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Luca Parisi e la corsa a Roma: libertà, cronometro e Olimpiadi: “Se la Fidal mi chiamasse…”

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Il romano Luca Parisi è uno dei più forti atleti romani di questi tempi, a Valencia a dicembre una grande maratona, la vittoria alla Corsa di Miguel. In attesa di una telefonata dalla Fidal.

 

Luca Parisi e la corsa a Roma: libertà, cronometro e Olimpiadi: “Se la Fidal mi chiamasse…”
 Cesare Monetti mercoledì 10 giugno 2020

Una maratona di Valencia a dicembre scorso superlativa che l’hanno reso in graduatoria 2019 il 10° italiano sui 42,195km, la Corsa di Miguel da 10km a fine gennaio vinta in 30’03”, il tecnico che è mancato qualche anno fa, il nuovo coach che lo segue, la famiglia e la società ACSI Campidoglio Palatino che lo supportano. Un titolo di studio da perito commerciale messo lì in un angolo e un attestato di Tecnico Istruttore Fidal in grande evidenza che gli permette di collaborare già con due società di Roma (Podistica Primavalle e Atletica La Sbarra) ed infine un fisioterapista, Paolo Perniciano, che lo aiuta a prevenire tutte le problematiche che si presentano quando si cerca di spingere al limite. Magari in pista al ‘Paolo Rosi’ di Roma sotto la guida del tecnico Massimo Fucili.

Luca Parisi e la corsa a Roma: libertà, cronometro e Olimpiadi: “Se la Fidal mi chiamasse…”

Lui è il romano Luca Parisi, trent’anni non ancora compiuti, la speranza e il fiore all’occhiello del running capitolino che da qualche tempo è alla ricerca dell’erede di Giorgio Calcaterra, uno che negli ultimi vent’anni ha lasciato il segno con record e successi di ogni tipo.

Luca Parisi, che la corsa la concepisce come relax, svago, prestazione, passione, amicizia e lavoro. Un atleta che fa l’allenatore. Un atleta che si è allenato da solo e poi ha voluto un altro allenatore. La voglia di emergere. L’atletica in pista snobbata in gioventù perché troppo restrittiva e asfissiante, lì relegata tra rigide regole delle magiche 8 corsie. Da ragazzino gli piaceva l’asfalto e macinare chilometri nel suo parco di Santa Maria della Pietà a Roma Nord che profumavano di libertà. Come quella volta che a 17 anni una mattina non andò a scuola e al posto dei libri mise di nascosto nello zaino le scarpe da corsa. Si ritrovò a fare un lungo da 50km insieme all’amico Franco Vagni, campione ultramaratoneta, che stava preparando la 100km del Passatore. Non camminò per una settimana. Ma a lui piaceva così, senza cronometro, solo con il cuore in gola e la voglia di spingere al massimo sull’acceleratore, di correre fino a morire di stanchezza. E di felicità. Luca e la corsa. Luca è la corsa.

Luca Parisi e la corsa a Roma: libertà, cronometro e Olimpiadi: “Se la Fidal mi chiamasse…”

Perché la corsa nella vita di Luca?

“Ho iniziato a correre a 9 anni, praticamente in maniera del tutto spontanea, i miei nonni avevano un grande giardino dove spesso giocavo con gli amici e non era insolito vedermi sfidare i compagni di intere giornate estive spensierate anche in prove di corsa di breve durata, anche sé alla fine il pallone prevaleva sempre sulla corsa. Ma già nel ‘99 ho preso parte ai miei primi Giochi della Gioventù, ricordo di aver vinto una piccola medaglia che custodisco e tengo insieme a tutte quelle vinte poi negli anni a seguire”.

Ci hai provato come tutti anche con il pallone?

“Sì, un periodo nel calcio fino a circa 15 anni, ma a causa di una malattia renale che non mi ha permesso di rinnovare la certificazione medico sportiva per continuare a praticare sport avevo abbandonato ormai ogni ipotesi di poter praticare attività motoria e tantomeno di giocare a pallone. Passavo le mie giornate tra la scuola e i pomeriggi o a fare i compiti oppure a qualche uscita con gli amici ma senza mai fare il minimo sforzo fisico, al massimo giocavo a ping pong ed ero anche molto bravo!”

