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Olimpiadi vicine, ma non c'è neve. Vancouver trema

Olimpiadi vicine, ma non c'è neve. Vancouver trema
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© Foto REUTERS
 
Il tempo è inclemente e i costi sono superiori alle attese
VANCOUVER, 9 febbraio - La maledizione dei Giochi scuote il sistema nervoso dei canadesi: le due precedenti edizioni delle Olimpiadi organizzate - Montreal '76 e Calgary '88 - non hanno regalato medaglie d'oro (paradosso per una potenza sportiva e record mondiale negativo) ma tasse da pagare per qualche decennio. Ora ci si mette il clima mite che minaccia di trasformare in Fantozziadi le gare in montagna.

MALIGNITA' - «E se piovesse per due settimane?» il titolo maligno di un giornale di Toronto sull'assenza di neve ai Giochi fotografa la paura di una nazione che già fa sondaggi sul bilancio economico delle Olimpiadi invernali: il 90% dei canadesi pare rassegnato, sarà in rosso. E via con le imposte, che anche a queste latitudini sono più probabili delle nevicate. Eppure i timori sul piano puramente sportivo stavolta sembrano davvero eccessivi: se il sospirato (e da tutti pronosticato) successo nell'hockey ghiaccio anche in questa occasione, come a Calgary, non dovesse arrivare resterebbero comunque molti gli atleti biancorossi da gradino più alto del podio.

I SOGNI - Tutto il Paese sogna con Sydney Crosby, stella nazionale di hockey che con i suoi nove milioni di dollari di ingaggio l'anno potrebbe dare una mano nel caso di insuccesso sportivo ed economico. Il Quebec francofono invece polarizza la sua attenzione sul virtuoso dello snowboard Jasey-Jay Anderson. Un cognome che è una garanzia in Canada da quando una certa Pamela, complice la chirurgia estetica e la tv, è diventata la bagnina più famosa del mondo. Ci sarà la vistosa attrice alla cerimonia di apertura di venerdì sera? E Celine Dion con il suo amico Michael Bublè non faranno la figuraccia di mancare alla festa di casa?

INTERROGATIVI - I giornali canadesi sono pieni di interrogativi. Una certezza, purtroppo per loro, già ce l'hanno: chi non ci sarà allo stadio di Vancouver è il grande freddo, che martella l'altra costa, quella Est, del Nordamerica. Altre speranze sportive uniscono una nazione divisa perlomeno in due identità e lingue, inglese e francese, e inseguita dai fantasmi del passato rappresentati dagli Inuit, i discendenti degli antichi abitanti. Questi ultimi minacciano di trasformare la cerimonia in una passerella di contestatori, neanche le Olimpiadi fossero il G8.

MEDAGLIANDI - È da medaglia d'oro l'acrobata degli sci Jennifer Heil. E la conoscenza delle piste di Whistler potrebbe trasformare il rango di Manuel Osborne Paradis, capace quest' anno di due vittorie in Coppa del Mondo di sci. Per sfatare il tabù del medagliere in bianco il Canada ha investito forte: l'equivalente di quasi 100 milioni di euro a disposizione di un organismo ad hoc (lo hanno chiamato "own the podium", possedere il podio) per vincere finalmente un oro in casa dopo i sette ottenuti quattro anni fa a Torino.

LEZIONI - Fanno la conta delle medaglie possibili, i canadesi. E con gli scongiuri del caso si accreditano addirittura di un testa a testa in classifica con la favoritissima Germania. «La lezione di Calgary - ammette Nancy Greene, leggenda vivente e senatrice canadese grazie soprattutto al ricordo del suo successo olimpico nello slalom gigante a Grenoble '68 - ci è servita: senza un oro non è vera Olimpiade». Per la verità, anche senza la neve: ma per quella non c'è organismo o investimento che tenga.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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