chiamarmi Claudio. Non ho potuto far altro che aggiungere Cesare come secondo nome. Ma la cosa mi ha anche creato qualche problema. I primi tempi, nelle giovanili della Cremonese, un allenatore mi riprende e mi fa a brutto muso: oh, ma vuoi rispondere quando ti chiamo… Ho dovuto spiegargli che se mi chiamava Claudio, io facevo fatica a capire che ce l’avesse con me…».

Dicevamo: oltre 550 panchine. Ti senti un allenatore compiuto oppure c’è sempre la voglia di sperimentare?
«Penso sempre a sperimentare, perché non bisogna mai smettere di provare a migliorarsi. Nel calcio non c’è più niente da inventare ma si può lavorare su certi concetti, interpretandoli al meglio. E io non smetto di provarci. Mi sento gasato, ho un entusiasmo che non ti dico».

Hai un rimpianto?
«Facevo questa riflessione qualche giorno fa con i miei figli. E sono arrivato alla conclusione che, certo, qualche cosa si poteva anche fare diversamente, che questo è un lavoro magari stressante ma bellissimo proprio per questo. Basta poco per girare pagina, lanciarsi in una nuova avventura e dimenticare le amarezze».

A proposito di figli e amarezze. Fece scalpore quando volesti tuo figlio a lavorare con te. Adesso lo fa anche Ancelotti e giustamente nessuno si scandalizza.
«Sì, fu creato un polverone dal niente. Io lo inserii nello staff della Nazionale non perché fosse mio figlio, ma perché mi serviva uno con le sue competenze. E comunque lui lo fece gratis, senza prendere una lira. Ma questo fu taciuto, non era funzionale al problema che si voleva creare».

Meglio Prandelli calciatore o Prandelli allenatore?
«Bella domanda. Da calciatore avevo molte aspettative, ma mi accorsi facilmente che alla Juve, con tanti campioni, dovevo mettermi in fila. Da allenatore sei tu e basta, non devi misurarti con gli altri ma solo con te stesso. Forse da tecnico ho fatto qualcosa di più».

Ho il dubbio che la panchina della Nazionale sia arrivata un po’ troppo presto. Avevi poco più di 50 anni, eri lanciato, magari era meglio aspettare un po’.
«Hai ragione. Ci ho pensato, sì, anch’io credo che sia arrivata un po’ troppo presto. Però ci furono due cose a spingermi. Primo l’amore per la Nazionale. Se ti chiama l’Italia, come fai a dire no? E poi ci fu una dichiarazione della Fiorentina: “Lo abbiamo accasato alla Nazionale”. Dissero così: lo abbiamo accasato. Malgrado avessi ancora il contratto, mi sembrava chiaro cosa volessero».

Sempre quell’anno però si diceva che potessi andare alla Juve.
«Vero, c’era quella possibilità. Lasciamo stare…».

No, non lasciamo stare. La Fiorentina, così trapelò, era seccata dal fatto che tu stessi trattando con la Juventus.
«Allora, una volta per tutte, la vuoi sapere la verità? I dirigenti mi dissero che ero libero di trattare con chiunque. Poi una mattina apro un giornale e leggo un attacco feroce per questa cosa. Incredibile: mi avevano dato loro il via libera! Allora risposi: bene, io sono pronto a firmare per cinque anni con la Fiorentina. E loro mi “accasarono” in Nazionale… Un’altra cosa, solo per essere chiari. Io avevo un altro anno con la Fiorentina. Me ne andai, lasciando quel contratto sul tavolo, senza pretendere nulla, la classica buonuscita, malgrado avessero una gran fretta di chiudere con Mihajlovic».

Torniamo alla Juve, Prandelli calciatore. Anno ’79. Il primo ricordo?
«L’incontro con Boniperti. Mi disse subito: ragazzo, sei qui - come tutti gli altri - per vincere. Dunque, mi raccomando, lavoro e lavoro. E poi la prima partita a Villar Perosa, con la famiglia Agnelli a bordo campo. Da brividi. Comunque ti dicevo di Boniperti. Secondo me è stato il più grande dirigente della storia del calcio. Discuteva i contratti, era il referente unico e assoluto. Quando sono arrivati i procuratori, capì in due minuti che era meglio mollare tutto, che non sarebbe stato più il suo mondo...».

Ma alla Juve cos’è che ti insegnano? La disciplina? Il senso di responsabilità?
«Alla Juve non devono spiegarti nulla, non devono insegnarti nulla. Tu arrivi, e come successe a me, cominci ad allenarti con Zoff, Tardelli, Bettega. Vedi come lavorano loro e capisci che devi adeguarti».

La pagina più drammatica. La tragedia dell’Heysel.
«E’ una partita che nessuno avrebbe voluto giocare, Boniperti per primo. Noi, dagli spogliatoi, non capivamo cosa era successo. In tv si vedevano cose che noi neppure immaginavamo. Famiglie di tifosi passavano dallo spogliatoio e giustamente non ci degnavano di uno sguardo, pensavano solo a scappare e noi li aiutavamo a passare dall’altra porta. Venne Boniperti e ci disse: “Sembra che ci sono stati due morti, non giochiamo”. Ma il delegato Uefa si impose e ci mandò in campo. Tutti noi eravamo convinti che si sarebbe giocato un solo tempo per organizzare i soccorsi e il deflusso. All’intervallo sempre lo stesso delegato ci obbligò a giocare anche il secondo tempo. Io entrai a dieci minuti dalla fine, un’esperienza terribile».

La Juve ora è tra le favorite di questa Champions?
«Una delle 3-4 favorite. La Champions dipende da tante cose, da un episodio, da un infortunio. Per la Juve è fondamentale recuperare Chiellini e mi sembra che ci siano buone notizie in questo senso. Lui è come uno di quelli - Zoff, Tardelli, Bettega… - di cui ti parlavo».

Molti dicono che sia stato un errore far andar via Benatia.
«Per come ha operato la Juve negli ultimi dieci anni, è dura pensare che stavolta abbiano sbagliato. Avranno avuto sicuramente le loro buone ragioni. La Juve non fa scelte di pancia».

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