Il muro Figc, l'invettiva Gasp

Il muro Figc, l'invettiva Gasp© ANSA

E adesso Inter, Juve e Milan sono con le spalle al muro. Mentre Florentino Perez continua a ripetere che la Superlega non è morta, ma lotta assieme a lui e soltanto Laporta gli dà retta, Gabriele Gravina lo infila in contropiede. Il presidente della Figc ha eretto il muro contro il quale gli alleati italiani del presidente del Real andrebbero a sbattere facendosi molto male, qualora si mettessero in testa di riesumare il fallimentare progetto spazzato via dalla rivolta dei tifosi e dalla durissima reazione della Uefa. E si capisce perché la settimana scorsa Gravina sia stato trionfalmente eletto nell’Esecutivo Uefa, risultando il più votato fra i nuovi membri. Il capo del calcio italiano ha adottato la tattica del pugno di ferro in un guanto di velluto. Per calmare Ceferin, fuori dalla grazia di Dio con i dodici apostati, al punto da voler escludere subito quelli in semifinale di Champions ed Europa League, Gravina aveva detto: "Non si punisce un’idea che non si è concretizzata". Parole apparentemente concilianti e tali da illudere Inter, Juve e Milan di sfangarla, nonostante fossero già nel mirino degli undici firmatari della lettera con la quale chiedevano una punizione esemplare a Dal Pino. Ma il presidente della Figc ha bruciato i tempi e la modifica della norma federale non ammette né bizantinismi né vie di fuga. Gravina dixit: "Chi ritiene di dover partecipare a una competizione non autorizzata da Figc, Uefa e Fifa perde l’affiliazione. Al momento non abbiamo notizie di chi è rimasto e chi è uscito dalla Superlega, questa norma si riferisce alle licenze nazionali. È evidente che se, al 21 giugno, data di scadenza delle domande di iscrizione, qualcuno dovesse voler partecipare a competizioni di natura privatistica, non prenderà parte al nostro campionato". Vivaddio, questo vuol dire parlare chiaro, chiamare le cose con il loro nome, inchiodare ognuno alle proprie responsabilità, assumendosi le conseguenze delle proprie azioni. L’aggettivo “privatistica”, poi, è meravigliosamente il più efficace per affondare un’iniziativa che non stava né in cielo né in terra; che voleva calpestare il merito sportivo, lo spirito stesso dello sport e della competizione, il premio ai migliori in campo, non i migliori nella capacità di accumulare debiti e perdite. Ognuno è libero di fare ciò che gli pare, ma se vuole organizzare un torneo privato dove gli stessi giocano sempre contro gli stessi, si colloca al di fuori delle organizzazioni calcistiche nazionali e internazionali. Il fatto che anche Marotta abbia votato a favore in consiglio federale la dice lunga sull’unità d’intenti della Super(s)lega. L’amministratore delegato dell’Inter, uno dei migliori dirigenti del nostro calcio, peraltro ha subito l’iniziativa di Suning, come sappiamo alla forsennata ricerca di nuovi introiti. Tutto si tiene, lo conferma l’icastica invettiva pronunciata da Gian Piero Gasperini in calce al 5-0 dell’Atalanta al Bologna, al secondo posto in campionato, alla corsa verso la terza qualificazione consecutiva dei bergamaschi in Champions, al quinto consecutivo bilancio in utile del club dei Percassi, con il corollario del record di fatturato che lo colloca al quarto posto nella speciale classifica della Serie A. L’intervento dell’allenatore della Dea a Sky Sport ha dato la misura della grande rabbia e della profonda indignazione provate da chi ama veramente il calcio. Come Gasperini, come De Zerbi, come Maldini, come i ragazzi e le ragazze di Stamford Bridge o di Anfield o dell’Emirates, altro che parlare di Generazione Z inchiodata davanti al pc per giocare a Fortnite. "Avevamo pensato che fosse tutto finito; che d’ora in avanti sarebbe stato inutile andare in campo. E se il Paris Saint Germain o il Liverpool ci avessero invitato nella Superlega, noi avremmo risposto: no, grazie". Parole forti, parole giuste, parole vere.

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