© © TVRG Roberto Garavaglia/ag. Aldo LiveraniLa vita sportiva di Francesco ‘Ciccio’ Graziani è stata come una lunga e adrenalinica corsa sull’ottovolante, un’emozionante cavalcata divenuta trionfale l’11 luglio del 1982, quando al ‘Santiago Bernabeu’ di Madrid si è laureato campione del mondo con la Nazionale: “Ero un bambino che sognava di fare qualcosa di importante nella vita - racconta nell’intervista pubblicata su Vivo Azzurro TV nel giorno del suo 73° compleanno - sono partito con l’idea di fare il pilota di aerei, ma il sogno vero era quello di fare il calciatore”. Il volo caratterizzerà comunque la sua carriera, anche senza aver mai tenuto una cloche tra le mani: “Quando c’erano i cross di Bruno Conti, Claudio Sala e Causio dovevo alzarmi il più in alto possibile per fare gol. Quando fai quel gesto tecnico è un po’ come volare”. Francesco nasce a Subiaco, un paese di poco più di 8mila abitanti in provincia di Roma. “Mamma faceva le pulizie in uno studio medico, papà invece era muratore. Usciva di casa alle sei di mattina per poi rientrare la sera alle otto. Essendo molto ansioso, papà non mi ha mai visto giocare a calcio, aveva paura che mi infortunassi. Una volta stava giocando a carte al bar con gli amici e gli hanno detto che avevo fatto gol, lui allora ha offerto a tutti un giro da bere. Poi una volta arrivato a casa ha scoperto che non era vero…”.
"Il Torino è stato il club ideale"
‘Ciccio’ cresce con un pallone tra i piedi, dimostrando sin da piccolo di avere una marcia in più rispetto ai suoi compagni di squadra: “All’età di sedici anni sono andato a Roma, nel quartiere di Cinecittà, a giocare con il Bettini Quadraro. Mi sono quindi trasferito all’Arezzo e da lì ha preso il via la mia carriera, fino a portarmi dove sono poi arrivato”. Esordisce in Serie A nel novembre del ’73, un mese dopo segna il suo primo gol: “Il Torino è stato il club ideale, ho trovato un gruppo di compagni meravigliosi”. Su tutti Aldo Agroppi: “È stato un fratello maggiore per me. Ad Arezzo guadagnavo 250 mila lire al mese, al Torino mi davano un milione. Erano un sacco di soldi. Un giorno passai davanti ad una concessionaria di macchine e vidi una Porsche, costava cinque milioni. La comprai. Quando la vide, Agroppi mi disse che non avevo ancora esordito in Serie A e non potevo andare in giro con una macchina del genere. Mi accompagnò a riconsegnarla al concessionario e mi fece dare una Cinquecento". In maglia granata vince lo Scudetto nella stagione 1975/76, l’anno dopo si laurea capocannoniere. Lui e Paolo Pulici diventano per tutti i ‘Gemelli del Gol’: “In otto campionati abbiamo segnato 200 gol. Ci bastava uno sguardo, non parlavamo mai in campo. Credo non ci sia mai stata una coppia così prolifica nel calcio italiano”.
La Coppa Campioni sfiorata
Dal Toro passa alla Fiorentina, dove sfiora un altro Scudetto (“Firenze è stata un’esperienza breve ma molto bella, mi hanno accolto bene e ho avuto un allenatore straordinario come Giancarlo De Sisti”), poi alla Roma, dove arriva ad un passo dall’alzare al cielo la Coppa dei Campioni. Sono due eroi del Mundial spagnolo, lui e Bruno Conti, a sbagliare i rigori che il 30 maggio 1984 consegnano al Liverpool il trofeo: “Il rammarico che ho è che con quella squadra avremmo dovuto vincere molto di più. Abbiamo vinto solo due Coppe Italia, siamo arrivati secondi due volte in Serie A e abbiamo perso una finale di Coppa dei Campioni ai calci di rigore proprio a Roma, dove io e Conti siamo stati testimoni in negativo di quella partita”. Sessantaquattro presenze e 23 reti. È una media gol di tutto rispetto quella di Graziani in Nazionale, che fa il suo esordio in maglia azzurra il 19 aprile del 1975 a Roma con la Polonia: “Giocavamo io con il numero 7, Giorgio Chinaglia con il 9 e Pulici con l’11. Quando ero ancora in Serie B mi avevano soprannominato il nuovo Chinaglia, in un’intervista raccontai che mi sarebbe piaciuto molto arrivare ad essere come lui. Vedendomi Chinaglia mi disse ‘Ehi ragazzo, so che hai parlato molto bene di me. Non solo mi assomigli, sei arrivato in Nazionale e ora sei dei nostri. Ti voglio come compagno di stanza’. Gli risposi che per me era un grande onore”.