© SportografROMA – Pochi giorni dopo la Acea Run Rome The Marathon, mentre le emozioni, la felicità, la fatica e le immagini di Roma si assestano nella mente di 30mila maratoneti, Alessandra Palma Modoni guarda al lungo e tortuoso percorso che l’ha portata a tagliare il suo primo traguardo di maratona, sotto gli occhi del Colosseo e facendo una entrata trionfale nel Circo Massimo.
La storia di Alessandra
Classe 1977, arriva da Lecce ed è un medico, specializzato in Pneumologia. Una vita normale, una storia di amore di cui si avverte la profondità nella commozione di Pierluigi, suo compagno di vita, che sa cosa significhi rischiare di perderla. Due figli, oggi adolescenti, la consapevolezza che fare sport è importante per tutte le forme di benessere alla base della vita, si potrebbe riassumere così la prima vita di Alessandra Palma Modoni, fino a quel novembre 2019, quando, dopo un turno di notte, si è trasformata in medico di sé stessa.
“Era un periodo lavorativo e familiare intenso, tanti turni di notte, i miei figli, all’epoca piuttosto piccoli. Ho sempre praticato la corsa, un’attività leggera, per tenermi in forma e trovare un momento per me stessa” – ha esordito Alessandra. “Avevo notato che facevo più fatica di sempre e che avevo il fiatone quando salivo le scale, oltre ad una strana nausea”.
Da lì un prelievo di sangue che ha ventilato l’ipotesi che si trattasse di una leucemia mieloide acuta, una diagnosi le cui conseguenze erano ben chiare ad Alessandra e suo marito, entrambi medici.
“Pochi giorni dopo il primo prelievo, il mio emocromo era crollato di due punti, un dato che sapevo analizzare come medico e di cui sentivo l’impatto sulla mia pelle. E’ stata una doccia fredda, ma non ci siamo persi d’animo. Io e mio marito abbiamo studiato tanto, combattuto insieme e non abbiamo mai mentito ai nostri figli, pur edulcorando la situazione. A sostenermi in questo percorso tortuoso, anche la mia profonda fede”.
Terapia, un lungo periodo in camera sterile ed il trapianto di midollo, in tempi piuttosto veloci grazie alla compatibilità con il fratello.
“In quel periodo è scoppiata la pandemia da COVID19, ero a Roma per seguire le terapie. Mio marito mi raggiungeva con i bambini nel fine settimana, poi ad un certo punto mio figlio è rimasto con me, per fortuna, perché per qualche mese mio marito e mia figlia non hanno potuto raggiungerci, a causa delle restrizioni legate alla pandemia”.
Dalla camera sterile alla maratona
Sono trascorsi poco più di sei anni, domenica 22 marzo Alessandra è al traguardo della 31^ Acea Run Rome The Marathon.
“Dopo diversi mesi sono tornata a casa. Il mio corpo era debole, avevo perso peso e tono muscolare, oltre che i capelli. Assumevo tantissimi farmaci e di certo non potevo considerarmi in forma. Ma la mia mente ha saputo reagire ad uno stimolo che mi veniva da mio marito, che mi incitava a riprendere a fare sport, nella giusta misura”.
Da podista amatoriale a runner competitivo, Alessandra si veste di una nuova personalità sportiva.

“Non avevo mai pensato di partecipare ad una gara podistica, l’agonismo era molto lontano dal mio modo di vivere la corsa. Poi è scattato qualcosa, sono entrata in una società sportiva (ASD Tre Casali) e ho iniziato a partecipare a gare da 10 km, mezza maratona. Ho scoperto di essere particolarmente dotata sui percorsi di trail”.
Chilometri e controlli medici si fondono in un ritmo di vita che assume una nuova normalità, con Alessandra che torna ad indossare appieno le vesti di madre, moglie, medico.
“Io e mio marito ci siamo detti che sarebbe stato bello correre una maratona insieme. Purtroppo, lui ha avuto un infortunio nei mesi scorsi e sono andata avanti da sola. Ed eccomi tra i finisher della maratona di Roma, al traguardo in 4h25’, anche se il cronometro non mi interessava.”
Una gioia di famiglia, condivisa anche sul percorso, in vari punti Pierluigi ha incontrato Alessandra per incitarla.
“Ho gestito la gara con regolarità, salvo poi trovare addirittura uno slancio negli ultimi chilometri, una riserva di energia che non sapevo di avere. Se sono felice? Forse la malattia è stata lo strumento attraverso il quale mi sono guardata dentro, ho dovuto prendere del tempo per me stessa e, per quanto sia stata un’esperienza drammatica in sé e nei suoi contorni, sono rinata, sono tornata più forte di prima, l’ho trasformata in una occasione di cambiamento, di miglioramento. Ho voluto raccontare la mia storia perché possa essere di ispirazione per qualcuno, l’aspetto psicologico, la voglia di contrattaccare è fondamentale. Io l’ho trovata nella mia famiglia, in mio marito, nei miei figli, per i quali spero di essere un esempio. Ora è tempo di guardare alla prossima, e questa volta spero che mio marito possa essere con me”.
Articolo a cura di Daniela De Stefano