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Se il ministro scavalca il suo Premier

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Se il ministro scavalca il suo Premier
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 Xavier Jacobelli lunedì 27 aprile 2020

Chissà se fra i 450 esperti sparpagliati fra le 15 task force messe in campo dal Governo per affrontare l’emergenza Cornavirus, ce n’è uno, dicasi lo straccio di uno che conosca, abbia letto, approfondito, studiato il Report2019 della Federcalcio. La domanda suona ancora più pertinente dopo avere ascoltato il consueto pistolotto in prima serata, pronunciato a reti unificate dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il quale, a stretto giro di tv, in seconda serata è stato addirittura scavalcato a destra e a sinistra dal suo ministro per lo Sport che continua a snobbare la ripartenza dell’Azienda Calcio, somministrandole, invece, pannicelli caldi. Sì alla ripresa degli allenamenti individuali dal 4 maggio; sì alla ripresa degli allenamenti collettivi dal 18 maggio, come abbondantemente anticipato da giorni. Eppure, nessun accenno, nemmeno l’indicazione di una o più ipotetiche date, al ritorno dell’attività agonistica della Serie A.

Per non dire del silenzio assordante sull’altro calcio che non ha ancora ricevuto interventi concreti, cioè soldi, denaro, liquidità: la Serie B, la Serie C, la Serie D, il milione e 45 mila tesserati e le 12 mila società del movimento di base che l’attività l’hanno dovuta interrompere e non sanno se, come e quando potranno riprenderla. Conte ha rimandato alle «ulteriori interlocuzioni» che i suoi ministri avranno con il comitato tecnico-scientifico, con le Federazione, le Leghe, l’Associazione Calciatori e bla bla bla perché «noi vogliamo tanto bene ai nostri beniamini e non vogliamo che si ammalino». Alzi la mano chi vuole che «i nostri beniamini» si ammalino. Qui, chi rischia di ammalarsi e di trapassare è l’Azienda Calcio. Ieri, Stefano Lanzo su Tuttosport, ha documentato come, in caso di mandata ripartenza della Serie A, ci sia il, rischio di uno spread da 1 miliardo: il valore delle rose dei club italiani può crollare del 20%, scatenando la fuga verso i campionati stranieri dei giocatori più quotati. Mercoledì scorso, dati alla mano, Stefano Salandin ha snocciolato i numeri del pallone, definito «l’ultimo dei problemi», dal ministro per la Salute. Ultimo? 4,7 miliardi di euro sono il fatturato diretto generato dal settore (12% del Pil del calcio mondiale); 1,500 miliardi di euro il gettito fiscale generato dal solo calcio professionistico (+37% nel decennio 2006-2016) con un’incidenza del 70% rispetto al gettito fiscale dell’intero comparto sportivo; 4,6 milioni sono i praticanti in Italia (1,4 milioni i tesserati Figc); 570 mila le partite ufficiali disputate ogni anno (il 99% a livello dilettantistico e giovanile; 32,4 milioni le persone che si dichiarano interessate al calcio in Italia; 833 mila i giovani tesserati dalla federcalcio.

Un’ora e mezzo dopo Conte, sugli schermi di Rai Due si è affacciato il ministro per lo sport, Spadafora, per segnare un altro autogol. Se Conte, con il suo lessico forbito per non dire nulla facendo finta di dire tutto, aveva alimentato una vaga speranza di ripartenza della A a giugno, Spadafora ha aperto la doccia gelata. Su assist di Fazio secondo il quale «se un giocatore si positivizza, si ferma tutto di nuovo» (e chi l’ha detto? Forse Fazio è diventato virologo ad honorem a forza di frequentare gli scienziati sovente ospiti della sua trasmissione?) il ministro ha tergiversato, ha fatto melina, non ha dato nessuna indicazione precisa. Certo la Germania punta a ripartire il 9 maggio, ma volete mettere la Spagna? e l’Olanda che ha chiuso definitivamente l’Eredivisie? Spadafora ha soggiunto che, da oggi, alla buon’ora, partiranno i bonifici per i 27 mila richiedenti il contributo di 600 euro e, nei prossimi giorni, società e circoli sportivi di base potranno presentare la domanda per ottenere i contributi statali. Scommettiamo che ci vorrà una vita prima di riceverli?

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