Gravina, l'intervista esclusiva a Tuttosport: "Prendo Chiellini e cambio il sistema"

Due ore con il presidente della Figc per affrontare i grandi temi del rilancio, con l’aiuto di un nuovo acquisto: "Giorgio è destinato a diventare uno dei dirigenti più illuminati del calcio italiano"
Gravina, l'intervista esclusiva a Tuttosport: "Prendo Chiellini e cambio il sistema"© LAPRESSE

Gabriele Gravina è a tratti perfino accorato quando descrive la situazione difficile in cui versa il calcio italiano, ma questa legittima preoccupazione non ingenera sfiducia nè tantomeno frustrazione. Anzi, il presidente della Figc è determinato ad accelerare i tempi per attuare la riforma del sistema che comprende anche la riduzione del numero di club professionistici. Il 2022 dovrà essere l’anno della svolta e così non è sbagliato azzardare una previsione: a novembre, quando purtroppo gli altri Paesi parteciperanno al Mondiale in Qatar, l’Italia vivrà un’assemblea federale straordinaria nella quale, come vedremo, si porranno le basi per la svolta epocale. Gabriele Gravina, a Torino per assistente alla Finale di Champions femminile tra Barcellona e Lione allo Stadium, è venuto ospite a Tuttosport del direttore Guido Vaciago con cui ha discusso per due ore dello “stato dell’arte” e del progetto con cui avviare un rilancio per riagganciare il treno della crescita europea.

Il resto d’Europa scappa, presidente, e la distanza della Serie A dalla Premier è ormai siderale in termini di crescita e di appeal: perché?
«Perché manca la visione di sistema che hanno in Premier e, anche, in Bundesliga. Per limitarci al campionato inglese, per esempio, basti ricordare che la Premier elargisce molti soldi di mutualità alle Leghe minori, ma lo fa affinché “lavorino per lei” attraverso la formazione dei giovani. Senza dimenticare che i club di Premier sono soggetti a molti vincoli e controlli sul rispetto delle norme e dei tetti di spesa: non è un luogo selvaggio dove si guarda solo al profitto, soprattutto a quello immediato legato al risultato sportivo. Da noi, invece, mancano drammaticamente gli investimenti sugli unici due asset fondamentali che rappresentano i veri patrimoni delle società di calcio: giovani e infrastrutture».

Lei pone l’accento sulla sostenibilità che deve essere affiancata alla crescita. Anzi, che la deve precedere: qual è la situazione?
«A me piace parlare di sviluppo sostenibile perché è un concetto più ampio e più organico. Per un calcio più competitivo dobbiamo avere un calcio professionistico con i conti maggiormente in equilibrio e oggi non lo sono. Il profilo economico-finanziario del calcio professionistico ha subito un significativo peggioramento: la perdita aggregata è passata dagli 878 milioni del 2019-2020, fino agli oltre 1,3 miliardi di “rosso” prodotto nel 2020- 2021. Ciò nonostante è stato registrato un continuo incremento del costo del lavoro e degli ammortamenti/svalutazioni. L’incidenza del costo del lavoro sul valore della produzione nella sola Serie A (al netto delle plusvalenze) è salita dal 67,2% del 2018-2019 al 75,1% del 20-21, mentre gli ammortamenti/svalutazioni sono saliti del 25,1%. E non si fanno ammortamenti per costruire stadi, ma su bei immateriali...».  
 
I numeri impietosi si rincorrono da tempo, ma nonostante questo la Serie A continua a combattere contro l’introduzione dell’indice di liquidità allo 0,5. Addirittura sostenendo che sia una indebita ingerenza della Figc...
«Intanto non c’è stata alcun accelerazione da parte nostra: ne parliamo da tempo. E poi, siamo seri: nelle aziende medie si è a uno stato pre-fallimentare con un indice di 1,4 e mi risulta che il calcio sia una azienda... Le affermazioni sull’ingerenza, invece, sono insostenibili giuridicamente prima ancora che politicamente: una legge dello Stato delega al Coni, che a sua volta demanda alle Federazioni la vigilanza sulla sostenibilità dei club e la funzione regolatrice del sistema. Del resto è la Figc a controllare che vengano rispettati i parametri per le iscrizioni ai campionati, non qualcun altro».