Ad un certo punto…la svolta…

“Questa situazione di stallo perdurò alcuni mesi, fino a quando decido senza dire nulla ai miei genitori che volevo tornare a correre! Andai in un parco vicino casa e così iniziai a correre. Il mio primo allenamento si è svolto così: mi sono messo sulla linea di partenza, abbigliamento costituito da un pantaloncino da calcio e una maglietta di cotone, delle scarpe da ginnastica vecchie e un cronometro anni ‘80, nessun riscaldamento! Pronti e via alla massima velocità possibile, dopo 300 metri ero piegato in due a terra!

Hai continuato?

“In quei momenti ho capito che la corsa sarebbe stata l’ultima cosa che avrei fatto prima di morire, allora ogni pomeriggio trovavo una scusa per uscire di casa e me ne andavo al parco e correvo a più non posso, in circa un mese già ero in grado di correre per 10km in circa 50’.”

Le tue prime gare sono molto particolari…

“In quel periodo, stavo concludendo le scuole medie, avevo già sfidato tutto il parco a fare delle gare con me, non potendo avere il certificato medico agonistico perché non idoneo. Correvo comunque organizzando vere e proprie sfide con gli atleti giovani e meno giovani che incontravo… ero anche un pochino presuntuoso, dopo una breve presentazione inventando anche magari chissà quali record personali da primato nazionale, concludevo la frase con un “dai facciamo un mille e vediamo chi vince’’.

Vincevo sempre e realizzavo tempi attorno ai 3’ netti, e tutti mi dicevano…“e ma Raffaele non lo batti”.

Chi era questo atleta di cui sentivo sempre parlare ma che non avevo mai visto, la sua fama nel parco lo precedeva, avevo sentito dire che era capace di correre i 10km intorno ai 32’ e la maratona in 2h30’ e non capivo se parlassero sul serio oppure stavano inventando tutto solo perché loro non erano riusciti a battermi. Un pomeriggio di Giugno del 2006, avevo appena finito la mia corsa e stavo per andarmi a cambiare, quando Franco Vagni, un amico scomparso pochi giorni fa e a cui tutti dobbiamo qualcosa per gli insegnamenti che ci ha dato nel corso degli anni, stava con un gruppetto di ex podisti giocando a carte su un tavolino con due panchine e all’ingresso dello spogliatoio mi dice, “guarda che ci sta Raffaele che si sta scaldando tra poco arriva!” io con un sobbalzo esclamo… “cosa?!” e loro “ora sono affari tuoi”

Vedo da lontano avvicinarsi una sagoma con la struttura da keniano che avevo visto tante volte nelle dirette Rai delle maratone, ha un cappellino in testa e corre veramente bene! Franco lo chiama e gli dice “Senti ci sta questo ragazzo che ti vuole sfidare” e io per la prima volta in 6 mesi che frequentavo il parco sfidando chiunque mi capitasse a tiro ero impietrito!  Allora esisteva per davvero! E ora che si fa? Pensavo… Si presenta e dice… “Sono Raffaele D’Auria piacere di conoscerti! Dai facciamo 500m e vediamo… tu mettiti dietro, quando ti dico cambia tu cambia!”

Allora pronti e via! Già ai 300m avevo fatto il mio personale e ora cosa cambio??? Insomma fino a 450m cerco di tenergli testa e con una facilità spaventosa mi lascia lì e si invola verso il segno per terra dei 500m, e io che arranco cercando di arrivare all’arrivo…E dice… ‘’Dai sei stato bravo!’’

Sono passati un bel po’ di anni…ci racconti il 2019?

“All’inizio del 2019 ho iniziato a raccogliere i primi risultati del lavoro svolto in grande misura completamente da solo. Dopo la scomparsa del grande Armando Martini che mi ha seguito per diversi anni e facendomi crescere sia sotto l’aspetto atletico che personale ho preferito declinare le proposte avanzate da diversi tecnici, anche del panorama nazionale, di allenarmi andando a realizzare in maniera autonoma i piani di lavoro. Quest’ultimi si sono rivelati assolutamente efficaci e all’altezza dei risultati conseguiti. La Corsa di Miguel con un terzo piazzamento assoluto con il tempo di 30’19” a ridosso di atleti professionisti o la Maratona di Roma corsa con il mio precedente record personale di 2h22’10”, per concludere con le uscite in pista per la Società sulla distanza dei 5000m con il nuovo record personale portato a 14’43” che per un maratoneta non è poi così male”

