© ANSALa sera per lui, la notte per noi, il giorno dopo ancora per i lettori. Uno di quei classici mix tra fuso orario e tempi della carta stampata che oggi sono saltati, implosi nell’era digitale e dei social, ma che allora, nell’estate del 1996, crearono un legame indissolubile tra Jury Chechi e la storia davvero di Tuttosport, inteso davvero come tutto lo sport. Ad Atlanta era la sera del 28 luglio, in Italia l’inizio del 29, quando il piccolo rosso già battezzato il Signore degli Anelli dopo quattro titoli mondiali e altrettanti europei si prese finalmente anche i cinque cerchi che l’avevano respinto e fatto piangere di dolore nel fisico e nell’anima quattro anni prima alla vigilia di Barcellona 1992, quando da favorito si ruppe il tendine d’Achille. Nelle edicole l’impresa d’oro, ancora più significativa perché il suo esercizio che rasentò la perfezione (9.887 il punteggio) rappresentò la decima medaglia più preziosa per la spedizione azzurra negli States olimpici, arrivò il 30 luglio. Il giorno del 51° anniversario di nascita del nostro giornale. E ora che lo chiamiamo mentre è vacanziero in Grecia, il Gagarin (il padre lo chiamo Jury in onore del cosmonauta sovietico) della ginnastica italiana e mondiale, racconta un aneddoto che ci riempie d’orgoglio. «La prima cosa che mi viene in mente quando penso a Tuttosport è la prima pagina di quel giornale, dell’edizione della mia vittoria ad Atlanta - ricorda Chechi -. Non è solo perché me la ricordo, ma perché quando tornai a Prato i miei genitori me la fecero trovare incorniciata con la medaglia in una teca costruita da mio padre con le sue mani. Scelsero quella, Tuttosport, non altri giornali rivali e di colorazione diversa per non citarli. Mi stupì. Un bel ricordo. Credo anche per voi…».
Assolutamente Jury. È ancora a casa sua?
«No dai miei genitori. Anzi, da mia madre, visto che mio padre non c’è più. Ma pensarci è dolce, me lo fa ricordare».
Una promessa che gli ha fatto mentre era in ospedale l’ha portata anche a rientrare per Atene 2004 dopo aver perso anche Sydney 2000 per infortunio…
«Già, una promessa che ho mantenuto e rispettato anche con me stesso, portandola fino alla medaglia di bronzo. Avevo 35 anni, chiusi lì e così».
Una vita appeso agli anelli, quasi d’asceta. Dagli Anni 90 ad oggi com’è cambiato lo sport?
«Per me non molto, lo dico subito. La ricerca del risultato, la preparazione attenta, la metodologia degli allenamenti sempre più curata, come l’alimentazione e il riposo si sono ampliate di nuove competenze, ma i principi sono rimasti quelli. Piuttosto è cambiato il modo di comunicarlo, di presentarlo».
Anche lei è contro i Social?
«No, non li demonizzo. Certo che è cambiato molto come viene raccontato e vissuto lo sport, direi la vita in generale, ma alla fine Tuttosport c’è ancora, i giornali pur nelle difficoltà si leggono. Insomma, c’è spazio per comunicare, per raccontare. Oggi è tutto molto più immediato e in più si può interagire con il pubblico in modo diretto, non mediato. Quando gareggiavo i telefonini erano arrivati da poco, non c’era Whatsapp, né Instagram. Ma io certi valori continuo a vederli. Non in tutti e in tutti gli sport, ma li vedo».
Che rapporto aveva con i media da atleta?
«Buono, e l’ho sempre considerato un vantaggio. Sono sempre riuscito ad essere e mostrami per quello che ero, indipendentemente dai risultati, dalla popolarità. Insomma, sono rimasto credibile, sono riuscito a trasmettere i miei principi e i miei valori. Anche per questo credo di aver un buon rapporto con chi raccontava di me».
Anche con Tuttosport?
«Indipendentemente da quella prima pagina finita sui muri di casa, è stato ed è uno dei giornali più importanti del nostro Paese. L’ho letto da atleta e continuo a leggerlo ora da appassionato e da chi si occupa di benessere e di comunicazione. Se penso a quasi trent’anni fa mi vengono in mente Guido Alessandrini, il giornalista che si occupava di ginnastica e col quale ho avuto un ottimo rapporto, e la mancanza dei colori. I giornali allora erano solo in bianco e nero».
Ha parlato di principi e valori: quelli che rendono Jannik Sinner un personaggio amato al di là del fatto che sia diventato numero 1 di uno sport come il tennis.
«Condivido. E mi ci ritrovo, anche se io non ho certo raggiunto i suoi livelli. Credo che con la vittoria di Wimbledon sia entrato in quel ristretto club di atleti dei quali ci ricorderemo per sempre, indipendentemente da quello che sarà la sua carriera. Per le gesta sportive, ma anche per quello che sono e trasmettono fuori dai campi, dalle piste, dai ring. L’ho conosciuto, Jannik, e vi assicuro che è davvero quello che si vede. Un punto a suo favore, una caratteristica molto positiva».
