© LAPRESSETORINO - E poi c’è Carlos Cuesta. Che con la purezza dei suoi trent’anni e una storia ancora breve, ma tutta da raccontare, va davanti alle telecamere e dice: «Sì, dal campo avevo il dubbio che fosse rigore. Ma poi ho parlato con il nostro addetto agli arbitri e mi ha detto che non era rigore a termini di regolamento, quindi non c’è niente da dire». Viviamo in un brutto mondo se la normalità, quasi banale, di questa affermazione deve essere enfatizzata con gioia e additata a esempio. Ma, tant’è, siamo qui a fare i complimenti a Cuesta e al fatto che ha detto la verità, indicando il suo gesto perché possa ispirare altri protagonisti del calcio.
Schiavi dell'omertà
Cuesta è giovane. A essere ottimisti lo si può considerare l’avanguardia di una generazione di allenatori con il senso dello sport e delle dignità. A essere pessimisti si può aspettare che l’ambiente lo rovini. Intanto ci godiamo il suo atto rivoluzionario: dire la verità. Anzi dinamitardo. Perché pensate che conferenze stampa scoppiettanti e che interviste finalmente interessanti, se tutti dicessero quello che pensano. Il calcio è schiavo dell’omertà, dalle bugie convenienti e di noiosissime recite. Altro che guardiolismo, il vero modo per essere offensivi oggi è dire la verità.
