La nostra intervista a Ezio Bosso: "L'Europa e il Toro in musica"

"Aiutavo a preparare gli striscioni, poi andavo in Maratona: una magia"

La nostra intervista a Ezio Bosso: "L'Europa e il Toro in musica"© ANSA

Ecco l'intervista che il nostro giornale ha fatto con il maestro Bosso nel 7 Luglio 2019

Addio a Ezio Bosso

Per la pubblicazione della nostra chiacchierata con il maestro Bosso, direttore d’orchestra, compositore e pianista, abbiamo chiesto a Oskar, leader degli Statuto, la storica band mod-ska torinese, un ritratto del suo caro amico Ezio. Col cuore ispirato, ecco quanto Oskar ha scritto per tutti noi.

John Cage e quel Prof

«Quando anche una seconda compagna di Conservatorio mi disse “Ho conosciuto tuo fratello... E così anche lui studia contrabbasso ed è un mod, proprio come te!”, capii chiaramente cosa stava succedendo. Io sono figlio unico, ma avevo un compagno di classe di 7 anni più giovane che si legò a me fin da subito e, grazie anche a una certa somiglianza fisica, decise che poteva presentarsi a tutti come mio fratello. A me la cosa piacque e divertì immediatamente e da allora ci chiamiamo semplicemente “fra”. Quando iniziò il suo percorso scolastico al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, in prima media, Ezio Bosso era davvero un bambino, un po’ paffutello. Mi ricordava il servo di Zagor (il fumetto della Bonelli), chiamato Cico (o meglio Xico), e lo soprannominai così. Lui accettò di buon grado il soprannome, anche se già 2 anni dopo era un figurino mod cresciuto ed elegante che frequentava piazza Statuto e l’anno seguente divenne il bassista degli Statuto. Con noi suonò circa un anno, poco, perché aveva troppo talento e creatività per stare all’interno di una band che eseguiva canzonette, magari belle e gradevoli, ma che non necessitavano di qualità compositiva ed esecutiva che invece Xico voleva e sapeva esprimere. Il divario tra lui e noi, altri componenti del gruppo, era tale da far risultare le sue note come “troppe”, o meglio “troppo” qualitative per una band underground che aveva ancora tutto da imparare (ascoltate la sua performance nel brano “Finta Diva” contenuta nel nostro disco “Vacanze”, per capirci). Dopo di noi, non suonò più con alcuna band di musica “leggera”. Si dedicò ovviamente alla classica, ma anche al jazz. Quando partì per studiare in giro per il mondo, mi telefonava almeno un paio di volte alla settimana per raccontarmi e per farsi raccontare. Talento, coraggio e rispetto sono le doti maggiori di Xico. In Conservatorio, il nostro maestro di contrabbasso era una grande musicista, un discreto insegnante, ma, umanamente riprovevole. Forte con i deboli e debole con i forti, vessava chi, come me, era figlio della classe operaia e incensava miei compagni figli di grandi artisti o importanti esponenti della cultura o della politica. Anche Xico era figlio del popolo e anche con lui il mio maestro aveva un atteggiamento ostile, offensivo. A differenza mia, però, Xico ebbe il coraggio di mandarlo a stendere e di andarsene a studiare altrove, dimostrandosi più coraggioso di me. L’episodio più emblematico fu quando, durante una sua lezione in Conservatorio, nel maggio del 1984 passò davanti alla porta aperta della nostra aula nientepopodimeno che il celebre John Cage, il quale rimase sconvolto dal modo in cui il mio maestro inveiva contro Xico ed entrò in classe dicendo in inglese: “La musica suonata dal ragazzo non merita assolutamente le tue urla”. Xico suonava, studiava e sperimentava, talvolta necessitava di un contrabbasso da poter suonare perché non poteva usufruire del suo, magari perché preferiva non passare da casa, e io gli prestavo regolarmente il mio. Tutte le volte che veniva a prendere e riportare il contrabbasso a casa mia, si intratteneva con mia mamma, la Partigiana Adriana, a parlare e a farsi raccontare della Resistenza. Mia mamma è molto legata a lui: finché ha potuto uscire di casa in modo “fluido” (adesso ha 93 anni e uscire di casa è diventato complicato), non si è persa un suo concerto, fin dalle sue prime esibizioni da concertista di contrabbasso a quelle da pianista o da direttore d’orchestra. Circa 20 anni fa, Xico era già uno dei compositori di musica classica più affermati nel mondo, ma in Italia cominciarono a conoscerlo come tale nel 2003, dopo la candidatura al premio Oscar come migliore colonna sonora per le musiche di “Io non ho paura” di Salvatores. Quando esplose la sua popolarità grazie alla partecipazione al festival di Sanremo, Xico aveva già vissuto (e vinto) momenti di lotta per la sua salute e, soprattutto, aveva già composto eccellenti sinfonie di livello assoluto nel panorama della musica classica mondiale. Non ha senso parlare della sua salute per compassione o pietismo, ma è importante sottolineare quanto un uomo possa eccellere e migliorarsi sempre e continuamente nonostante ostacoli fisici, anche gravi Xico è un esempio unico al mondo, adesso. E lo resterà per sempre. Talento, rispetto e coraggio. Ha usato la sua malattia per sviluppare la sua sensibilità in modo sublime, la sua capacità nell’apprendere e studiare come neanche il più avanzato dei computer potrebbe fare, il suo coraggio nel vivere con gioia, entusiasmo, ironia e autoironia ogni attimo della sua esistenza, trasmettendo a tutti la gioia di vivere, il piacere di ascoltare la musica, la voglia di condividere e stare insieme, andando oltre a qualsiasi dimensione definita e tangibile. Xico è del Toro ed è un mod e per me, che sono il suo fratello “aggiunto” (in realtà lui ha un fratello e una sorella “veri”), è motivo di orgoglio e di grandi soddisfazioni che si estendono a mia mamma Adriana e a tutti i Mods della piazza che lui viene a trovare ogni volta che passa da Torino. Il nostro Xico è per tutti il maestro Ezio Bosso, il più grande compositore di musica classica vivente e uno dei più importanti musicisti della storia in assoluto». Firmato: Oscar Giammarinaro. E adesso passiamo alla nostra chiacchierata con il maestro.

