Tutto cambia perché nulla cambi. Antico ideale del gattopardismo del quale si è impadronito il calcio italiano. Non da oggi. Basta andare a rileggere gli articoli scritti settant’anni fa, anno di gloria pedatoria 1956, e anni seguenti, per ritrovarvi i problemi moderni. ”Il Campione”, settimanale di sport e varietà, chiuso il campionato vinto dalla Fiorentina di Fulvio Bernardini, se ne uscì con questo titolone da prima pagina: ”Il calcio sommerso da un maremoto di cambiali”. Lo citiamo perché il suo direttore era Felice Borel, che tanti ricorderanno con il soprannome di “Farfallino” per quel muoversi a volo radente, grande centravanti della Juventus anni Trenta, che poi divenne allenatore, dirigente, infine giornalista. Come sul campo, Borel con la macchina da scrivere non faceva sconti ad alcuno. Leggete come iniziò il suo atto d’accusa: «Il campionato di calcio si è risolto, purtroppo, in un fallimento sia tecnico sia economico». Potrebbe iniziare così anche oggi. Negli anni “Cinquanta” si vide di tutto e di più. Come oggi. Accuse e scandalo per alcuni risultati del Genoa nel campionato ’53-’54, alla fine del quale retrocessero Catania e Udinese.
Non mancarono difficoltà per la Nazionale
Umberto Agnelli, allora il più giovane presidente della serie A, proprio nel marzo 1956, a proposito degli arbitri, disse: «Non rimprovero errori o sviste purtroppo inevitabili. Ma ho notato che alcuni di essi si permettono di dare un’interpretazione troppo personale del regolamento di gioco travisando, credo, le lezioni, le circolari, e i convegni delle autorità arbitrali». Non mancarono difficoltà per la Nazionale, con giocatori imbalsamati dai diktat delle società che chiedevano loro di risparmiarsi. C’era insoddisfazione per la resa delle punte azzurre e il solito dilemma: giusto giocarsela con una squadra sulla difensiva? I tornei estivi facevano arrossire con squadre che perdevano la faccia. «In gita sociale»,veniva scritto. «E ci costringono a vergognarci». Da qui processi e attese. Ma i problemi di allora sono rimasti quelli di oggi. Sotto accusa pure la Federcalcio, gestita nella prima parte degli anni Cinquanta da Ottorino Barassi, poi da Bruno Zauli, commissario straordinario, infine da Umberto Agnelli. Negli anni Sessanta Artemio Franchi, con il suo “immobilismo attivo”, confermò l’immutabile e gattopardesca regola del nostro pallone.
