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LM002 - la "Rambo Lambo" made in Italy

LM002 - la "Rambo Lambo" made in Italy

I super SUV, oggi molto diffusi, hanno un'unico genitore, costruito in Italia e commercializzato nel 1986. Un mostro da 450 cavalli uscito dalle officine di Sant'agata Bolognese con il nome di LM002twitta

martedì 11 aprile 2017

A seguito della Guerra del Golfo, nel 1992, il management della AM General che per l’esercito produceva la il veicolo Humvee (High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle), decise di iniziarne la produzione civile. Nacque così l’H1, un vero e proprio gigante che, nonostante il prezzo e gli elevatissimi consumi, ebbe un enorme successo, assieme ai suoi derivati H2 e H3, più piccoli ma ugualmente potenti.

Auto che, impiegate inizialmente dall’esercito per il trasporto truppe nelle piste sabbiose e nelle strade battute del Golfo Persico, rispondevano a esigenze di robustezza e adattabilità, con una linea squadrata e spigolosa che, certamente non aerodinamica, esprimeva forza e potenza. La guerra del Golfo, la prima trasformata in un evento mediatico, con una copertura continua di immagini, spesso in diretta e riprese dai caschi dei militari Americani, diede al veicolo una visibilità a livello planetario e la H1, sua versione civile, del tutto simile all’originale se non per le necessità di omologazione, ebbe un successo clamoroso, negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, portando poi alla produzione di due versioni più piccole e maneggevoli, la H2 e la H3, e alla declinazione di infinite fuoriserie, destinate ai mercati europei e asiatici. Un successo tutto made in USA quindi?  Non proprio. Per capire dove nasce l’Hummer, bisogna fare qualche passo indietro, verso la fine degli anni ‘70, e spostarsi dagli Stati Uniti in Italia, più precisamente a Sant’Agata Bolognese, nei capannoni della “Lamborghini Automobili”, fabbrica che rappresenta una eccellenza in fatto di auto sportive, ma che eredita il suo genoma dalla fabbrica di trattori Lamborghini, letteralmente esplosa nel dopo guerra, grazie al genio, la caparbietà e la lungimiranza del suo fondatore, Ferruccio Lamborghini.

È il 1976 e Ferruccio Lamborghini, da 4 anni e a sorpresa, ha lasciato guida e proprietà della “Lamborghini Automobili”, cedendo le sue quote a un ricco industriale svizzero ma di origini italiane, Henri Rossetti, per poi ritirarsi in Umbria a produrre vino, rosso, molto apprezzato, a cui ha dato il nome “sangue di Miura” (perché in qualche modo, il sogno delle auto gli doveva essere rimasto nell’anima). In America la Mobility Technology International, su richiesta della High Mobility Vehicle, ha appena finito di assemblare un prototipo di auto per l’esercito americano (e per i ricchi proprietari dei pozzi di petrolio) denominato Cheetah. L’auto viene subito inviata in Italia, perché i tecnici di Sant’Agata ci mettano mano e la preparino per la produzione in serie. Sembra quasi una consulenza, dalla quale nasce la LM 001 che però non arriverà mai in produzione: motore poco potente (“solo” 180 cv), errori di bilanciamento, peso eccessivo e, per ultima una disputa tra la MTI e la Lamborghini, finita quasi davanti al giudice, per l’eccessiva somiglianza tra la LM 001 e la Cheetah. Una accusa di plagio, ma una vera bestemmia che deve essere rimbombata nei capannoni di Sant’Agata, per chi modellava forme aerodinamiche e scatenava cavalleria, chiusa a forza dentro cofani mai disegnati prima, e poi assemblati per essere invidiati e ammirati in tutto il mondo, come unicità di un prodotto di eccellenza dell’ingegno italiano, a pochi chilometri da altri due santuari del design e della forza bruta, racchiusa in cilindri e pistoni, come Maranello e Borgo Panigale. 