Europa: larghe vedute

Per cominciare, abbiamo suggerito a Ezio Bosso di partire dall’etimologia di Europa Europa, figura della mitologia greca, era una donna affascinante. Principessa di Tiro e regina di Creta. Zeus ne fu incredibilmente attratto. Dovette trasformarsi in un toro bianco e poi in un’aquila per vincere le sue resistenze e possederla. E nacquero più figli dal loro rapporto. Gli studi hanno portato a galla 2 elementi chiave all’interno del nome Europa. Entrambi derivanti dal greco. Trasformati nell’alfabeto latino: “eurus”, cioè “largo, ampio”, e “ops”, ovvero “volto, viso”. Ma anche “occhio”. Europa, insomma, come un derivato linguistico dell’unione di quelle due parole, attraverso un passaggio intermedio: “europs”. La qual cosa evoca un concetto che si può riassumere così: Europa, in origine figura mitologica e poi continente, è espressione di “larghe vedute”, è frutto di “ampie visioni”. Europa è anche madre: porta in grembo tutto ciò. E’ un volto che, con il suo sguardo, sposta più in là i confini: necessità di orizzonti più ampi. E’ meraviglioso l’afflato poetico ed etico che fuoriesce dall’etimologia di Europa. Per cui, adesso, ascoltiamo il maestro, fondatore di una splendida filarmonica che si chiama proprio così: “Europa Filarmonica”. «Europa è tutto un vedersi: un iniziare a riconoscersi. E’ ciò che accade quando incontri qualcuno. E’ anche una culla di amicizie, allora. Ma per riconoscere una persona occorre tenere l’occhio aperto. E ciò che ci rende ricchi è appunto non tenere gli occhi chiusi. La mia filarmonica è una società ideale: la mia aspirazione. E’ composta da musicisti di nazioni diverse. E quando un compagno è stanco, il vicino suona più forte. Ma non per umiliarlo. Per aspettarlo. Per aiutarlo a migliorare».

