Michele Dancelli ha alzato le braccia al cielo per settantatré volte. Un numero considerevole in assoluto, figurarsi per chi ha condiviso la propria epopea sulle due ruote con Merckx, De Vlaeminck e Gimondi. Tante stantuffate, tante vittorie. Ma nessuna come quella alla Milano-Sanremo del 1970, al termine di un’impresa che l’ha consegnato alla storia. Dancelli era nato a Castenedolo, nel 1942, e a Castenedolo è morto, ieri, all’età di 83 anni, presso la Rsa dove era ricoverato da tempo. Muratore prima di sbocciare come ciclista, il passista bresciano era passato professionista con la Molteni all’indomani della conquista del titolo italiano dilettanti su strada, prima di indossare in carriera anche le casacche di Vittadello, Pepsi Cola, Scic e Dreherforte. In dodici stagioni ha inanellato due titoli di campione italiano, una Freccia Vallone, una tappa al Tour de France.
L'impresa del 1970
Brillando anche al Giro d’Italia, eccome: in nove edizioni disputate della corsa rosa, infatti, Dancelli ha conquistato la bellezza di undici tappe e vestito per 14 giorni l’iconico simbolo della maglia rosa, oltre ad aver centrato un quarto posto finale nel 1970. Il 1970, appunto: l’anno dell’iconico successo alla Milano-Sanremo, con una fuga solitaria di 70 chilometri, acuto valso il ritorno di un italiano davanti a tutti nella “Classicissima” dopo 17 anni di lunga attesa. Ma ai suoi tanti trionfi vanno sommate anche le tante apparizioni con la maglia dell’Italia, comprese quelle ai Campionati del Mondo di Imola nel 1968 e di Zolder nel 1969, quando concluse le prove iridate sul podio, in entrambi i casi al terzo posto. La sua carriera subì un graduale declino, a partire dall’anno successivo, in seguito alla rottura del femore in corsa.
La frase di Pasolini
Un personaggio a tutto tondo che, con il suo modo di fare e il suo volto particolare, stregò e sedusse anche Pier Paolo Pasolini. Celebre la sua frase, pronunciata nel corso di un “Processo alla Tappa”, in cui disse «sono venuto qui semplicemente per amore del ciclismo. Però stando qui, come sempre succede, nascono le sorprese, le cose impreviste. Per esempio, ho visto due facce che veramente prenderei in un film: cioè la faccia di Dancelli e la faccia di Taccone».