Non poteva finire qui. Qualcosa dell’irascibile carattere di Ferruccio Lamborghini, che creò la “fabbrica automobili” per fare un dispetto al patron Enzo Ferrari, tra le linee di produzione, doveva essere rimasto e quindi si decide di continuare. A testa bassa, per produrre un’auto che non c’è mai stata prima, destinata a chi ama i motori e che abbia voglia di sfidare le condizioni più estreme per bisogno, ma soprattutto per il puro piacere di guidare.

Nasce così la LM002, auto enorme con due metri di larghezza e quasi cinque di lunghezza, il peso di tre tonnellate e gli interni “a richiesta” anche in pelle. Come muovere un simile gigante? Sono ancora lontani gli anni dei maxi SUV e dei motori ipercompressi turbo assistiti, e poi la LM 001, con 180 cavalli era stata giudicata quasi inguidabile. Il problema viene risolto in fretta, del resto la cavalleria in casa Lamborghini non è mai stata un problema, anzi, nessuno riesce a esprimere tanta potenza come le auto del toro che carica. Si decide (una vera rivoluzione) di utilizzare il motore V12 della Countach, addomesticato a 450 CV e (altra rivoluzione) di alloggiarlo nel cofano anteriore dell’auto, rendendola più bilanciata e guidabile. La trazione   posteriore, con l’anteriore inseribile manualmente e tre differenziali autoblaccanti, assieme a un set di pneumatici creato ad hoc da Pirelli, rendevano l’auto particolarmente maneggevole nel fuoristrada, dove la LM 002 aveva degli angoli di attacco a dir poco mostruosi. Sull’asfalto inoltre l’auto aveva un’accelerazione da 0 a 100 in 7,8 secondi e una velocità di punta di 220 km/h. Un vero e proprio record per un’auto che, in moto, pesava come due BMW serie 3 e che all’epoca era l’unica rappresentante di un settore (quello dei SUV) che ancora non esisteva.  A causa dei consumi non proprio morigerati dichiarati dalla casa di 20 litri per 100 chilometri, ma ampiamente al di sotto di quelli reali (stressando l’auto alcuni proprietari hanno dichiarato di essere a un rapporto 1:1 tra litri di benzina e chilometri percorsi), la LM 002 disponeva di un serbatoio record capace di 190 litri di benzina.

Il prezzo di lancio era di 220 milioni di lire e il progetto prevedeva la produzione e la commercializzazione di 301 esemplari ma, visto il successo di oltreoceano si arrivò, tra il 1986 e il 1991 a produrre 328 “Lambo Rambo” come l’auto venne poi scherzosamente battezzata.

Un’auto poco conosciuta, almeno in Europa, e dissimile dai moderni SUV, molto più leggeri, maneggevoli e dotati di ogni comfort. A guardarla oggi però la LM 002 è identica all’H1 di casa Hummer, nella forma, nei consumi ma non nel motore, con le linee squadrate, le ruote altissime e l’imponente massa di 3 tonnellate. Un’auto che ha fatto storia, tracciando una pista che oggi è terreno di scontro di tutte le più grandi aziende produttrici al mondo, e dove la stessa Lamborghini tornerà con la Urus, il SUV da 600 cavalli che arriverà nei concessionari dal 2018.

Con poca generosità e ancor meno competenza, la rivista inglese Time ha inserito la LM002 tra le 50 auto più brutte di tempo, “per la pessima clientela” che avrebbe acquistato l’auto nel corso del tempo. Probabilmente il giornalista che ha stilato la classifica si riferiva a una delle auto, trovata nel garage e nella disponibilità di Uday Hussein, figlio di Saddam, durante la guerra del Golfo, nel 2004. Probabilmente senza riconoscerla un soldato (inglese), ha letteralmente riempito l’auto di esplosivo e poi l’ha fatta saltare vicino un muro di contenimento per valutare l’effetto degli esplosivi sulle protezioni per gli edifici. Un vero torto per gli amanti delle auto, un crimine, non contro l’umanità, ci mancherebbe, ma di guerra, tra i tanti, tantissimi che in ogni conflitto vengono commessi.

Tags: lamborghini

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