Brucia la Colombia, a rischio la Copa América: il fútbol si mobilita

Da Duván Zapata a James, da Barrios a Cuadrado, fino a Ospina, Falcao, Higuita e Valderrama, il sostegno di calciatori ed ex calciatori colombiani

Brucia la Colombia, a rischio la Copa América: il fútbol si mobilita© EPA

A 9 mila chilometri da casa nostra, tra 35 giorni, dovrebbe prendere il via la Copa América. Dovrebbe: il condizionale, allo stato attuale, è d’obbligo e no, non direttamente per colpa della pandemia. La Colombia, paese ospitante con l’Argentina della manifestazione per Nazionali più importante del LatinoAmérica, brucia. La Colombia non pensa minimamente alla fiesta futbolera più bella del Continente, non può, non vuole pensarci. Da una settimana la Colombia deve piangere i suoi morti, i suoi tanti, troppi morti ammazzati in quella che assomiglia sempre più a una guerra civile. Iván Duque Márquez, ultraliberale e derechista, attuale presidente del Paese, ha deciso in piena pandemia di varare una riforma fiscale: tra i provvedimenti c’è pure l’aumento dell’Iva sui generi di prima necessità. La logica conseguenza è la perdita di potere d’acquisto da parte del popolo, già duramente provato dal coronavirus e le ovvie proteste, in ogni città del Paese, sono divampate, incontrollabili. Insomma: in Colombia non solo non sono mai arrivati i “ristori”, ma anzi sono cresciuti i prezzi di tutto: dal latte al pane, dalle uova alla carne e ai medicinali. La gente ha iniziato a scendere in piazza: prima con i Cacerolazos, il modo di protestare tipico del LatinoAmérica battendo mestoli su pentole o coperchi di latta, poi in maniera sempre più accesa. Duque è epigono e prodotto politico di Álvaro Uribe, ex presidente in carica dal 2002 al 2010, impossibilitato a ricandidarsi perché ha già raggiunto il numero massimo di mandati, colui il quale inviava nelle Comunas (i quartieri popolari) i “paracos”, i paramilitari: la scusa era disarmare le Farc, il Cap e l’Eln (movimenti guerriglieri d’estrema sinistra), ma nei fatti venivano regolati i conti del narcotraffico e perpetrati i reati più atroci contro la popolazione inerme come stupri, assassini, sparizioni. Nella Comuna 13 di Medellín, usatissima in quei tempi bui, c’è La Escombrera, la fossa comune più grande di tutto il LatinoAmérica: è tornata d’attualità in que-sti giorni di lotte e lutti. E come Uribe pure Duque ha scelto di usare la violenza contro il suo popolo, piuttosto che il dialogo, prendendo la palla al balzo e cavalcando i saccheggi che hanno accompagnato le manifestazioni, citandoli come giustificazione per l’uso sproporzionato della forza. Da Bogotá a Cali, a Medellín e in tutta la Valle del Cauca si piange: oltre 30 morti, 814 arresti arbitrari, 1.443 casi di abuso da parte della polizia, 10 di violenza sessuale, 21 di lesioni oculari e 77 di uso di arma da fuoco contro i manifestanti, mentre sarebbero 87 i desaparecidos, secondo il rapporto della Defensoría del Pueblo de Colombia. E i colombiani, in qualsiasi parte del Pianeta siano, piangono e chiedono di smetterla. E i calciatori e gli ex calciatori usano la celebrità per far sì che il mondo non resti a guardare in silenzio: «C’è patria tristezza, il nostro cuore sanguina a vedere i nostri fratelli morti, gli abusi, l’indolenza di chi ci governa», posta René Higuita. «Amo il mio Paese come nessuno, sto male per ciò che succede e la distanza rende tutto più difficile», commenta James Rodriguez. Gli fanno eco Duván Zapata «Forza Patria mia, sem-pre con voi. Pace e amore», David Ospina«Stare lontano non mi impedisce di provare tristezza per ciò che vedo», Wilmar Barrios «Basta morti, basta violenza, basta abusi della polizia», Juan Guillermo Cuadrado «Preghiamo perché l’amore di Dio possa illuminare ogni cuore colombiano», Radamél Falcao «Rispettate il diritto di manifestare!» ed El Pibe Valderrama «Cerchiamo tutti insieme il cammino per la pace». Chi è stato in Colombia conosce l’ospitalità e l’allegria della sua gente, che merita sorrisi, non lacrime, feste, non lutti, boati di fuochi d’artificio dopo un gol, non di colpi di cannone sparati da colombiani contro colombiani.

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