Garantisce che non è stufo di raccontare l’urlo di Madrid, perché in fondo è anche grazie a quel gol e a quella corsa felicemente folle se pure le nuove e nuovissime generazioni lo fermano e gli chiedono i selfie. Marco Tardelli ha scritto la storia del decennio che va dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta: e lo ha fatto vincendo un Mondiale con l’Italia, tre trofei europei (più un quarto, in teoria il più prestigioso ma da lui non riconosciuto, come racconta in questa intervista), cinque scudetti e due Coppe Italia con la Juventus. In quel Mondiale segnò il primo gol all’Argentina, quello che diede la scossa a una squadra fino a quel momento abulica e poi improvvisamente rinata e capace di entrare nella leggenda. E segnò la rete che tramortì definitivamente la Germania Ovest, già annichilita da Pablito Rossi. Marco Tardelli ha scritto la storia del decennio che va dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta: però, essendo un toscano atipico, introverso, poco cerimonioso, mantiene la linea del low profile anche a distanza di tempo.
Tardelli e l'arrivo alla Juve
Tardelli, estate 1975. Ti voleva la Fiorentina, ti voleva soprattutto l’Inter: il presidente Fraizzoli era convinto di avere in tasca l’accordo con il Como per 700 milioni e invece Boniperti lo beffò offrendone 950...
"Arrivare alla Juve fu molto emozionante. Ero felicissimo, ovvio, però ritrovarmi di fronte all’avvocato Agnelli, a Boniperti, a Zoff mi fece vivere anche attimi di grande tensione. Non erano persone da temere, no, però bisognava stare attenti a come ci si comportava. Boniperti mi mandò subito a tagliare i capelli, per dire. Era un messaggio chiaro sulle regole della società, su cosa ci si aspettava da un calciatore anche nei dettagli minimi, all’apparenza insignificanti. L’Avvocato fino a quel momento l’avevo visto soltanto alla televisione. Era un principe. Mi è sempre stato vicino, anche nei momenti meno facili".
Com’è stato entrare in uno spogliatoio così importante? (Ride)
"Entri, ti siedi dove dicono, stai zitto e ascolti".
In quel momento hai avuto la consapevolezza che la tua vita stava cambiando, che la tua carriera stava cambiando in modo definitivo?
"In realtà non ho mai immaginato quello che sarei potuto diventare. Io volevo solo giocare a calcio e ci sono riuscito. Poi è chiaro che si cerca di fare sempre del proprio meglio e che raggiungere certi livelli è stimolante".
La Torino degli anni Settanta non era quella che conosciamo adesso. Era ancora una company town, la città della Fiat, che dettava ritmi e orari ai suoi dipendenti. Le Olimpiadi Invernali erano lontanissime...
"I piemontesi sono un po’ chiusi, si sa. Valutano, studiano prima di dare confidenza, anche se certamente un calciatore era avvantaggiato. Mi sono trovato bene. Ma devo dire che per me è sempre stato così: sono uno che sa stare con se stesso, non sento il bisogno di essere per forza in mezzo alla gente".
Tardelli e gli anni alla Juve
Nella Juventus ci fu subito il debutto in Coppa Italia, poi quello in campionato. E in quella stessa stagione arrivò la convocazione in Nazionale: il 7 aprile 1976 proprio a Torino contro il Portogallo.
"Di quell’anno ricordo soprattutto un’altra partita con la maglia azzurra, quella giocata a novembre contro l’Inghilterra, a Roma. Vincemmo 2-0 ed era un successo importantissimo nelle qualificazioni per il Mondiale. Marcai un avversario fortissimo come Kevin Keegan, stella del Liverpool e della nazionale".
Invece non arrivò lo scudetto, in quel 1976.
"Lo avevamo quasi vinto, ma lo buttammo al vento perdendo tre partite di fila tra marzo e aprile, compreso il derby. Però quel Toro era fortissimo, era una squadra bellissima".
Che riusciste a mettere alle spalle nella stagione successiva, quella pazzesca dei 51 punti a 50: una cavalcata memorabile nella quale la Juve e il Toro annientarono tutte le avversarie.
"Un campionato incredibile, vissuto punto a punto per tutte e trenta le giornate senza poter mai levare il piede dell’acceleratore".
L’avvento di Trapattoni rappresentò non solo il ritorno alla vittoria ma anche una rivoluzione tattica che ti riguarda, con la trasformazione da terzino a mezz’ala.
"Sì, mi reinventai nel ruolo che rimarrà mio per tutta la carriera. E insieme allo scudetto conquistammo la Coppa Uefa, il primo trofeo europeo nella storia della società. L’andata si giocò a Torino e vincemmo 1-0 con un mio gol di spalla. A Bilbao segnò subito Bettega, ma l’Athletic era una squadra molto forte: d’altra parte all’epoca la partecipazione alle Coppe era riservata a un numero molto più basso di formazioni e quindi il livello medio era elevato. L’Athletic era molto forte, dicevo, e infatti rimontò e si impose 2-1. Fu una partita di sofferenza più che di qualità, difensiva più che offensiva. Ma conquistare la Coppa nel loro stadio fu bellissimo".
Colgo nell’inciso un certo rimpianto per come erano le Coppe all’epoca...
"Non è una questione di rimpianto. Dico che non sono d’accordo sull’allargamento a così tante società, ma serve al business del calcio e quindi bisogna accettarlo, anche se poi le italiane non riescono più a essere protagoniste. Bisognerebbe avere il coraggio di cambiare, di fare qualcosa di diverso. È un discorso lungo e complesso".
Nel quale rientra anche il Mondiale per club terminato poco più di due settimane fa.
"L’ho seguito poco perché ero in vacanza con i nipotini. È lo stesso discorso di prima: serve al calcio, non ai calciatori. Bisognerebbe averne quaranta in organico per affrontare tutte queste competizioni".
