Famiglia e cultura eritrea e italiana, Eyob Faniel: 'Mi sento fortunato'

Eyob Faniel, l’azzurro primatista italiano di maratona (2h07’19”), olimpico a Tokyo 2020 e terzo a New York Marathon a novembre, vive tra Italia e Kenya, ma ha la fortuna di avere alle sue spalle una famiglia molto unita
Famiglia e cultura eritrea e italiana, Eyob Faniel: 'Mi sento fortunato'

BASSANO DEL GRAPPA - C’è un cucciolo bianco che richiama parecchio l’attenzione per la sua dolcezza e la sua vivacità nel parterre d’arrivo della BMW Jesolo Moonlight Half Marathon di sabato scorso. A tenerlo al guinzaglio c’è Meron Ghebrehiwet Faniel mentre il fratello maggiore, Eyob, è in gara nella mezza maratona veneta e sta lottando per vincere. Meron non è da solo, è con la sua fidanzata e con tutta la famiglia Faniel, un meraviglioso gruppo allargato che lo segue e lo incita. Se Eyob Ghebrehiwet Faniel è un grande campione e ad oggi il più veloce maratoneta che l’Italia abbia mai avuto lo deve senz’altro al ‘branco’ che lo segue. Ovunque.

LA FAMIGLIA - Oltre a Meron c’è il padre Ghebrehiwet Faniel Haile, la mamma Mitslal Ogbu Zeru, il fratello maggiore Solomon Ghebrehiwet Faniel e naturalmente c’è Ilaria, da sei anni la sua compagna e madre di due splendide bambine: Wintana e Liya.

Nella testa del nostro campione, oggi portacolori delle Fiamme Oro, nato ad Asmara nel 1992, capitale del’Eritrea, c’è un po’ di delusione sulla sua prestazione sportiva di sabato sera. Sì, è arrivato secondo, ma qualcosa non è andata come voleva: “Avrei voluto correre meglio, ma era un test e a questo servono questo tipo di gare. Ora so cosa devo fare e come mi devo allenare nelle prossime settimane per farmi trovare pronto alla maratona dei Campionati d’Europa che si correrà il 15 di agosto a Monaco di Baviera. Queste sono le gare che ti insegnano qualcosa”.

VALORI - “Siamo molto legati – afferma Eyob riguardando la foto di famiglia fatta sabato sera a Jesolo – Ho ricevuto dai miei genitori importanti valori sulla famiglia, questo rispecchia quanto effettivamente facciamo, sì siamo molto uniti. Ora con la mia compagna e le mie bimbe ho anche la mia piccola famiglia. I miei fratelli sono i miei migliori amici, Meron è tornato da poco in Italia dopo sette anni di lavoro in Germania e ci siamo visti poco, ma il contatto è stato sempre forte. Mi seguono sempre ovunque, uno stimolo in più nelle varie gare. Ci divertiamo sempre assieme nelle tante trasferte”.

LA FORTUNA - Eyob è arrivato in Italia quando aveva 12 anni, nel 2004: “Mi reputo molto fortunato, ho dentro me due culture differenti, sia quella eritrea perché ci ho passato l’infanzia, sia quella italiana perché alla fine vivo qui fin dagli anni dell’adolescenza. Conosco le due culture molto bene, la reputo una ricchezza. Ad esempio i miei genitori sono arrivati in Italia che avevano oltre 40 anni, ovvio che sono più chiusi su vari aspetti”.

E così la quotidianità si mischia, le culture convivono: “Anche domenica siamo stati a casa a pranzo tutti insieme ho cucinato io carne alla griglia e poi abbiamo fatto il caffè eritreo che comporta diverse ore di lavoro, si deve tostare e macinare, un vero procedimento. A volte ci troviamo e mangiamo sia all’italiana che in maniera eritrea grazie a mia madre che è un’ottima cuoca. Ripeto, mi sento molto ricco nell’avere la fortuna di poter unire le due cose. Quando sono via, quando sono lontano, sono momenti che attendo quasi con ansia”.

300 GIORNI - Quando Faniel dice ‘essere via’ intende mesi e mesi interi, perché ci sono le tante gare in giro per il mondo, vedi ad esempio la maratona di New York dove si è piazzato splendido terzo a novembre oppure ancora alle Olimpiadi di Tokyo in agosto, così come decine e decine di altri viaggi e gare, ma anche perché si allena e di conseguenza quasi vive a Kapsabet, a 2200 metri d’altitudine, sugli altipiani del Kenya con il suo coach Claudio Berardelli e i suoi compagni d’allenamento: “Sono via circa 300 giorni all’anno, già questa settimana tornerò in Kenya. Anche se non sono a casa cerco di fare il padre, di essere vicino alla mia famiglia. Vero c’è la lontananza ma sono sacrifici che voglio e devo fare. Amo l’atletica, è il mio lavoro, lo faccio per me ma anche per il futuro dei miei figli. Le cose le faccio al 100%, e l’andare in Kenya ad allenarsi per trovare la massima concentrazione e la massima forma atletica possibile per conquistare gli obiettivi atletici che mi sono prefissato fa parte del mio lavoro”.

PARTIGIANI - Valori importanti nell’animo di Eyob, dettato dai genitori: “Mio padre è arrivato in Italia nel 1998, doveva farsi operare a seguito di ferite riportate nella guerra d’indipendenza d’Eritrea. Poi i tempi qui in Italia per lui si sono allungati, per mantenersi e sopportare i tanti costi ha iniziato a lavorare finché è stato assunto a tempo indeterminato come operaio. Come mio padre anche mia mamma era una partigiana, è stata in guerra e ha combattuto dai suoi 14 ai 30 anni, poi è arrivata l’indipendenza ed era rimasta a casa con me e i miei fratelli. Dopo una lunga trafila burocratica finalmente nel 2004 sono arrivati i documenti e siamo potuti arrivare anche noi in Italia per stare tutti insieme”.

BOSTON - Sì, poi c’è Boston, l’ultimo arrivato, runner dall’argento vivo a quattro zampe: “E’ il nostro Boston, perché è la maratona che non ho fatto ad Aprile. Era tutto pronto, mi ero allenato diversi mesi per il grande obiettivo di vincere quella maratona ma un infortunio di pochi giorni prima mi ha impedito di essere al via e ovviamente non sono partito per gli Stati Uniti. Avrei dovuto andarci direttamente dal Kenya, invece sono tornato in Italia e mi si è presentata l’opportunità di prenderlo. Forse se fossi andato a Boston non avrei avuto questa grande occasione. Lui è il nostro Boston”.

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