Eppure la gente lo vorrebbe già istrionico.
«Certo, Jannik è molto diverso da Alberto Tomba o Valentino Rossi o Marco Pantani. Nomi di quelli che rimarranno indelebili per sempre. O per andare più indietro Fausto Coppi e Pietro Mennea. Ma credo che Sinner, per come di sta proponendo, diventerà uno di loro».
Chi erano negli anni in cui gareggiava gli atleti che ammirava di più?
«È una domanda difficile, alla quale fatico rispondere, perché molti di loro erano e sono miei amici. Penso a Tomba, ma soprattutto ad Antonio Rossi, uno dei più grandi di sempre anche se in uno sport poco popolare e seguito se non alle Olimpiadi, due volte d’oro con me ad Atlanta ’96. O guardando ad Atene 2004 penso a Stefano Baldini e Paolo Bettini. Per non parlare di campioni che ho tifato, di sport che mi appassionano, come Pantani nel ciclismo, Valentino, Biaggi e Capirossi nelle moto. Tutti conosciuti bene. Come Schumi e la Ferrari che ho sempre tifato. Fare una graduatoria per me è impossibile».
Già ad ascoltarla si capisce la sua passione a 360° per lo sport, davvero Tuttosport…
«Assolutamente».
Con Antonio Rossi quasi trent’anni dopo Atlanta ha vinto Pechino-Express, un reality tv…
«Era da tempo che mi cercavano per farlo con mia fi glia, che non ha mai voluto perché riservata. Come piace a me. L’unico con cui avrei potuto fare un’avventura come quella era Antonio, per l’amicizia e la confidenza che c’è tra di noi. L’abbiamo presa come un’esperienza goliardica, leggera. La gara non era l’asignispetto principale. Poi certo, in noi è scattata la competizione, ma non è che questo ci abbia cambiati. In compenso abbiamo visitato bellissimi posti».
E ha confermato di avere un fisico non certo da ultra cinquantenne.
«Mi piace lavorarci ancora, lo trovo un modo di invecchiare bene, sempre in movimento. E cerco nel mio piccolo di promuovere questa cultura che si può fare qualcosa per il proprio benessere anche senza avere la maniacalità di quando ero atleta. Penso all’alimentazione. Ora qualche pizza me la concedo…».
Tornando alla tv, lo Jury commentatore olimpico con Sara Simeoni piace molto.
«Rientra nel discorso iniziale dell’aver sempre avuto buoni rapporti con gli altri, a cominciare dalla stampa. Con il mostrarsi per quello che si è, con i propri difetti e i propri pregi. Una persona educata, gentile e rispettosa che affronta le cose, soprattutto lo sport, con competenza, capacità di relazione. Alla gente piace. Ma mi sento una persona assolutamente normale».
Come si vivono le Olimpiadi davanti alla tv?
«In modo molto diverso, anche se la tensione e il trasporto che provo quando gareggia un italiano alle Olimpiadi o alle Paralimpiadi è la stessa di quando gareggiavo io».
Fra poco più di sei mesi i Giochi invernali torneranno in Italia vent’anni dopo Torino 2006, quando lei fece lo “sciamano del fuoco” e lo accese per i tedofori: come aspetta Milano Cortina 2026?
«Con grande attenzione e appunto attesa, sperando di poter vedere qualche gara dal vivo, godendomi un momento storico per il nostro Paese».
Quali sono gli atleti e gli sport invernali che segue di più?
«Mi appassiona lo sci, in particolare quello femminile che sta vivendo un momento molto bello. Penso a Brignone e Goggia, due storie di determinazione e classe».
E di infortuni, come il suo…
«Conosco di persona Federica, l’ho anche sentita dopo il ko. Farsi male così, dopo aver dominato la stagione con la seconda Coppa del Mondo e in vista di quella olimpica… Sarà dura, ma ha una determinazione pazzesca e penso che potrà riuscire anche se il suo infortunio è stato molto grave».
Come si affrontano quei mesi?
«Alternando tanti momenti. Un giorno va bene, un altro va male. Bisogna concentrarsi sulle cose positive, anche se superare i momenti difficili che si incontrano in continuazione non è facile».
Terze Olimpiadi invernali in Italia, Roma 60 invece non ha mai avuto seguito.
«Oggettivamente bisogna ammettere che i Giochi estivi sono molto diversi dal punto di vista dei numeri e dell’organizzazione rispetto a quelli della neve e del ghiaccio. Più difficile ospitarli, però sarebbe un sogno. Diciamo che mi considero un uomo fortunato per aver visto un italiano vincere Wimbledon, magari, chissà, potrò esserlo anche assistendo a un’Olimpiade estiva nel mio Paese».