Difficile, anche in conseguenza di questo clima, avviare un dialogo con la Serie A sul tema della riduzione dagli organici, non crede?
«Il dialogo con la Serie A esiste, ci mancherebbe, ma non è ammissibile che una sola Lega, la A o un’altra, possa bloccare l’avvio di un processo vitale di rinnovamento. E’ da trent’anni che siamo fermi a queste discussioni, che ci siamo chiusi in un mondo autoreferenziale con un uno sviluppo molecolare e non armonico nel quale prevalgono i piccoli interessi di corta visione. Se vogliono rimanere in questa situazione, sappiano che presto ci sarà da soffrire parecchio, perché il sistema non è più sostenibile».

Come se ne esce?
«Con le riforme. Vede: se a certi presidenti questa situazione sta bene e fa pure gioco, il mio ruolo mi impone di agire. Io non pensavo che il calcio italiano fosse guarito con la vittoria all’Europeo, che pure mi ha reso enormemente felice; così come penso che sia finito con il fallimento alle qualificazioni mondiali, che certo mi addolora, e per questo ho sottoscritto con Mancini un contratto di sei anni: per impostare un progetto. Ciò che invece mi preoccupa molto, nel mio ruolo, è la sostenibilità del sistema di cui devo essere garante. E per portare a termine la riforma più importante c’è solo un modo».

Quale?
«Abolire il diritto di veto. Non è ammissibile che una sola Lega possa bloccare tutto: se non ci sarà un accordo, convocherò un’assemblea straordinaria per togliere il diritto di veto».  
 
I numeri li ha...
«Sì, ma non vorrei che si limitasse un passaggio così epocale a una questione di numeri o, anche, “solo” politica. E’ una questione più ampia: culturale, di prospettiva. Serve una visione e non bisogna avere paura del cambiamento, bisogna governarlo!».

E i tempi?
«Rapidi, rapidissimi. Dobbiamo fare in fretta: entro il 2022 il processo dovrà essere avviato».

Dunque non è azzardato immaginare che a novembre, mentre gli altri si giocheranno il Mondiale, l’Italia si giocherà il futuro...
«Non è azzardato: la tempistica è quella».

Non segna la fine del calcio, ma è innegabile che anche la sconfitta con la Macedonia abbia impresso una accelerazione: il “tavolo di riforma permanente” sta funzionando?
«Qualche idea c’è, non lo nego, ma dalle componenti arrivano proposte di settore. Utili, per carità, ma la visione deve essere globale».

E che magari riguardi anche gli impianti: il ritardo con gli altri campionati è drammatico.
«Assolutamente sì, e anche questo è un problema che si lega alla mancanza di visione di molti dirigenti. Per carità, non nego che il problema della burocrazia in Italia esista, ma il capitolo infrastrutture e stadi non viene letto da molti come una. D’altra parte sono convinto che non si debbano chiedere risorse allo Stato e neppure che si debba aspettare un grande evento, sebbene noi ci candideremo a ospitare Euro2032, per costruirli».

Allora come si possono reperire i fondi?
«Dallo storno dell’1% dagli incassi per le scommesse. Mi accusavano di essere fissato, ma ora lo stanno facendo anche gli altri paesi a cominciare dalla Francia. C’è un enorme tema di tutela del diritto di immagine visto che il calcio genera, dalle scommesse, ben 16 miliardi l’anno. Ogni anno verrebbero stornati 150/160 milioni l’anno da destinare a un fondo equity, la garanzia a cui legare i finanziamenti che, attraverso Cdp e Credito Sportivo, generano un miliardo di disponibilità. Senza quella garanzia nessun istituto, privato o istituzionale che sia, erogherebbe un finanziamento, tenuto conto dei bilanci dei club. Che a loro volta, gravati come sono dai debiti, non possono permettersi di inserire in ammortamento gli investimenti per nuovi stadi».

Ecco, ma i club sono d’accordo oppure, come pare, preferirebbero che quei soldi fossero utilizzati per i ristori?
«Basta con queste visioni di corto respiro. Molti presidenti accusano la Figc di non parlare di calcio, ma non mi pare che neppure in Lega se ne parli molto: sono concentrati sulla Var, sul decreto crescita. Nessuno, o molto pochi, che discuta di stadi e di crescita strutturale».