Fondamentale per te poi è stato l’incontro con una persona…

“Franca, che è una atleta che alleno, mi sprona a fare sempre meglio e a superare i miei limiti, tanto che la chiamo la mia “mental coach”. ‘Chicca’ nonostante soffra di diabete di tipo 1 con tutte le difficoltà che ne derivano, non si tira mai indietro quando ci sta da iniziare l’allenamento partendo al mio fianco a dei ritmi che tutto sommato lenti non sono! Molti altri atleti al solo pensiero si tirerebbero indietro, lei no! Per me lei ha già vinto solo così!”

Tornando al percorso agonistico, 2019 è l’anno della maratona?

“Nella seconda metà del 2019, inizio una seconda fase agonistica che mi vede proiettato solo e unicamente nella distanza della maratona. Incontro il tecnico Massimo Fucili e la sinergia instaurata tra noi getta le fondamenta per nuovi stimoli e progetti, i due metodi di lavoro si fondono creando i presupposti per annoverarci alla fine del 2019 tra i migliori 10 maratoneti in Italia e alla maratona di Valencia chiudo in 2h18’01”, ben 4 minuti di primato personale abbassato”.

Con il coach Fucili cos’hai cambiato nell’allenamento?

“Il chilometraggio rispetto a prima è rimasto pressoché invariato, parliamo di circa 120/130km di picco massimo nelle settimane di massimo carico. Entrambi siamo convinti che non sia necessario svolgere un elevato chilometraggio settimanale, con molti km corsi a bassa intensità. Piuttosto ci serviamo di mezzi di allenamento che abbiano una valenza tale da stimolare in maniera adeguata l’organismo (sollecitazione allenante), senza però andare a creare delle componenti di stress negativo indice di errato e scarso rendimento, infortuni”.

Quali sono stati i ‘lavori’ fondamentali?

“Gli allenamenti che hanno dato a me e Massimo la consapevolezza di lavorare nel modo giusto sono stati ad esempio l’aver corso 5 volte i 2000m in 6’05”/6’10” recuperando 1000m a 3’20’’. Questo allenamento è stato svolto quasi a ridosso della maratona di Valencia”.

Ce ne racconti un altro?

“Cito anche un allenamento sulla distanza di mezza maratona, che mi ha visto concludere la seduta con il tempo finale di 1h05’35” con gli ultimi 5km corsi vicino ai 15’ netti, quel giorno anche secondo Massimo sarei potuto arrivare tranquillamente a circa 30km. Il doppio di quel tempo fa 2h11’10’’ al di sotto degli standard di qualificazione Olimpica (2h11’30’’), sarebbe un grande sogno! Non lo nascondo…”

Quindi parliamo ufficialmente di sogno olimpico Tokyo 2020?

“Sarebbe un grande stimolo per me, sarebbe bello essere contattato dalla Fidal per partecipare a un loro raduno in modo da vedere con i miei occhi quale sia una dimensione da vero atleta, se loro mi contattassero io risponderei presente!”

Quanto è ripida la salita verso l’Olimpo?

“Questo allenamento ci ha fatto presagire che continuando a lavorare con metodo e dedizione come abbiamo fatto fino a quel momento possiamo realmente ottenere un tempo di grande spessore nella distanza di maratona. Il nostro obiettivo principale, nel quale avevamo investito molte risorse e tempo sarebbe stato correre la maratona di Londra vicino al crono delle 2h14’. Il Covid-19 non ci ha consentito di completare la preparazione e di prendere parte a questo evento, siamo sicuri che ci rifaremo presto non appena ci saranno le condizioni per poter tornare alla normalità e gareggiare”.

Quale il tuo allenamento preferito?

“Adoro quando il Coach Massimo Fucili mi dice di correre 20km includendo delle variazioni di ritmo (Fartlek) completamente a piacere…training che svolgo solitamente in contesti naturali. Mi sento libero e corro spensierato… la corsa la vivo così, per me è libertà”.

Professione allenatore. Cosa ne pensi?

