Dal sorpasso che lo ha consacrato al destino incrociato con Senna: grazie Alex, supereroe senza fine

Alex ha vinto perché ci ha insegnato a farlo rialzandosi. Perché conta più quello che il cadere. Sapendo cambiare traiettoria, per scelta anche se obbligato

Era il nostro Ironman, in tutto e per tutto. Ma pure il cinema con “Avengers: Endgames”, prima dell’incidente stradale che ha interrotto la sua seconda vita per aprirne una terza offuscata fino al buio totale dell’altra sera, ci ha insegnato che anche i supereroi muoiono. Solo che lo fanno per tutti noi. Alex Zanardi, nato Alessandro Leone il 23 ottobre 1966 (quasi sessant’anni fa) a Bologna da un idraulico (Dino) e una sarta (Anna), non ha preso in mano le Gemme dell’Infinito come Tony Stark per distruggere Thanos e salvare l’umanità, ma la sua vita sì. E per riflesso la nostra. Come esempio, fonte d’ispirazione, modello. O anche solo per le emozioni che ci ha saputo regalare con quel mix di impegno, talento, dedizione e impagabile autoironia. Come quando l’abbiamo conosciuto nel dicembre 2005 (aveva appena vinto il campionato italiano Superturismo) in una cena ad Aspen, durante la tappa americana della Coppa del Mondo di sci. Divertendosi con quell’altro folle illuminante d’un Bode Miller, non a caso unito a lui dallo sponsor. Sci che Alex ha praticato senza le gambe a Sauze d’Oulx col Progetto SciAbile per permettere alle ragazze e ai ragazzi non fortunati economicamente come lui di godersi una giornata sulla neve.

Quanti tronfi

Avrebbe potuto disputare anche le Paralimpiadi invernali, buttarsi (e probabilmente vincere) pure su un monosci sopra un guscio, Zanardi. Ha scelto quelle estive. Perché l’handbike, la bici spinta con le braccia con la quale ha conquistato 4 ori e 2 argenti a Londra 2012 (sul circuito di Brands Hatch) e Rio 2016 nonché 13 titoli iridati, era un mezzo di fatica con le ruote dietro il quale c’era una ricerca tecnologica da Formula 1 e che gli permetteva di sentirsi come in macchina. Il suo Endgame è avvenuto lontano dai riflettori, tra le braccia della moglie Daniela e del figlio Niccolò a Noventa Padovana, dove era seguito in una struttura di lungodegenza per il recupero (purtroppo non prodigioso come quello di nove anni prima) dopo lo schianto del 19 giugno 2020 contro un camion sulla Statale 146 a Pienza, nel Senese, durante una staffetta di beneficenza. È avvenuto venerdì, ma la famiglia ha scelto di darne notizia ieri. E il mondo dei motori a Miami ha subito saputo ma rispettato il silenzio. La F1 che ha vissuto in 44 GP in due volte (1990-94 e 1999) con un 6° posto in Brasile nel ’93 con la Lotus come miglior risultato, ma anche la Cart che gli ha dato gloria (due titoli: 1997 e 1998) e il dramma dell’incidente del 2001 dal quale è uscito miracolosamente vivo.

Alex come Senna

Alex se n’è andato il 1° maggio, come il suo idolo Ayrton Senna 32 anni fa. Con un triangolo del destino e di fenomeni completato da Michael Schumacher, che quel terribile giorno imolese vinse la sua prima gara in F1. Schumi che Alex aveva sostituito l’anno prima quando Briatore lo scippò alla Jordan. Schumi che 13 anni fa in un banale incidente sugli sci a Meribel ha iniziato una vita-non vita come quella del bolognese dopo lo scontro del 19 giugno 2020. E che nel dicembre 2001 gli consegnò commosso il premio alla cerimonia dei Caschi d’Oro. Zanardi lo prese in mano presentandosi per la prima volta “in piedi” alleggerendo l’emozione con un travolgente: «Mi tremano le gambe». Tre mesi prima, il 15 settembre, Alex Tagliani gliele aveva tranciate in un urto devastante dopo che l’auto di Alex era andata in testa coda su una chiazza d’olio all’uscita dei box mentre era in testa. Mancavano 13 giri. Li completò due anni dopo le 17 operazioni e i 7 arresti cardiaci di quei giorni, quanto arrivò in ospedale dal circuito del Lausitzring con meno di un litro di sangue (avendone persi più di quattro) nel corpo devastato. Una vita oltre i limiti.

 

 

Il Sorpasso che lo trasformò in idolo

Della pista, inseguita con passione e talento nonostante la contrarietà dei genitori perché la sorella Cristina nel 1975 era morta in un incidente stradale (ma il padre a 14 anni gli regalò il kart usato che gli cambiò traiettoria). Come a Laguna Seca nel 1996, quando all’ultimo giro mise in scena The Pass, il Sorpasso che in America lo trasformò in idolo. Bruciò Bryan Herta all’interno del Cavatappi. Come Valentino Rossi su Casey Stoner nel 2008. Leggenda. E fuori. Prima la Maratona di New York, poi l’Ironman di Kone, alle Hawaii. Meno di dieci ore per percorrere 3.86 km a nuoto («gli squali non possono mangiarmi le gambe»), 180,2 in bici e 42,195 di corsa. Sulle ruote fatte girare con le sue braccia. Come nella carriere paralimpica interrotta prima di Tokyo 2020 durante quella staffetta benefica per raccogliere fondi ber battere il Covid. Un’altra lotta. Impari. Quasi vinta. Fino a venerdì. Alex ha vinto perché ci ha insegnato a farlo rialzandosi. Perché conta più quello che il cadere. Sapendo cambiare traiettoria, per scelta anche se obbligato. Come quando, in una delle tante interviste illuminanti, raccontò un episodio avvenuto prima del suo incidente. «Avevo visto il film “Nato il 4 luglio”. C’è una scena in cui si vede Tom Cruise senza gambe. Mi dissi che se mi fossi trovato in una situazione del genere, forse mi sarei ammazzato. Ma come vedete non è successo. Ogni mattina mi sveglio e mi scopro sempre più interessato a tutto quello che faccio. Non sono una persona migliore perché ho perso le gambe, ma perché l’amputazione mi ha costretto a studiare un nuovo progetto di vita». Ciao Alex. Grazie Alex.

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