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Pantani, quell'urlo inascoltato
© FOTO SIROTTI-AG ALDO LIVERANI SA
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Pantani, quell'urlo inascoltato

 Xavier Jacobelli mercoled√¨ 9 ottobre 2019

E’ singolare la legge del contrappasso che, dopo quindici anni e mezzo, scrive un nuovo capitolo sulla tragica scomparsa di Marco Pantani. Da Madonna di Campiglio (5 giugno 1999, giorno in cui il Pirata viene fatto fuori dal Giro già vinto) sino a Rimini (14 febbraio 2004, giorno in cui viene trovato senza vita), branchi di iene hanno sputato veleni e calunnie sul fuoriclasse romagnolo, infilandolo nel tunnel della depressione e della solitudine che è sbucato nel residence riminese. Ieri sera, altre Iene, ma quelle che di mestiere fanno giornalismo vero e, nel nome di Nadia Toffa lo fanno sempre meglio, hanno squarciato un velo sulla morte di Marco. Con tutta la forza che ha in corpo, con tutta la determinazione che in questi anni, insieme con il marito Paolo l’hanno vista in prima fila nel difendere la memoria del figlio,

Mamma Tonina non ha mai creduto né alle versioni ufficiali né alle conclusioni delle inchieste che hanno escluso l’omicidio del figlio. «Me l’hanno ucciso», gridò Tonina davanti al feretro di Marco. Un urlo rimasto inascoltato per troppo tempo. Come le parole che mi disse Paolo Pantani quando lo incontrai il 19 giugno 2011, sul Col du Galibier. 2.301 metri di altitudine, Alta Savoia, Francia: «Marco era un ragazzo generoso, trasparente. Gli hanno teso un tranello perché dava fastidio. La gente era tutta per lui e per il ciclismo; il calcio e la Formula Uno perdevano seguito e milioni di euro: per questo lo hanno fatto fuori». Paolo e Tonina avevano appena assistito all’inaugurazione del monumento dedicato a Marco, voluto da Sergio Piumetto, piemontese di Cherasco trapiantato a Les Deux Alpes dove, il 27 luglio 1998, il Pirata firmò una delle imprese più memorabili. Quella che lo lanciò al trionfo nel Tour, due mesi dopo avere vinto il Giro. Prima di essere massacrato dall’inferno mediatico in cui era stato fato prigioniero.

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Anche per questo, oggi, bisogna rileggere le sue ultime parole: «Sono stato umiliato per nulla. Per quattro anni sono in tutti i tribunali, ho solo perso la mia voglia di essere come tanti altri sportivi, ma il ciclismo ha pagato e molti ragazzi hanno perso la speranza della giustizia... Quando la mia vita sportiva, soprattutto privata, è stata violata, ho perso molto. E sono in questo Paese con la voglia di dire che hasta la victoria è un grande scopo per uno sportivo. Ma il più difficile è aver dato il cuore per uno sport, con incidenti e infortuni: e sempre sono ripartito. Ma cosa resta, c’è tanta tristezza e rabbia per le violenze che la giustizia a tempo è caduta nel credere». Giustizia. E verità. Quelle che Tonina e Paolo in tutti questi anni non hanno mai smesso di reclamare, avendone il sacrosanto diritto.

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