Edipo cieco e la paura

Tra i discendenti dei genitori di Europa c’è Edipo: una delle figure più incredibili, ancestrali e terribili della mitologia e del teatro greco. L’eroe tragico, condannato dal destino a uccidere il padre e a sposare la madre. «La tragedia di Edipo è un monito per l’Europa. L’umanità ha dentro di sé una parte oscura, non solo una luminosa. Eccolo, il nostro Edipo. Ma se riusciamo a convivere con il lato oscuro, cioè a dominarlo, a svuotarlo della violenza e del pregiudizio, allora l’Europa non sarà condannata per sempre. La condanna si alleggerisce. Il terreno più fertile per il lato oscuro di noi europei è la paura. Aver paura significa non capire. Pregiudizi. Divisione. Non accogliere gli altri. E diffondere la paura è pericolosissimo, perché dalla paura sono arrivate le tragedie peggiori della storia. Ma paura significa anche insicurezza. Il timore di sentirsi inadeguati. E di venir sopraffatti da altri. La paura è anche una sensazione di inferiorità. D’altra parte chi agisce con violenza è, tendenzialmente, una persona che si sente inferiore». «Amo da sempre anche gli studi classici. Fin da bambino. Io arrivo da una famiglia proletaria di Torino, ma a casa nostra si sapeva bene come la cultura fosse l’unica vera strada di emancipazione sociale, progresso e crescita». Si coglie una enorme gratitudine per la semina dei genitori: «A casa i soldi erano pochi, ma i libri sempre tanti». Tornando a Edipo: una volta emersa la verità della condanna (uccidere il padre e giacere con la madre fino ad averne figli), Edipo si accecò. E così passiamo dall’Europa delle larghe vedute all’eroe cieco. Potenzialmente, chiunque di noi. «Esattamente per questo gli occhi vanno tenuti aperti: per poter incontrare l’altro, riconoscerne la diversità ed accoglierlo».

L’europa filarmonica

«Il filosofo Nietzsche diceva che la vita, senza musica, sarebbe un errore. Una frase che un po’ tutti ripetono a pappagallo. Nietzsche voleva esser un musicista, era anche un compositore, scriveva musica bellissima. Mi piacerebbe poterla interpretare. Io amo scoprire i lati più ampi della cultura. Parto dalla musica, e poi navigo nella vita del compositore tra la geografia, le scienze, la storia. Vado alla scoperta delle motivazioni che portarono a quelle composizioni. La vita. Per cui ha ragione Nietzsche: la vita senza musica sarebbe un errore. Ma è vero anche che la musica senza la vita non esisterebbe. Sarebbe una creazione fredda, da laboratorio. Brahms diceva che la musica basta a se stessa. Aggiungerei un’altra frase: la musica non ha bisogno di idioti che la spieghino». Stiamo specificatamente parlando, con il maestro Bosso, di musica classica. Che da secoli si tramanda e si rinnova. E’ come se l’umanità dicesse: non possiamo non comporre di continuo nuova musica, ma non possiamo neanche non ascoltare più il lascito dei compositori del passato. Due magneti. «E’ l’arte. Fuoco e tecnica. Gli uomini preistorici suonavano dei protoflauti: sono stati trovati raffigurati anche dei suonatori, nelle caverne del mondo. Dipinti meravigliosi che mi hanno sempre emozionato. Nelle caverne abbiamo ritrovato anche ossa lunghe, forate, affinché emettessero suoni, soffiandoci dentro. Ecco il fuoco delle caverne, che scalda. La musica ci accompagna da sempre anche come un conforto. Fa trascendere il dolore, quello psicologico e quello fisico: e io ne sono una prova vivente. Anche ascoltare musica triste ci fa stare meglio. La musica classica, cioè la musica a cui penso io, trasforma la rabbia e la tristezza in energia positiva. Anche in gioia e allegria. Ha un potere unico». L’Europa Filarmonica del maestro Bosso è nata quale eredità di un evento bolognese dello scorso gennaio, “Grazie Claudio”: 51 musicisti cresciuti sotto la bacchetta di Abbado e oggi impegnati nelle migliori orchestre internazionali si sono raccolti, rispondendo alla chiamata di Alessandra Abbado, della sua associazione Mozart 14 e, appunto, del maestro Ezio Bosso. Il concerto-evento fu organizzato per ricordare il grande direttore milanese, scomparso 5 anni fa, nel rispetto dei suoi principi fondanti: la condivisione del fare musica, il godere assieme del lavoro comune, l’amicizia e la cooperazione oltre qualsiasi confine. Successivamente il maestro Bosso è passato attraverso la creazione di più formazioni orchestrali uniche nel loro genere, capaci di unire affermati musicisti delle migliori compagini internazionali con giovani musicisti di talento. Fino al progetto compiuto della “Europa Filarmonica” (“Europe Philharmonic Orchestra”). Che ha già mietuto grandi successi. E che giovedì, diretta dal maestro, suonerà a Collegno.

