Abbattere San Siro. Triste, ma giusto

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Abbattere San Siro. Triste, ma giusto© Marco Canoniero

Piacerebbe che queste poche righe arrivassero ad Andrea Pillon, coordinatore nominato dal Comune di Milano per i dieci dibattiti pubblici fissati da qui a novembre sul futuro di San Siro. Prima dell’abbattimento dello stadio più iconico di Italia, al suo posto dal 1926 quando Piero Pirelli lo ideò per il solo Milan, certamente si può discutere della scelta finale, ma dopo bisognerà agire, il passaggio più ostico per noi italiani. Sono favorevole, caro Pillon, alla strada che sta prendendo il suo Comune, cioè tirare giù il vecchio impianto - stanco, stremato, obsoleto - e dare vita a una nuova struttura, lasciando lo spazio di oggi a un’area verde di oltre 50mila metri quadri. La forza di Milano, unica rispetto ad altre città italiane, è quella di essere in continuativo sviluppo, di sapersi riscrivere e ridisegnare. Negli Anni 90, la zona Garibaldi era un luogo triste, desolato, l’Expo 2012 l’ha reso lo spazio più europeo che abbiamo nel Paese. Con le Olimpiadi accadrà lo stesso a Rogoredo, mentre con il nuovo San Siro, pardon con la Cattedrale, come si chiama il bellissimo progetto firmato dagli americani di Populous, bisognerà rilanciare l’intera zona nord, elegante nei palazzi abitati da molti calciatori di Milan e Inter, terribile dall’altra parte della strada. Ma non divaghiamo. Comprendo il dolore e l’affetto incommensurabile per San Siro. Per migliaia di persone è stato un rito. Genitori e figli, sorrisi e pianti. Lo è ancora oggi, visto che alle 20.45 c’è Milan-Napoli, partita più importante del campionato. Capisco meno chi sguazza nella demagogia: giù le mani dal Meazza, non si tocca la creatura, applausi. Okay, ma chi paga la conservazione di un impianto vuoto e con pochi eventi annui? Il sindaco Beppe Sala, che da buon politico teme la perdita di consenso, prova a dirlo con molta cautela. La storia, maestra di vita e pezzo di vita stessa per molti di noi, non è una cosa ferma, statica. Diceva Mahler che la tradizione è custodia del fuoco, non venerazione delle ceneri. Il ricordo non si ferma ai mattoni, altrimenti la leggenda del Filadelfia non esisterebbe da decenni. Wembley è stato il salotto degli inglesi, sulla cui erba (e pista di cani) hanno vinto l’unico Mondiale sotto gli occhi della Regina. Ma con il Duemila ci si è resi conto che aveva fatto il suo tempo ed è nato il New Wembley, bello e moderno, fruibile e redditizio. La stessa cosa si è fatta con Highbury: laddove c’era la North Bank narrata da Nick Hornby, troverete delle villette con giardino. Nessuno si è stracciato le vesti nemmeno al Tottenham o al Bayern Monaco. Non parliamo poi degli Stati Uniti, maestri di sviluppo sportivo. Se non hai uno stadio funzionale, perdi la franchigia. Al contrario la ottieni, vedi i Raiders a Las Vegas. Precedo l’obiezione del dibattito: Real e Manchester, Chelsea e Barca hanno ristrutturato il loro. Purtroppo il primo anello del 1926, devastato dal terzo del 1990, non consente di sistemare niente. L’hardware di San Siro non gira, questo hanno spiegato ingegneri e tecnici. Tenerlo aperto significa decine di milioni di euro all’anno di manutenzione e 40 milioni di ricavi che Inter e Milan puntano a ottenere dalla Cattedrale. La Juventus dimostra che per le milanesi non è più un tema rimandabile. Non è meglio se i due club si finanziano il nuovo stadio (1,2 miliardi di euro) e i soldi spesi oggi per San Siro vengono indirizzati a scuole e strade? È la domanda da girare ad Andrea Pillon.

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