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Galenda, ex allenatore di Bortuzzo: «L'ho guardato fare 320 vasche. Credo in Manuel»
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Galenda, ex allenatore di Bortuzzo: «L'ho guardato fare 320 vasche. Credo in Manuel»

Il tecnico delle Fiamme Gialle: «Per settimane l’ho visto nuotare 16 km al giorno: andrà oltre la fatica»

di Andrea Schiavon giovedì 21 febbraio 2019

TORINO -  Come fa? Come riesce ad affrontare in questo modo quello che gli è accaduto? Dove trova la forza? Queste tre domande riecheggiano nella testa, ogni volta che il nome di Manuel Bortuzzo affiora. La risposta è una questione familiare: da un lato è racchiusa in quel nucleo ristretto di persone che gli stanno accanto, a partire da papà Franco e mamma Rossella, dall’altro in quella famiglia allargata che è il nuoto italiano, mobilitatosi sin dal primo giorno. Una famiglia nella quale Manuel si è tuffato bambino ed è riemerso uomo. Vasca dopo vasca è cresciuto e ha costruito quel carattere che ora stupisce per solidità e determinazione, inusuali in un ragazzo di 19 anni. Sorprende molti, ma non tutti. Non chi già conosce Manuel. Non chi l’ha visto nuotare. Come Christian Galenda, il tecnico che l’ha accolto quando Manuel hadeciso di vivere a Roma per un futuro da nuotatore.
«Quando si è trasferito a Castelporziano, Manuel era reduce da una stagione condizionata dalla mononucleosi - racconta Galenda, un bronzo europeo nei 100 stile libero nel 2004 e ora allenatore nello staff delle Fiamme Gialle e della Nazionale, da assistente di Stefano Morini -. La federazione, preoccupata che il suo talento potesse perdersi, ha deciso di puntare su di lui, proponendogli di venire a vivere in caserma». 

Com’è stato l’impatto?
«All’inizio era abbacchiato. “Questi tempi li facevo da ragazzino”, mi ripeteva dopo i primi allenamenti».

Lei come l’ha consolato?
«Gli ho detto quello che, forse, vale anche adesso: serve pazienza. Per quanto riguarda gli allenamenti, dopo un mese e mezzo di lavoro le sue doti hanno iniziato a venire fuori e, durante certe sedute, riusciva a nuotare quasi ai livelli di Paltrinieri e Detti, quando si trovavano in vasca insieme».

Due campioni mondiali accanto a un 19enne. Manuel poteva davvero emularli?
«Troppo presto per dirlo. Di certo la qualità c’era per gareggiare a livello internazionale. Forse i Giochi olimpici di Tokyo 2020 sarebbero stati un po’ troppo vicini, ma l’idea era di gettare basi importanti per Parigi 2024».

Su che gara?
«Il punto di partenza erano i 400 stile libero, per poi progressivamente allungare le distanze».

Riferendosi alla riabilitazione Manuel ha detto: “Ora inizia l’allenamento”. Cosa significa, per voi che l’avete condiviso?
«E’ un’ottima notizia, perché è raro trovare ragazzi con una resistenza mentale all’allenamento come quella di Manuel: riesce a sopportare lavori particolarmente pesanti, sia per quantità sia per intensità».

Ad esempio?
«L’ho visto nuotare più di 8 chilometri al mattino e altrettanti al pomeriggio, per giorni: signica più di 320 vasche quotidiane. Arrivava a fine settimana esausto, ma non ha mai perso il sorriso. Sa soffrire e non si spaventa davanti alla prospettiva di fare fatica, doti che gli serviranno per affrontare al meglio i prossimi mesi. Per questo credo in lui: saprà andare oltre la fatica e si riapproprierà della sua vita».

In questi giorni è andato a trovarlo?
«Sì, quando era ricoverato al San Camillo. Ora andrò anche alla fondazione Santa Lucia, dove sta iniziando la riabilitazione».

E se in futuro Manuel le chiedesse di tornare ad allenarsi con lei?
«Mi metterei a studiare come poterlo fare al meglio. E lo aspetterei in piscina». 

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