Viaggio su tre ruote con Roberta Amadeo

La campionessa di handbike, al fianco di AISM da molti anni, si racconta attraverso la sua grande passione: lo sport
Viaggio su tre ruote con Roberta Amadeo

Un uragano di consapevolezza e forza: lei è Roberta Amadeo, campionessa di handbike e figura storica dell'AISM, di cui è stata per due volte Presidente Nazionale. «Non siamo persone deboli da accarezzare con lo sguardo, e neppure eroi che sfidano l’impossibile» dice. «Siamo semplicemente atleti. Abbiamo le nostre possibilità e le usiamo. Altri, con diverse possibilità, vanno in altro modo. Ma l’importante per noi è andare». 

 

Qual è la gara che sicuramente resterà nel suo cassetto dei ricordi?
«Quella di Rosenau, in Francia. Venivo da un momento difficile, ero appena stata operata. Non ero per niente in forma. E sono andata proprio per misurarmi con i miei limiti, per valutare in presa diretta dove e come dovevo migliorare. Al contrario, certo, di quelli che si presentano solo quando sono al massimo della forma. Per me la prima sfida è sempre con me stessa, il primo imperativo è capire come essere sempre un po’ migliore».

 

Ma l’handbike è una cosa per pochi o per tutti?
«Dipende da quello che una persona cerca. Prima di arrivare alla gara, e magari anche senza mai arrivarci, può esserci la voglia di stare all’aria aperta e guardare il cielo, col sole o con le nuvole. La voglia di “fare sport per sport”, di uscire di casa per una passeggiata in libertà con tuo figlio o per andare a pranzo con gli amici in quella trattoria speciale che si trova a dieci chilometri da casa tua e che con l’handbike si raggiunge in pochi minuti. E poi oggi ci sono biciclette sempre più performanti. Solo pochi anni fa sembravano carriole con tre ruote, oggi sono leggerissime. E ci sono anche le handbike con pedalata assistita. Hanno anche una batteria che interviene quando il ciclista non ce la fa più».

 

Ma quanto costa una bicicletta delle vostre?
«Di seconda mano si trovano a mille euro. Quella che ho io, sempre di seconda mano, è costata circa tremila e ottocento euro. Nuove arrivano anche a 6-8 mila euro… senza optional. Mi sto battendo perché le società ciclistiche siano messe in grado di avere a disposizione una handbike da fare provare alle persone. Così, intanto, si può sperimentare senza spendere. Poi, se ti appassioni, il modo di superare l’ostacolo del costo lo trovi. Te la fai regalare da chi ti vuole bene, per esempio. Anche perché, come dice una pubblicità, ci sono cose che non si possono comprare. Stare bene, sentirsi bene, anche con la sclerosi multipla, è meglio del doping: è un altro vivere. Non ha prezzo. Poi, negli ultimi anni, anche la ricerca scientifica ha trovato evidenze che lo sport nella sclerosi multipla fa bene, che non è controindicato. Certo, bisogna sempre che il nostro medico ci segua e ci aiuti a capire quali sono i livelli di fatica che possiamo sostenere. Ma intanto possiamo oggi fare sport avendo anche alle spalle una certa sicurezza “scientifica”. E non è poco».

 

Ma per stare bene bisogna per forza fare fatica e mettersi nei pericoli di una strada con tanto di traffico annesso?
«Si possono scegliere piste ciclabili più protette per fare delle passeggiate o uscire in strade di campagna, meno trafficate. Ora stanno facendo handbike che assomigliano alle mountain bike, per poter andare su sentieri non asfaltati. Le soluzioni possibili sono tante, occorre un po’ di voglia e passione».

 

Lei, però, è un’atleta, non le basta passeggiare. Quanto si alleni? E come regge i carichi di lavoro?
«Non tutti i giorni. Serve un piano ben calibrato e compatibile con la tua salute della giornata. Io ho la bici in garage: appena faccio la rampa per uscire, che è in salita, mi accorgo se è una giornata sì o una giornata no. E su questo mi regolo e decido che allenamento fare per quel giorno. È capitato anche di tornare indietro. La prima cosa è sempre ascoltarsi, questo è il vero segreto. Se faccio 50-60 chilometri forse sono troppi, e me ne accorgo. Allora cerco di farne bene, in velocità, al massimo 30, gli altri sono per passeggiare e riprendermi. Poi, per esempio, io tendo ad andare in agilità. Preferisco rapporti più corti, che chiedono minor sforzo ma più costante. Per la bici, come per il nuoto che mi piace, bisogna sempre confrontarsi con chi ci segue, senza esagerare. Vogliamo fare sport per stare bene, non per soffrire».

 

Sui traguardi del Giro c’è sempre lo striscione di AISM. In cosa si assomigliano l’Associazione e l’handbike?
«Sui nostri circuiti si vedono spesso gli atleti mettersi uno dietro l’altro, come i vagoni di un treno. Quello che sta davanti tira per tutti. Lui si stanca molto, ma gli altri in scia vanno veloci senza sforzi. E sono pronti a dare il cambio. Il ciclismo è uno sport individuale, nessuno può pedalare al posto tuo. Ma se ci si mette insieme, come un trenino, allora si va tutti più veloci – perché chi è davanti dà sempre il massimo – e si arriva più lontano. AISM è proprio così: un movimento dove ognuno deve metterci tutto se stesso. Nessuno pedala al posto tuo. Ma se ci si mette insieme, se siamo una vera “associazione”, un’unione di forze, allora si va tutti più veloci e si arriva prima al traguardo».

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