Figlio di Abbado

Nella mente di Bosso, la visione ideale dell’orchestra rappresenta lo specchio di una società positiva, unita dall’arte. «Nel mio modo di intendere il ruolo di direttore d’orchestra io sarò sempre un figlio di Abbado. E non solo perché un direttore deve lavorare 5 volte di più dei suoi musicisti, perché deve preparare e spiegar loro le parti. Io porto avanti tutti i valori di Claudio. Vedeva la musica come un elemento fondante della società civile. Mi ha sempre insegnato a portarla in giro, la musica. Dappertutto, per il bene di tutti. Anche nelle carceri. E’ lo stesso motivo per cui io tengo il più possibile le prove della mia filarmonica aperte al pubblico. E poi spiego ai musicisti e agli spettatori perché Cajkovskij avesse composto proprio quella musica. O Beethoven. O Bach. Dobbiamo conoscere meglio il passato, se vogliamo avere un futuro migliore. E io vedo un futuro per l’Europa solo se la riconosco nelle mie radici. Solo se non la vedo unicamente come una comunità economica. L’Europa è qualcosa di enormemente più ampio. E’ nel nostro Dna. Forse lo capiremmo meglio se ci chiamassimo Stati Uniti d’Europa».

Una donna meravigliosa

«Europa era una figura mitologica meravigliosa, laica, comprensiva, multiculturale e multirazziale. Doveva essere anche una bellissima donna ed era una donna madre. E io credo in una Europa di persone, che insieme formano quartieri, città, province, regioni, nazioni e una bandiera comune, nel continente. L’unità dei popoli. Come un’orchestra. D’altra parte per noi musicisti è più facile essere europeisti. Lo erano già i musicisti del Settecento». Ma la musica classica no, è diverso. Entra dalla pancia, passa per il cuore e fa muovere la testa. La pancia da sola non basta e può essere espressione di rabbia. Anche il cuore da solo non basta: il sentimento e le emozioni possono diventare una droga pericolosa. Serve anche la testa, difatti. Che pensa e si muove. Agisce». «La musica è un’opportunità per conoscere se stessi. E trascende anche il tempo. Suonare Bach o Beethoven significa renderli contemporanei. Non abbiamo bisogno di statue. Ma di scoprire l’eternità che è dentro di noi. Noi musicisti siamo ricercatori di bellezza. Ma se non rischi non troverai mai la bellezza, mi ripeteva un maestro. Bisogna saper scavare dentro di sé. Mettere a nudo anche cose che vorresti tener sopite». Beethoven è anche l’autore dell’Inno alla gioia, poi diventato l’inno dell’Unione europea. Canta il coro: “Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero!”. Dice Bosso: «I versi di Schiller sono un inno alla gioia dell’amicizia. E’ l’europeismo di Beethoven, il mio papà musicale che mi commuove sempre». «La rivoluzione è la generosità. La rivoluzione della gentilezza, la chiamo io. I gesti di gentilezza militante cambiano il mondo. Consiglio a tutti di darsi alla gentilezza militante». «Tendo a godermi la felicità. A vivere il dolore sono abituato e non mi giro indietro o dall’altra parte. Vedo che ci sono tante persone che lavorano per vivere meglio tutti. Ma, purtroppo, vedo anche il linguaggio imbarbarito e aggressivo dei social. Io sono un paradosso: un romantico cinico, un entropico ottimista. E non dobbiamo pensare con presunzione che saranno le aree ricche a salvare il mondo. Non bisogna mai essere presuntuosi. Però vedo che tutti dicono la loro opinione su tutto. Un tempo ci sentivamo ct della Nazionale, al massimo. Invece adesso chiunque esprime sentenze sulla medicina, sull’economia, sulla fisica, sulla storia. Su tutto».

