Intervista a Chiambretti: "Ecco il mio Tiki Taka"

A tu per tu con il popolare conduttore televisivo: il Covid, la scomparsa della madre amatissima, la nuova sfida che vuole vincere

TORINO - Una ruga in più gli solca il volto. Non se ne andrà, come non scomparirà il dolore per la perdita della cara mamma, la donna più importante della vita di Piero Chiambretti, la sua musa ispiratrice, consigliera e giudice dei suoi risultati professionali, un’esistenza che li univa a doppio filo. Ma, quando l’amore, la comprensione, la complicità, vengono interrotte improvvisamente, per un destino maledetto, allora tutto cambia, tutto si opacizza, la vita stessa perde il senso che ha sempre avuto e ci si ritrova soli, abbandonati e disperati. Piero oggi cerca di ritrovare la voglia di vivere, di lavorare, di tornare a far sorridere i suoi telespettatori e tutto è davvero una gran fatica perché quell’esperienza, di marzo, lo ha segnato per sempre.

«Non immaginavo mai che mi potesse accadere tutto questo - racconta il conduttore - è stata l’esperienza di vita più drammatica che ho dovuto superare. Ammalarsi di Covid non è uno scherzo, è traumatico, sia per la sofferenza sia per la paura che ti attanaglia, anche se per tutto il periodo del ricovero il mio pensiero era sicuramente rivolto alla salute di mia madre, contagiata come me e vi assicuro che i minuti, le giornate, i pensieri trascorrevano fra terrore, preoccupazione e tanta paura. Io ce l’ho fatta e oggi sono qui, mamma Felicita invece se n’è volata via, la notte che sono guarito. E’ stato tremendo, non riesco neanche a descrivere il dolore: si pezzava un filo che credevo indissolubile e io rimanevo qua, da solo. Mi sono rifugiato nel silenzio per due mesi, poi ho cominciato a reagire e a riprendere ciò che mi rimaneva della vita».

Come sta, ora, signor Chiambretti?
«Sto. Sicuramente devo andare avanti, e a parer mio non c’è nulla come il lavoro che ti possa aiutare a non pensare, a impegnarti e stringere i denti per ridare un sorriso ai tuoi telespettatori, a chi ti ama davvero. E’ un obbligo che sento di dover affrontare, non voglio deludere nessuno, anche se il mio approccio nei confronti della vita e del lavoro sicuramente è più maturo, meno effimero, do valore solo alle cose importanti, al diavolo tutto il resto».

E allora in bocca al lupo per la sua nuova trasmissione, questo Tiki Taka che segna una svolta dopo la stagione di Pierluigi Pardo
«Una scelta coraggiosa, impegnativa, per me nuova: è la prima volta che conduco una trasmissione sportiva, che parlo di calcio davanti alle telecamere. Non sarà facile, lunedì, quando si accenderanno le luci di Tiki Taka non farmi sorprendere da ansia e preoccupazione. Anche perché ho la grande responsabilità di essere all’altezza di chi egregiamente mi ha preceduto per sette anni. Spero di non far rimpiangere la presenza di Pardo, ma di costruire un contenitore che parla di sport, soprattutto di calcio, senza cadere nello scontato, perché sul pallone non puoi costruire come in un talk show, cui sono stato abituato. Con me c’è una squadra davvero professionale: giornalisti, opinionisti, ospiti che conoscono il pallone meglio di me».

Lei, da sempre, oltre che un grande tifoso del Torino è comunque un grande conoscitore di calcio
«Diciamo che qualcosa ne capisco. Intanto ho voluto assolutamente dichiarare come il conduttore sia di fede granata, per non creare equivoci. Poi, certo che parlerò di tutte le squadre, sarò imparziale di sicuro e andando in onda il lunedì anticiperemo anche la partita di coppa del giorno seguente e questa è una novità al confronto di chi ci ha preceduto. Poi, strada facendo, vedrò quanto del mio essere granata ci possa stare, perché voglio che la trasmissione si distingua per leggerezza, divertimento e sicuramente conoscenza della materia. Staremo a vedere come andrà la prima puntata».

Quando si dice il caso: il suo Torino inaugura il nuovo campionato con l’anticipo di stasera, al Franchi contro la Fiorentina
«Una partita molto impegnativa. Intanto c’è da dire che la Fiorentina è una squadra molto ben attrezzata, si è rafforzata con acquisti importanti e gioca un buon calcio. Il Toro, invece, non credo sia ancora pronto: ha bisogno di amalgama e non è detto che i nuovi acquisti giochino tutti. Poi, l’assenza di Rodriguez ci lascia sicuramente un po’ spiazzati. Comunque non è detto, anche se i granata, purtroppo, da circa vent’anni, non vincono contro i viola».

E poi c’è stato il cambio di allenatore con Giampaolo, il problema di assenze in difesa, e i nuovi acquisti sono arrivati solo in questi giorni
«Perciò dico che il Torino non è ancora pronto. Bene l’arrivo di Vojvoda, Murru e Rodriguez stesso per rafforzare la retroguardia; il riscatto formalizzato a giugno di Verdi e importante l’innesto di Linetty a centrocampo, ma il problema dell’organico non finisce qui: la squadra ha bisogno di rafforzarsi anche a centrocampo con un regista e un trequartista. Non credo che Cairo e il suo direttore sportivo Vagnati abbiano scelto male, ma confermo che mancano ancora pedine importanti, per completare la rosa».

A proposito: nella divertente presentazione del la trasmissione, si domanda: «Chi vuole comprare il Torino?». Cairo non le piace?
«Diciamo che alle spalle ha molti anni ormai di presidenza, però non ha fatto male. Gli riconosco l’abilità e la professionalità di non aver ceduto a richieste allettanti per Belotti e Sirigu, due giocatori per noi fondamentali che il presidente ha voluto tenere a tutti i costi. Di questo gli va dato atto. Poi, si sa, il calcio è molto cambiato in questi anni, ha perso la freschezza di un tempo, è un grande business commerciale e anche gli stessi interpreti non hanno sicuramente la mentalità di calciatori del passato. Ricordo Agroppi, quando arrivava al Filadelfia al volante di una macchina modesta e di piccola cilindrata, con alcuni compagni a bordo. Oggi, invece, vedi questi fenomeni arrivare su transatlantici, tutti tirati e tatuati. Beh, io preferivo il calcio di una volta».

Nostalgie?
«Certamente sì. Sono anni che ci arrovelliamo, combattiamo e non vinciamo mai niente: poche soddisfazioni, per non parlare dell’ultimo campionato, quando abbiamo rischiato anche di finire di nuovo in serie B. Allora, mi scusi, è inevitabile che abbia nostalgia per lo scudetto del ’75-76: una gioia indescrivibile. Ero allo stadio, ho pianto come un bimbo cui si regala il dono che ha sempre sognato».

E oggi il suo Toro non la fa più sognare?
«Certo che sì, altrimenti tutto perde di significato. Anche noi quest’anno potremo correre per una qualificazione europea e magari disputare un ottimo campionato. Giampaolo sa il fatto suo. Gli credo, e lo seguo».

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