Juve, ti presento il Dibu: Martinez si racconta, dal Covid alla carriera nella parata su Kolo Muani

Le umili origini, gli esordi, il soprannome iconico, fino alla parata che è valsa il Mondiale. Emiliano Martinez, il documentario
Juve, ti presento il Dibu: Martinez si racconta, dal Covid alla carriera nella parata su Kolo Muani

Emiliano Martinez è uno dei portieri al centro del calciomercato, attirando anche le attenzioni della Juventus, alla ricerca di un portiere di caratura internazionale rispetto a Di Gregorio e Perin. L'argentino ha appena vinto l'Europa League con la maglia dell'Aston Villa da protagonista e ora si sente pronto per compiere il passo decisivo della sua carriera: giocare titolare in un grande club, occasione che non ha mai avuto prima. La storia del portiere diventato famoso per quella parata decisiva su Kolo Muani, è stata raccontata nel documentario "Dibu Martinez: il ragazzino che ferma il tempo", disponibile su Netflix. All'interno di esso, è raccontata tutta la fatica fatta dalla sua famiglia per potergli permettere di giocare a calcio, i primi provini, le difficoltà una volta giunto in Europa e il rapporto con la moglie, fino ad arrivare al centoventitreesimo minuto di quell'Argentina-Francia in Qatar, che lo ha consacrato nella storia del calcio. 

I sacrifici della famiglia Martinez

L'inizio della storia di Emiliano Martinez comincia a Mar del Plata. È lo stesso Dibu a raccontare, durante la premiazione che apre il documentario in cui viene premiato come miglior protiere del 2022, la situazione economica in cui è cresciuto. "Mi chiedono spesso chi siano i miei idoli o quale portiere ammirassi da bambino, e io rispondo sempre: 'Vedevo mia madre...fare le pulizie 8, 9 ore al giorno, mio padre che lavorava. Sono loro i miei idoli". E ancora: "Mio padre passava molto tempo fuori casa. Lavorava tutto il giorno: era un trasportatore di pesce. Doveva andare da un mercato all'altro per riempire il camion. Vedevamo mia madre alle 6, le 7 di sera, quando tornavamo da scuola". Persona importantissima che viene presentata è Alejandro, il fratello di Emiliano, con cui Dibu ha anche convissuto in Inghilterra ai tempi dell'Arsenal. I due erano inseparabili, come raccontato dallo stesso fratello del portiere: "I nostri genitori ci hanno instillato il senso della famiglia e della fratellanza. Eravamo inseparabili".

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I mostri

Oltre al fratello, Dibu si circonda dei suoi amici del quartiere, con cui forma una vera e propria banda: "I mostri". "I mostri sono dell 89, del 90. È difficile spiegare 'I mostri'. In Argentina, a Mar del Plata, da bambini, volevamo un nome che ci identificasse. E, alla fine, 'I mostri' era quello che rimaneva più impresso. E così sono nati 'I mostri'". Anche Lucas, membro della banda e amici d'infanzia di Dibu, racconta la nascita del gruppo: "'I mostri' è il nome della banda. Emi, Toto, Diego, Ale e io. 'Ehi mostri', ci dicevano. Hanno iniziato a chiamarci così e noi ce lo siamo tenuto. Ci siamo anche tatuati il nome 'Mostri' in arabo. Ci siamo fidati del truduttore, confidando che significasse questo (ride ndr)". Molti anni dopo, il mistero viene finalmente risolto: "Poi, qualche tempo dopo, in Inghilterra, ero in palestra con mio fratello, e un ragazzo arabo ci ha detto 'Mostri'. E ne abbiamo avuto la certezza". Ma perchè in arabo? Nemmeno Martinez è in grado di darci la risposta: "Non chiedermi perche in arabo. Eravamo giovani. Forse ora lo faremmo tatuare in spagnolo. Non so perché l'abbiamo fatto in arabo. Ma siamo in cinque e ci chiamiamo ancora in questo modo".

Innamorato del pallone

Il calcio ha sempre fatto parte della vita di Emiliano, come raccontato dai genitori: "Facevamo sempre dei tornei coi bambini. Passavamo tutto il giorno con il pallone. Mattina, pomeriggio. La sera giocavamo con la pioggia. Il calcio gli è sempre piaciuto. Fin da piccolissimo giocava a pallone". E Martinez per il pallone ha percorso chilometri: "Camminavo verso la fermata dell'autobus alle 7 del mattino per andare a scuola. Nel pomeriggio andavo dalla spiaggia di Punta Mogotes al barrio Jardìn, per 30 o 40 minuti. Andavo in bicicletta al campo da calcio con i pali di legno e senza reti. La mia priorità è sempre stata il calcio. La domenica rifiutavo di andare a a prendere il gelato o a pescare, e andavo a giocare con la mia squadra. Era una cosa che aspettavo per tutta la settimana. Ho sempre saputo che ce l'avrei fatta. Non ho mai pensato: 'Se non ce la faccio, vado a lavorare al porto'". Il calcio, poi, era anche dentro casa, come raccontato dal fratello: "Avevamo una recinzione davanti a casa. Credo che fosse lunga 15 metri. E la palla andava avanti e indietro tutto il giorno. Tornei, rigori, tiri di petto, colpi di testa, rabone: di tutto. Nei giochi c'era sempre di mezzo un pallone".

