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Cartilagini e ripresa dell'attività, come preservarle?

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Il Prof Marco De Angelis ci fornisce alcuni consigli per riprendere l'attività fisica senza danneggiare le cartilagini

Cartilagini e ripresa dell'attività, come preservarle?
lunedì 4 maggio 2020

In natura, e quindi anche per noi, la prima legge universale è il “risparmio”: nessuna struttura viene mantenuta se non è strettamente necessaria per rispondere agli stimoli continui dell’ambiente.

Se non utilizziamo una parte del nostro organismo quella parte, reputata non più necessaria, non viene mantenuta (anche solo mantenerla costa, in termini di irrorazione sanguigna, ricambio, riparazione, etc.), non viene riparata per la naturale degenerazione che subisce o, addirittura, viene riassorbita (specialmente se può essere fonte di componenti utili altrove nel corpo).

Questo, come sa bene l’atleta che deve tenere fermo per un mese in un gesso un arto offeso (e che si stupisce all’apertura del gesso nel trovare una massa muscolare enormemente ridotta), avviene per ogni struttura e funzione del corpo: dal numero dei globuli rossi ai muscoli, ma anche per le strutture apparentemente più “stabili”, come le ossa, i tendini e le cartilagini.

Lo spessore di queste ultime e la loro funzione di facilitare lo scorrimento, con il minor attrito possibile, delle superfici articolari di due ossa in contatto è appunto dipendente di quanta attività di scorrimento avvenga regolarmente.

LUBRIFICAZIONE - Al loro nutrimento ed al loro mantenimento e riparazione provvede principalmente il liquido sinoviale, prodotto dalla membrana sinoviale, che riveste l’interno delle capsule articolari (delle diartrosi), e che viene prodotto in base al movimento dell’articolazione stessa.

Quindi, se tengo ferma una articolazione per ore e ancor di più per giorni e settimane, la cartilagine relativa, non nutrita, non riparata, non rinnovata, viene pian piano a perdere lubrificazione, consistenza, spessore e funzione.

 ARTROSI - Ne deriva che se dopo un periodo di inattività la metto in movimento, specialmente se questo comporta un carico, come è soprattutto il caso (a meno che non siate dei ginnasti di ginnastica artistica o degli acrobati da circo) delle superfici articolari del ginocchio (tra femore e tibia, femoro-tibiale- e tra femore e rotula, femoro-rotulea) e delle caviglie con la corsa, le cartilagini saranno letteralmente più asciutte, più ruvide e più sottili. Questo comporterà una loro usura più precoce che, nel tempo, se la successione delle sedute sarà troppo frequente e se non si saranno usate le necessarie accortezze, danneggerà progressivamente sempre di più le cartilagini, assottigliandole, ampliandone le fissurazioni, …fino a scoprire le terminazioni nervose, provocando i primi sintomi, di fastidio e poi di dolore, e fino, infine, a scoprire le superfici articolari ossee e quindi a determinare l’inizio del processo, a questo punto irreversibile, dell’artrosi, binario morto di qualunque podista.

2 CONSIGLI - Ne consegue che mi sento di consigliare fortemente a chi riprende a correre dopo settimane e addirittura mesi di inattività, per non parlare di coloro che inziano a farlo per la prima volta, due consigli.

  • Lubrificare il più possibile le articolazioni di ginocchia e caviglie con qualche minuto (ne bastano un paio) di movimenti a vuoto, senza carico, delle articolazioni in oggetto. Non si tratta di correre molto piano, che anzi aumenta il tempo di contatto con carico tra le articolazioni, ma proprio di muovere in aria le stesse. Per le ginocchia basta appoggiarsi con una mano a qualcosa (ad es. un tavolo o un muro), sollevare un ginocchio e simulare una pedalata nell’aria della gamba per uno-due minuti, per poi cambiare ginocchio. Per le caviglie, sempre sollevandone in aria una alla volta, fletterla ed estenderla in sequenza per un minuto e rotearla per un altro minuto. Questo consentirà una buona produzione di liquido sinoviale ed il suo passaggio tra le superfici articolari, in modo da lubrificarle prima di subire il carico.
  • Intervallare di molti giorni le prime sedute per permettere alle cartilagini, rese dall’inattività meno lubrificate, meno spesse, più fissurate, di riparare i conseguenti notevoli danni e la maggiore usura derivati dalle prime sedute, in attesa anche di riacquistare una maggiore capacità di ripresa dei processi autoriparativi.

 

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