“Un giorno mi piacerebbe allenare e seguire dei ragazzi proprio come sta facendo Massimo e come aveva fatto Armando con me. Vorrei trasmettere loro le mie conoscenze e la mia esperienza per aiutarli a migliorare nel loro percorso agonistico, nel rispetto dello sviluppo fisico e mentale, senza quindi avere fretta di ottenere risultati nel breve periodo, ma guardando sempre diversi anni avanti al fine di non bruciare le tappe. Inoltre ritengo che i risultati siano sì importanti, ma lo è ancora di più divertirsi, trovando gioia e armonia in quello che si sta facendo, venendo al campo ogni giorno trovando gli stimoli per continuare a migliorarsi e entusiasmarsi sempre di più a questo sport”.

Quale la tua filosofia di coach?

“A un giovane mezzofondista gli direi di correre senza avere la fretta di ottenere dei risultati immediati, di correre libero e spensierato, che facendo le cose nella maniera opportuna e avendo la pazienza di allenarsi con costanza e metodo le soddisfazioni arriveranno proprio come è accaduto a me. Di fidarsi della persona che lo segue, ma anche di ascoltare le proprie sensazioni interiori e capire quando si sta esagerando con l’allenamento. Spesso quando si è giovani si spinge senza limite e questa non è la cosa più sensata da fare… un cronometro dà al tecnico dei dati sì, ma è l’atleta che sta correndo in pista o nei prati a sapere realmente quanto può osare quel determinato giorno”.

Mi parlavi anche di un messaggio per i tecnici che vorresti lanciare…

“Sì, concludo con un messaggio rivolto anche ai tecnici che seguono un giovane atleta, sono importanti i risultati dà un punto di vista agonistico, ma sé i ragazzi saranno diventati attraverso le vostre parole e i consigli giusti delle persone mature e pronte alla vita anche fuori dal campo sarete ancora più soddisfatti”.

Olimpiadi a parte, quali altri obiettivi nel mirino?

“Prossimi obiettivi sono quelli attraverso un percorso agonistico sviluppato nel medio/lungo periodo di arrivare con gradualità a correre una mezza maratona sul passo dei 3’ netti al km. Il 10000 d’Italia dove ho realizzato il mio “nuovo record non ufficiale con 29’55” è stato solo una tappa di passaggio verso nuove prospettive, alla luce del fatto che questa prestazione sia stata realizzata con un allenamento ridotto all’essenziale a causa del periodo di quarantena che non mi ha permesso di allenarmi nella maniera più idonea”.

Vivi con il rimpianto di non essere diventato un atleta professionista?

“Nel 2012 sono stato tra gli atleti più forti della categoria Promesse in Italia nella distanza di mezza maratona, in quel momento avrei potuto raccogliere di più sicuramente, ma non mi dispero, sono sicuro che le mie soddisfazioni me le toglierò presto. Sarebbe bello fare l’atleta professionista e fare della corsa qualcosa di cui puoi vivere, magari attraverso il reclutamento in un gruppo sportivo militare, non è però un percorso facile da portare a termine per via dei requisiti che vengono richiesti che sono molto difficili da possedere”.

Si può essere professionisti in Italia anche senza far parte di un gruppo sportivo militare?

“Vorrei che in Italia anche gli atleti non professionisti venissero supportati, incentivati e messi quindi nella condizione di potersi esprimere al meglio delle loro potenzialità. Questo non avviene e spesso un atleta anche molto bravo e promettente decide di smettere perché la vita ti pone davanti delle scelte, vivere di sola atletica almeno nel nostro paese non è possibile. Ritengo quindi che ad esempio i primi 5 o 10 assoluti di ogni specialità (che non siano già degli atleti professionisti) debbano essere presi in considerazione al pari degli atleti che svolgono questa attività come lavoro e aiutati anche loro economicamente a sostenersi per poterci almeno provare”.

Sei di Roma. Come giudichi gli impianti sportivi della Capitale italiana, in particolare per l’atletica?

“A Roma le piste sono state tutte rimesse a nuovo, ringrazio la Fidal Lazio per il loro impegno nel garantire ai propri tesserati le migliori condizioni possibili per praticare atletica nella capitale”

Parliamo di miti. Chi sono i tuoi atleti preferiti?

“Non ho dubbi, Steve Prefontaine, Emil Zatopek, Kenenisa Bekele…”

Luca Parisi Maratona Giorgio Calcaterra

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