Giovanardi: «Ho un sogno: Guardiola al Milan con Maldini»

Tra il nuovo disco e le passioni per il calcio e il ciclismo: «Ho amato Prati e poi Van Basten. Ora il mio cuore batte per Pogacar»
Giovanardi: «Ho un sogno: Guardiola al Milan con Maldini»

TORINO - Mauro Ermanno Giovanardi è uno dei cantautori più raffinati e colti del panorama italiano. È da poco uscito un disco di inediti il cui titolo è un manifesto programmatico: “E poi scegliere con cura le parole”. Lo sta portando in tour: dopo la data zero a Busto Arsizio, domani sarà a Torino al Cpg, poi a Reggio Calabria, Pesaro, Como, Milano in un calendario che lo terrà impegnato per tutta l’estate. Ciclista per una decina di anni, Giovanardi ha due passioni sportive: il Milan e Pogacar.

Si leggono recensioni entusiastiche del tuo nuovo lavoro.

«Sono molto felice per gli apprezzamenti che sto ricevendo. Recensioni, sì, ma anche messaggi di colleghi che si emozionano ad ascoltarlo. C’è chi dice che sia il mio disco più bello: a quasi 64 anni è un apprezzamento importante, specie per chi, come me, non fa dischi tanto per...».

“E poi scegliere con cura le parole” - coprodotto con Leziero Rescigno e pubblicato per Woodworm - ha avuto una lunga gestazione.

«L’ho cominciato nel 2018, poi il produttore Marco Tagliola ha spinto per il ritorno dei La Crus (la seconda band di Giovanardi, dopo The Carnival of Fools, ndr) e così con lui, Cesare Malfatti, Alessandro Cremonesi e Paolo Milanesi abbiamo cominciato a condividere testi, suggestioni, melodie finché ci siamo resi conto che “Proteggimi da ciò che voglio”, uscito nel 2024 con la produzione di Matteo Cantaluppi, era all’altezza dei nostri primi dischi. Soltanto dopo il successivo tour sono tornato a concentrarmi sul lavoro da solista che voleva essere canzone d’autore del terzo millennio. Ovvero, cantautorato classico con un suono contemporaneo: e quindi niente chitarre o batterie suonate, ma ritmiche, synth, campionamenti, archi e fiati veri e tante voci. Sui testi ho lavorato con Kaballà, Colapesce, Bianconi, Cheope: un collettivo della parola di cui sono stato il regista, nella convinzione che noi siamo quello che lasciamo e che nella vita non occorre che sia sempre tutto superwow come insegnano i social».

Un tuo disco del 2011 si intitolava “Ho sognato troppo l’altra notte?”. Cosa sogni per il Milan?

«Che arrivino gli arabi e ci portino Guardiola con il ritorno di Maldini. Ma per adesso può essere soltanto un sogno, appunto».

Se ne deduce che Allegri non ti entusiasmi...

«Mi è simpatico in quanto livornese, come Piero Ciampi, Nada, Bobo Rondelli. Ho anche fatto un disco con dodici musicisti livornesi e per un po’ ho vissuto lì. Detto questo, il gioco è quello che è. Per carità, meglio di Fonseca e Conceiçao, però non è il massimo per chi ha gioito con Sacchi, Capelli e Ancelotti. Io mi sono appassionato al Milan con la finale della Coppa dei Campioni ‘69, il 4-1 all’Ajax: il mio primo idolo è stato Prati, con quel suo look così beat. Ho amato il Milan come squadra del popolo, quando ancora negli stadi c’erano curve militanti di sinistra. Poi la destra si è accorta che lì trovava terreno fertile ed è cambiato tutto».

Chi c’è nella tua top five rossonera di sempre?

«Van Basten, il più grande in assoluto. Poi Maldini, Baresi, Shevchenko e Kaká».

E del Milan attuale chi ti piace?

«Modric, chiaramente. Rabiot, che è andato al di là delle mie speranze, Maignan. E poi spero sempre che Leao dimostri finalmente chi è, ma rimane incostante e non è più un ragazzino».

Sei stato un ciclista promettente...

«Ho corso dai 9 ai 17 anni nella Brugherio Sportiva, dove mia mamma Bianca si occupava dell’abbigliamento dei ragazzi. Sei giorni su sette in bici, da gennaio a novembre, finché una pertosse a 19 anni mi ha fermato quand’ero juniores. Il concerto di Patti Smith a Firenze e un viaggio a Londra mi hanno aperto nuovi orizzonti: ho venduto una delle due bici che avevo e ho comprato un basso e un amplificatore».

Ma sei ancora appassionatissimo di ciclismo almeno da spettatore...

«Pogacar è la meraviglia assoluta dei nostri tempi. Non ho mai amato il ciclismo eroico, troppo retorico, ma ho tifato Merckx, Moser, Battaglin, De Vlaeminck. E ora lo straordinario Pogi, che ogni volta riesce a stupirmi».

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