Le proprietà straniere, soprattutto statunitense, hanno un altro approccio?
«Effettivamente sì: il loro approccio è diverso, più concreto. Ecco, l’arrivo degli investitori stranieri conferma il valore intrinseco del nostro calcio. Si tratta di valorizzarlo e di farlo uscire dalla bolla autoreferenziale che fa ragionare qualcuno come se ci fossero ancora gli antichi fasti. Invece siamo al quarto posto nei Big5, i primi 5 campionati d’Europa, e solo 10 anni fa eravamo secondi».

E ora c’è il rischio che la Premier sia talmente potente da diventare la vera Superlega.
«Il rischio di un predominio esiste, ma il paragone è fuorviante. Intanto il nuovo fair play Uefa dovrebbe riuscire a riequilibrare un poco il sistema. La Superlega, invece, lo avrebbe affossato perché avrebbe distrutto i campionati nazionali: impossibile che i club Superlega giocassero con i migliori in campionato e, dunque, non avrebbe avuto senso impegnare una Lega per una Primavera, con l’inevitabile sottrazione di risorse».

Con Andrea Agnelli ha più parlato?
«Ma certo! I rapporti con lui sono molto buoni. Di sicuro - sorride - non parliamo della Superlega, almeno non seriamente: non c’è margine. Ma io parlo con tutti i dirigenti anche perché la Federazione è casa loro. Se poi alcuni di loro coltivano rancori personali per questioni politiche, me ne farò una ragione. Se, per esempio, un presidente ritiene una questione personale la vicenda delle multiproprietà, non posso che penderne atto ma non derogo dal ruolo istituzionale. E lo stesso vale per chi è convinto che ogni decisione sia presa contro di lui: non posso mettere in mezzo le questioni personali».

Il primo giugno ci sarà l’addio di Giorgio Chiellini alla Nazionale...
«E appena sarà finita la partita contro l’Argentina - interrompe di getto - gli chiederò di venire a lavorare con me. Perché Giorgio è destinato a diventare uno dei dirigenti più illuminati del calcio italiano: è serio, preparato, conosce nei dettagli dinamiche umane ed economiche. Chi lo prende a lavorare con sè, realizza un grande affare e infatti lo prenderei subito».

La sua omologa al femminile può essere Sara Gama, capitano di Juventus e Nazionale come lui?
«Mi pare che lei abbia un percorso di crescita da completare: si sente giustamente ancora calciatrice. Deve ancora farci sognare con la maglia azzurra».

A proposito di calcio femminile, l’introduzione del professionismo richiederà un aumento degli introiti per sostenerlo.
«Intanto nel Decreto Crescita sarà istituita la figura del “Lavoratore Sportivo” che consentirà di calmierare i costi sugli ingaggi. Poi, certo, ci sarà molto lavoro da fare. Un esempio? L’emendamento Nannicini ha messo a disposizione del calcio femminile 12 milioni. La Spagna ne ha stanziati 32: 16 per i club e 16 per le infrastrutture. Ma noi ce la faremo: non è solo per uno sfizio che abbiamo voluto essere la prima Federazione che ha avviato questo percorso. Anche la Divisione Calcio Paralimpico è un’unicità che ci rende orgogliosi».

Intanto, però, molti giovani stanno abbandonando il calcio sia nella pratica sia nel tifo. La pandemia ha determinato un abbandono consistente e la cosiddetta “Generazione Z” non è più interessata a questo tipo di spettacolo. C’è modo di recuperarli?
«Sì, e lo faremo on un progetto dedicato alle scuole medie, ovviamente quelle che riusciremo a coinvolgere in Italia. Ogni scuola dovrà simulare la costruzione di un club di calcio con tutte le sue figure professionali, dal presidente al direttore sportivo. Forniremo il materiale tecnico, i palloni, le divise e tutto ciò che serve per disputare un campionato che dalla dimensiona locale arriverà alla finale Nazionale. Ma attenzione: non vincerà chi segna più gol, ma la scuola che a parità di performance sportiva dimostrerà di conoscere meglio il regolamento, l’educazione civica, il fair play e tutte le altre discipline che affiancheremo all’aspetto sportivo. Un punto di vantaggio è garantito alle scuole che arrivano dalle zone più disagiate dal paese. Il premio per la vittoria sarà un campo costruito a cura della Federazione. Perché le strutture non devono riguardare solo i grandi club: il calcio funziona e ha un futuro se parte dalla base».

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