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Addio a ritiri e boschi. Ecco il nuovo calcio
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Addio a ritiri e boschi. Ecco il nuovo calcio

Il presidente dei preparatori atletici italiani nel calcio spiega: «Basta corse lunghe. Il calcio è ritmo e velocità»twitta

martedì 28 luglio 2015

di Stefano Piccheri

TORINO - Qualche tempo fa: ritiro, boschi, ossigeno, lunghe corse, sudore e amichevoli con i taglialegna. Ora: scatti, corse brevi, lavoro col pallone, miniritiro, viaggi aerei, tournée e tornei extralusso. Il calcio cambia, cambia la preparazione, ma la conseguenza non è banalmente diretta come si potrebbe pensare. Il calcio chiede altro ai calciatori e tecnici, ma metodologie e cultura fisica hanno da tempo cambiato stile e filosofia. Ne parliamo con Stefano Fiorini, presidente di AIPAC, l'associazione dei preparatori atletici italiani nel calcio.

Calcio nuovo, preparazione nuova?
«Il lavoro del preparatore è cambiato in maniera sostanziale, nell'approccio rispetto al singolo calciatore e a tutta la squadra. Prima c'era il singolo professionista per tutti, ora ci sono varie professionalità a servizio del singolo calciatore. Il lavoro è sempre più individualizzato e fatto al di fuori dell'allenamento tecnico tattico. Quello che si vede in campo è quasi esclusivamente la parte tecnica e tattica gestita dall'allenatore, ma la parte atletica viene curata prima o dopo all'interno del centro sportivo».

Il concetto di ritiro sembra perso nella notte dei tempi
«Ora non esiste più la suddivisione tra periodo di preparazione e quello di competizione. Ora è sempre competizione: dopo 4 giorni ora si vola in giro per il mondo per gare ad altissimo livello, in cui a nessuno piace perdere. Ormai i calciatori che arrivano con vari chili di sovrappeso sono casi rari. Prima per farli correre e sprintare si aspettavano dei giorni, ma con le nuove tecniche già corri con la palla da subito. Non esiste più il concetto di corsa lunga. Devi far cose correlate al tipo di sport a cui ti riferisci: i calciatori in partita sono chiamati a scatti e corse brevi, ma intense. E allora si fanno lavori su spazi ridotti, a velocità varaibile e attraverso Gps e cardiofrequenzimentri controlli il livello del singolo. Ma giocare di per sè non è allenante per niente: quando giochi ogni 3 giorni come a un Mondiale i calciatori sono distrutti, perchè consumano e basta».

Quindi, paradossalmente, sono favorite fisicamente le squadre minori, che non hanno impegni assidui?
«Chi non ha impegni ravvicinati e di alto livello riesce a modulare meglio i carichi di lavoro, tra allenamento, recupero e partita. Diciamo che sono agevolati, anche perché nei periodi di tournée all'estero lavori ben poco».

Ma alla fine arrivano ai successi sempre squadre che hanno fatto tornei internazionali estivi e viaggi lunghissimi. Guardi Barcellona e Juventus lo scorso anno. Quindi?
«Il presupposto è che i giocatori migliori fanno la differenza. Vince sempre chi ha calciatori migliori e li allena bene. Ma squadre di alto livello hanno rose di calciatori più o meno tutti allo stesso livello e allora alternano gli atleti nei vari periodi».

Sia sincero: meglio il ritiro in montagna o fatto in casa, stile Milan?
«La montagna serve a recuperare meglio con temperature gradevoli. Ma allenarsi a Milanello con attrezzature di altissimo livello e strutture con aria condizionata dal pieno confort è ottimale. L'importante è un buon recupero notturno e tra le varie sedute di allenamento».

La Roma si è affidata a un preparatore straniero, Darcy Norman, campione del mondo. L'associazione dei preparatori italiani è per il "Moglie e buoi..."?
«La scuola italiana non ha da invidiare nulla a nessuno e siamo andati in giro per il mondo a portare i nostri concetti. Norman  è stato molto cordiale con noi e ci ha invitato ai suoi allenamenti in ritiro. Vedremo come si integrerà con Garcia. Un preparatore e un allenatore che non si conoscono devono fare alla svelta a capirsi e combinare le metodologie: è la chiave di tutto. Non dimentichiamo che il responsabile è l'allenatore, non esiste preparatore che lavori a prescindere dall'allenatore».

Quindi è rischioso imporre un preparatore a un allenatore?
«Il miglior preparatore è quello che si integra al meglio con l'allenatore e il suo staff. Non esiste un preparatore che possa incidere sul lavoro a prescindere dall'allenatore. È un lavoro integrato e mai separato, ci sono delle coppie che lavorano da anni insieme, perché tutto deve essere condiviso».

È possibile che a questi livelli un preparatore rovini una stagione di una squadra? Spesso sono dei capri espiatori.
«No, non è possibile, parliamo di professionisti al top e i calciatori sono monitorati costantemente e con tutte le tecnologie più avanzate». 

Tags: calcioSerie A

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