La raccolta per l’Amedeo di Savoia di Torino, il Prof. Di Perri: “Così avremo più posti attrezzati

Il Direttore della Clinica Malattie Infettive indica come verranno utilizzati i soldi: «Non sono sorpreso, un mese fa prefi gurai la situazione. Il picco? A metà aprile»

TORINO - La sua parlata toscana aiuta a vivere la situazione pesante con un po’ di dissacrante leggerezza. Sta di fatto che sono giorni tosti per Giovanni Di Perri, Direttore della struttura Malattie Infettive e Direzione Universitaria, presso l’ospedale Amedeo di Savoia di Torino, in prima linea nell’emergenza Coronavirus. Alla luce della specializzazione della struttura ospedaliera Tuttosport ha pensato di lanciare la raccolta fondi “Un gol al Coronavirus” con donazioni da appoggiare presso una Onlus indicata proprio dal Professore che ci ha spiegato qual è la situazione.

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Professor Giovanni Di Perri, cominciamo con la fotografi a della situazione attuale dell’ospedale. Quali numeri?

«Abbiamo 36 pazienti ricoverati e stiamo aprendo nello stesso comparto nuovi reparti che sino a prima dell’emergenza erano riservati a medicina generale e geriatria, questo per dare una ventina/venticinque posti in letto in più. Contestualmente stiamo anche attrezzando questa nuova postazione con un minimo di apparecchiature radiologici portatili. La curva epidemica è in salita, avremo altri casi. Si tratta di casi complessi da gestire, che non possono essere mandati a casa ai primi miglioramenti. Anche nel nostro ospedale la terapia intensiva è piena, così come negli altri ospedali del Piemonte».

Con l’auspicio che questa nostra raccolta fondi per il vostro ospedale dia risultati soddisfacenti, come pensa di poter utilizzare questo danaro che vi arriverà tramite la Onlus che è stata scelta?

«Dobbiamo attrezzare delle stanze con la pressione negativa, ovvero con una strumentazione che crea un ricambio d’aria nella stanza rendendo così il malato meno contagioso, associata a una strutturazione di ventilazione meccanica».

Potreste anche reperire i caschi respiratori?

«Questi fanno parte della strumentazione per l’assistenza ventilatoria. Il casco va a sigillare il cranio, il paziente vi respira dentro e il casco genera una pressione positiva che noi possiamo regolare e questa forza l’aria all’interno dei polmoni che sono in sofferenza e non riescono a funzionare come dovrebbero fare normalmente».

Quanto è sorpreso dalla curva epidemiologica così alta?

«Per nulla. Io questo me lo aspettavo totalmente, lo sostengo da più di un mese. Guardando la Cina si è capito sin da subito che questo Coronavirus aveva una fortissima contagiosità. Per chi fa il medico con la mia età non può che non pensare al morbillo che quando entrava in una famiglia colpiva tutti coloro che non l’avevano ancora fatto. Ho lavorato molto in Africa e ho una certa esperienza: il morbillo passa da una persona all’altra con una facilità incredibile».

Tenuto conto di cosa è successo in Cina e di come si è manifestato qui da noi il coronavirus, quando ipotizza il picco italiano, alla luce anche della tempistica e delle modalità adottate nel nostro Paese?

«Io temo per la metà aprile. In Cina c’è stata la domiciliazione forzata militare che da noi non si è vista. Ora per fortuna sono state finalmente adottate restrizioni più forti a carattere nazionale. Direi che è stato importante non solo cercare di restringere i contatti umani ma anche creare un clima di collaborazione. A prescindere da cosa dice di fare lo Stato è importante cosa facciamo noi. Ho sentito una bellissima frase alla radio che dovremo tenere tutti a mente, “I nostri genitori o i nostri nonni, a seconda dell’età che uno ha, hanno fatto la guerra. A noi ci viene chiesto di stare tre settimane a casa” Direi che è uno sforzo che possiamo accettare!».

A livello di età, conferma che la gran parte dei ricoverati è anziana?

«Sì, è vero. Soprattutto persone in avanti con l’età e magari portatori di malattie croniche come cardiopatie ipertensiva ischemica, diabete e cose del genere. Ma a titolo di esempio, c’è un diciottenne e un ventinovenne in terapia intensiva a Milano. Io qui ne ho mandati uno di 47 e uno di 50. Nessuno si senta immune. Lo sono probabilmente solo i bambini che peraltro sono veicolo formidabile di contagio».

Ultima domanda legata al calcio, visto che lo segue ed è tifoso della Fiorentina. Cosa pensa della sospensione del campionato di calcio di serie A?

«Probabilmente è stato deciso per far capire sino in fondo la reale situazione e quindi passare il concetto che il momento richiede impegno e rigore da parte di tutti. In realtà i calciatori sono controllati e viaggiano in maniera privilegiata spostandosi con bus e aerei privati. Non sarebbero stati in pericolo. Avessero continuato a giocare, in tv non avremmo avuto da guardare solo trasmissioni sul coronavirus. Però capisco il significato della decisione dello stop».

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