Beppe Conti: "Tomba, la spia e la tuta di Moser"

Le firme storiche di Tuttosport si raccontano: "Che casino l’esclusiva con Albertone che non parlava con nessuno. Al record dell’ora di Città del Messico credevo solo io, ma i fiamminghi..."

TORINO - Moser e Saronni, Bugno e Chiappucci, quindi Pantani e poi Tomba, passando dal ciclismo allo sci: questi i grandissimi campioni che hanno tessuto la tela della carriera di Beppe Conti, dal 1976 al 2010 a Tuttosport del quale è stato per molti anni inviato speciale, quindi attuale volto noto della Rai di cui è opinionista. "Non ho la penna di Ormezzano o Caminiti, sono sempre vissuto a caccia di scoop e penso di averne realizzati parecchi". Senza dubbio: Conti è sinonimo di autorevolezza, competenza, e lavoro duro, teso ad avere la notizia che gli altri non hanno, parlando di ciclismo e sci. "Sono entrato a Tuttosport nel 1976 dopo un anno di corteggiamento da parte di Ormezzano. Ero alla Gazzetta dello Sport e sognavo, da sempre, di seguire un Giro d’Italia. Speravo di essere inviato per quello del 1976, ma in quello stesso anno riassunsero Gianni Brera e la mia speranza andò a infrangersi. Fu allora che decisi di cedere alle lusinghe di Gpo e, il 1° settembre, varcai la soglia di Tuttosport. Giornale con il quale sono andato oltre i sogni, visto che il Giro d’Italia l’avrei poi seguito 47 volte. Con la Gazzetta, però, mi godetti l’ultimo scudetto del Torino, la squadra della quale sono tifoso. Ritengo Coppi il più grande ciclista della storia anche per quanto fece nel 1949, circa quaranta giorni dopo la tragedia di Superga: per onorare il Grande Torino, avrebbe poi confidato, andò in fuga solitaria nella tappa Cuneo-Pinerolo rifilando 12 minuti al 2° che fu Bartali".

Conti sull'amicizia con Moser

In questo giornale, grazie a un rapporto privilegiato con Moser e Saronni, Conti cresce fino a diventare firma di punta, cioè inviato speciale. "Di Moser ero amico fraterno, e avevo un ottimo rapporto con Carlo Chiappano che era il direttore sportivo di Saronni. L’esperienza più gratificante, da folle amante del ciclismo quale sono, è stata seguire le tre Roubaix consecutive vinte in volata da Moser per distacco". Dalla Francia al Messico, ma sempre sulle orme dello Sceriffo. "Ero l’unico a credere che potesse battere il record dell’ora, stabilito dodici anni prima da Eddy Merckx. Era inverno (il 19 gennaio del 1984, ndr), non aveva alle spalle corse a tappe e quindi non aveva troppo credito. Al Salone del Ciclo avevo incontrato lo stesso Merckx: 'Guarda che farà fatica a superare il record di Coppi…', mi sussurra sornione. E invece Francesco supera Eddy con la distanza di 50,808 chilometri. In quel periodo ero anche corrispondente per un giornale fiammingo, che chiamo per dettare il pezzo sul record. 'Non è valido perché ha indossato i pantaloni lunghi', mi dicono dalla redazione belga. Ovviamente ho sparato la notizia in prima pagina su Tuttosport, dopodiché, quattro giorni dopo, e con i pantaloncini regolari, Moser avrebbe fissato il nuovo record dell’ora in 51,151 chilometri".

