Uri Botello, nuova sfida: “Adesso alleno”

Lo spagnolo: “Mi è sempre piaciuto insegnare, lo faccio da quando avevo 17 anni”
Uri Botello, nuova sfida: “Adesso alleno”

Uri Botello, è nato a  Melilla il 16 agosto del 1988. Una carriera che sarebbe potuta proseguire con ulteriori soddisfazioni, ma lo scorso anno all’età di 34 anni, Uri ha deciso di lasciare la competizione per dedicarsi all’insegnamento, con il supporto del brand SIUX, decisione scaturita dopo una stagione piena di infortuni che ha messo davanti a Uri la consapevolezza che non era più il caso di andare avanti. Oggi potrà dedicarsi ad un’altra delle sue passioni, fare il coach, potendo trasmettere molto an- che alle giovani promesse. I risultati migliori – due volte campione d’Europa con la Spagna e per un periodo nella top 10 del ranking mondiale con due finali nel 2019 nel WPT – Botello li ha ottenuti nei 4 anni che ha giocato in coppia con il connazionale Ja- vier Ruiz, con cui ha formato una coppia davvero insidiosa per tutti.

Perché diventare un allenatore?

«Mi è sempre piaciuto insegnare, lo faccio da quando avevo 17 anni ed il mio obiettivo sarà trasmettere quello che ho imparato in tutto questo tempo. Mi aiuta anche a rimanere strettamente legato ai giocatori e all'ambiente professionale».

Quale metodo utilizzaper creare una coppia vincente?

«Fondamentalmente, cerco di farli accordare sullo schema di gioco che dovranno sviluppare. È molto importante che ogni giocatore sappia cosa può dare il suo compagno per formare un vero team».

Cosa pensa dei continui cambi di partner?

«Non mi è mai piaciuto. Dà un'immagine di mancanza di serietà nello sport e spesso è colpa anche degli allenatori che consigliano male i giocatori. Penso che quando gli sponsor vincoleranno i giocatori ai loro contratti, lo sport diventerà molto più professionale, perché il giocatore ci penserà due volte se rompere o meno la partnership».

Come si fa a mantenere l'equilibrio all'interno del team?

«Naturalmente i risultati sono il pilastro più importante. Ma anche avere intorno a sé una buona squadra, che tenga i piedi per terra e faccia capire al giocatore che quando le cose vanno bene non bisogna demoralizzarsi, bensì lavorare con impegno e umiltà».

Ritiene che la figura del mental coach sia importante per il giocatore?

«Senza dubbio. È una parte in più della "gamma sportiva" del giocatore. Un allenatore invisibile che è molto importante per lo sviluppo del giocatore».

Il ricordo più bello della sua carriera? E il peggiore?

«Il migliore senza dubbio quando ho vinto il WPT Challenger con Javi Ruiz a Melilla, la mia città natale, davanti alla mia famiglia, è stato il momento più emozionante della mia carriera. Poi anche la mia prima finale di un torneo importante a Minorca nel 2019 o quando sono stato campione d'Europa e vicecampione del mondo con la nazionale spagnola. Il peggiore nel 2021, quando mi sono dovuto fermare per un'operazione al ginocchio».

Se non avesse lavorato nel padel?

«Pilota d'aerei, è il mio sogno irrealizzato!».

Altri sogni nel cassetto?

«Solo che mio figlio cresca bene e sia sempre in buona salute».

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