Fedelissimo granata

«Il mio amico Oskar, che per me fu un fratello maggiore e un idolo ai tempi del Conservatorio, mi riportò allo stadio a vedere il Toro. Si andava in Maratona. Feci anche parte del primo striscione dei Mods Granata. Ma poi la mia musica mi portò via... Mi divertii molto a seguire il Toro al fianco di Oskar. Però io andavo allo stadio anche prima. Mi portava uno dei Fedelissimi Granata, fidanzato con mia sorella. Mi portava con lui a preparare gli striscioni. E poi si andava in curva. Era un po’ una magia. E ora sono contento che il Toro sia tornato in Europa: un po’ di fortuna non guasta. A maggior ragione perché ha sempre avuto una sfortuna incredibile. Da quel 4 maggio in poi, la sua è la perenne storia di un’araba fenice. Una continua lotta per rinascere e migliorarsi. Una bellissima metafora dell’esistenza umana». 

Calcio "musicato"

«L’orchestra è come una squadra di calcio. Ogni ruolo è importante: chi suona al sesto posto dei violini non è un musicista inferiore al primo violino. Ha altre peculiarità. Di sicuro il primo violino accetta di prendersi grandi responsabilità. Come il capitano nel calcio. Che non per forza è il miglior giocatore della squadra. E il direttore è un po’ come l’allenatore. Un buon allenatore mette in campo affetto, unione, senso di protezione, aiuto. Non basta la strategia. Anch’io, empaticamente, cerco di fare stare bene tutti i miei musicisti, disquisendo democraticamente: così cresciamo tutti assieme, in vista del concerto. Mi prendo cura di loro ora da padre, ora da fratello maggiore, ora da zio». «Il calcio è anche un paradosso: si nutre di sfide tra avversari, ma è anche un fenomeno sociale molto aggregante. A parte il tifo per il Toro, comunque, io amo il rugby. Ma non potei praticarlo per problemi fisici. Mi innamorai del rugby dopo che un giocatore della squadra di Torino, partigiano e amico di papà, mi regalò una palla degli All Blacks. C’è stato un compositore del secolo scorso, Honegger, che ha dedicato al rugby un’opera sinfonica. E per andare avanti, come nel rugby, i musicisti suonano passandosi le frasi musicali all’indietro. Invece mia nonna tifava Atalanta. Mentre papà aveva praticato la boxe. E lo sapete che anni fa due compositori italiani un po’ pazzi... uno era Annecchino... commentarono in musica le partite dei Mondiali? Cercarono di tradurre sullo spartito le azioni. La musica ha rappresentato tutto. E la sala concerto è come un campo da gioco con lo stadio attorno. Cambia il modo di suonare, in base al numero di spettatori e alle loro reazioni. Io sento anche i loro respiri. La musica si fa vivendo. Anche il silenzio può essere musica: ce lo ha insegnato John Cage con una sua composizione, 4’33’.’ Voleva dimostrare che la musica siamo tutti noi. D’altra parte...». «...d’altra parte chi ascolta sta suonando senza uno strumento».

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