 

 

Conti e l'intervista a Tomba

Cambia la disciplina, non la voglia matta di Conti di anticipare i colleghi. "A propormi lo sci fu il direttore del tempo Pier Cesare Baretti. La fortuna, successivamente, è stata poter raccontare la parabola di Alberto Tomba. Vi racconto questa. Nella Coppa del Mondo del 1995 si va in Giappone: alcuni giornalisti viaggiano con Tomba e altri, tra i quali il sottoscritto, sarebbero arrivati dopo. Alberto, nonostante il costante pressing dei colleghi presenti in Giappone, non ne voleva saperne di parlare con la stampa. In quei giorni ero a Milano dove conobbi Comellini, procuratore di Tomba che voleva entrare in contatto con Chiappucci e Pantani. Non c’è problema, gli dissi, io ti faccio parlare con Chiappucci e Pantani, e tu mi fai parlare con Tomba. Realizzai, da Milano, un’intervista esclusiva con Alberto mentre era in Giappone e nessuno dei colleghi riusciva a strappargli mezza parola. Come potete immaginare, venne fuori un casino. Ecco, queste erano le cose che mi piacevano", se la ride Conti come se l’intervista fosse uscita ieri. Potere dell’entusiasmo trascinante con il quale attraversa la professione.

Conti e il pezzo dettato a... La Stampa

Nella quale, a Tuttosport, godeva di una fiducia totale. "Sì, a un certo punto i servizi li sceglievo io - continua -: nel 1990 sono andato al giro di Romandia, dal quale però Argentin si ritira. Contestualmente Giovannetti indossa la maglia rosa alla Vuelta. Affitto un’auto e arrivo a Milano, da dove volo per Barcellona. Lì prendo una seconda auto, che nella fretta non mi accorgo essere senza benzina - tanto che rischio pure di restare a piedi - e mi presento da inviato a metà Vuelta. 'Se Giovannetti non vince ti paghi le spese', mi dice un po’ scherzando e un po’ no il direttore Piero Dardanello da Torino. Giovannetti, alla fine, vinse quell’edizione della Vuelta". A quei tempi, in sala stampa, c’era un telefono che si usava a turno. "Siamo alla Parigi-Tours - non trattiene una risata Conti - A un certo punto tocca a Torino e io mi fiondo: subito chiedo di parlare con Cagliero, che dalla redazione si occupa di ciclismo, per preparare i pezzi del giorno successivo. 'Sì, dopo0, mi viene detto frettolosamente. Va beh, a quel punto detto il commento, la cronaca, le interviste, varie notizie e pure le classifiche: un oceano di righe. Ora mi passate Cagliero? Ribadisco a quel punto. 'Ok, ma chi è Cagliero?', mi sento rispondere. Il collegamento era sì con Torino, ma io avevo dettato tutto a La Stampa… A Tuttosport, sapendomi piuttosto rapido, si sorpresero del ritardo".

Conti e quella spia al Giro del Mediterraneo del 1987

Oggi come allora, per proteggere le notizie può essere utile rendersi invisibili. "Nel 1987 vado al Giro del Mediterraneo. Io sono presente, la Gazzetta no. Guardate che sono solo, possiamo fare un bel lavoro, garantisco a Ezio Ercole telefonando in redazione. Il primo giorno detto le notizie, e la Gazzetta esce riportandole. Non me lo spiego. Il secondo giorno Moser litiga con Rominger: fantastico, mi dico, ce l’avremo solo noi. Niente da fare, la Gazzetta ha nuovamente tutto. Non ci dormo la notte, poi ho un’illuminazione. Il figlio di un ex ciclista, Raphael Geminiani, è un collega che capisce l’italiano e che quando detto ascolta. Era stato lui a girare ad Agus, corrispondente da Parigi per la Gazzetta, le notizie. A quel punto non chiamavo più la redazione dalla sala stampa, ma da una cabina telefonica e facendo ben attenzione a essere solo…". "Da Tuttosport sono andato via il 1° marzo del 2010: firmo le dimissioni, salgo in auto, e 200 metri dopo essere uscito dalla sede del giornale mi chiamano dalla Rai per propormi una collaborazione. Se sono stato disoccupato per soli 200 metri, molto lo devo al 'nostro' giornale che ha appena festeggiato gli 80 anni di attività".

 

 

 

 

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