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I primi passi

La storia calcistica di Dibu Martinez inizia per caso. È la madre del portiere a raccontarlo: "Emi ha iniziato a giocare nell'Urquiza per una coincidenza, servivano loro dei ragazzi". Tuttavia Dibu vuole giocare unicamente in un ruolo, dice il fratello: "Una volta nell'Urquiza, aveva 6 o 7 anni, a noi mancava un giocatorte e lui ha detto: 'No, io sono un portiere'. E abbiamo giocato in inferiorità numerica. Poi, una domenica il portirere era malato ed è subentrato Emi ed è rimasto". Una cosa che ha dimostrato di avere fin da subito, ancor prima del talento, è la personalità, di cui il suo allenatore Jorge Peta si accorge immediatamente: "Emiliano era molto robusto fisicamente. E aveva una voce autorevole, insolita per la sua età. Dicevano sempre che era come avere un altro allenatore in campo. A volte, l'arbitro veniva da noi e ci diceva: 'L'allenatore dell'altra squadra vuole vedere la sua carta d'identità, perché non crede alla sua età'. Aveva una forza nelle gambe impressionante. A volte si giocava una bibita coi compagni di squadra. Volava da un palo all'altro e la vinceva sempre".

La grande occasione

La prima svolta della vita di Emiliano Martinez arriva quando veste la maglia della San Isidro. Le ottime prestazioni lo fanno risultare tra i piccoli calciatori più chiaccherati dei campionati giovanili, tanto è che viene chiamato: "Maravilla Martinez". La famiglia è convinta che con il calcio Dibu possa tirargli fuori dalla difficile situazione economica in cui si trovano, e così decidono di portarlo a sostenere dei provini con le squadre più importanti del paese: "Andammo prima al River, ma non lo presero, e poi al Boca e non andò bene neanche lì. Poi Cacho Gonzalo - l'allenatore del San Isidro - ci disse che aveva un provino alla Independiente". È direttamente Cacho Gonzalo a proporlo a Pepé Santoro: storico portiere dei Diavoli Rossi. "'Pepé, vorrei che valutassi un ragazzino. Siamo di Mar del Plata e stiamo arrivando. Mi spiegò che venivano a tentare la fortuna, avevano già provato al River e al Boca e, prima di andarsene, volevano che lo vedessi. Va bene, mandatelo a cambiarsi e poi fatelo venire da me", racconta Santoro. Il provino va bene ed Emiliano entra a far parte del settore giovanile dell'Indipendiente.

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La nascita di Dibu

All'Indipendiente Martinez stringe amicizia con Alejandro Munoz, che poi diventerà il suo migliore amico. È proprio Munoz che conia il soprannome Dibu, che altro non è che il protagonista del cartone preferito di Emiliano: "Mi familia es un dibujo". È lo stesso portiere a raccontarlo: "Dibu Martinez lo ha inventato Ale, il mio migliore amico. Si parlava di quanto somigliassi a Dibu e hanno iniziato a chiamarmi come il personaggio del cartone animato. Il personaggio era forte. Era un portiere, mi piaceva. Dissi: 'Sì, chiamami Dibu. Sa fare tutto'". "Aveva i capelli un po' rossi e le lentiggini e gli dissi: 'Emi, sei identico a Dibu'. E il soprannome è rimasto: Dibu. Ed è così che tutti lo conoscono oggi", dice Alejandro.

La chiamata dell'Arsenal

Martinez con la maglia dell'Indipendiente stupisce tutti. A 14 anni viene convocato nella Nazionale under-15, e a 16 nell'under-17, con cui scende in campo nel campionato sudamericano della stessa categoria in Cile. "Giocò benissimo in Cile e si fecero vivi quelli dell'Arsenal. Mandarono un osservatore. Così partimmo con i nostri bagagli e le nostre speranze", dice Santoro. I provini vanno bene e Dibu rimane in Inghilterra: "C'era l'osservatore dell'Arsenal e il presidente dell Indipendiente mi disse: 'Dobbiamo venderti per finire lo stadio'. E a casa la situazione economica era difficile. Sono quei momenti in cui dici: 'E vai ci siamo'. E l'offerta dell'Arsenal è stata come una manna dal cielo. Credo mi abbiano dato 20, 25mila sterline. Dissi: 'Se firmo, mi daretei soldi subito?' Era per coprire tutte le spese. Per non dover vendere il furgone o la casa. Non era nei miei piani, ma era una buona cosa".

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Le difficoltà e l'amore

In Inghilterra però Dibu non si trova a suo agio. All'Arsenal è chiuso dai vari CechSzczęsny e Ospina e Martinez inizia la sua girandola di prestiti: Oxford, Sheffield, Rotherham, Wolverhampton, Getafe e Reading. "Sei nell'Arsenal e ti mandano in prestito. È dura. Con il tempo ha iniziato a sognare la Nazionale, e non ne aveva occasione, perché non lo facevano giocare. La sentiva come un ingiustizia. Ma si stava fortificando, in attesa del suo momento. Lo vedevo allenarsi ed era forte. Non capivo percé non gli dessero una possibilità", racconta il fratello. "Ero sempre in panchina o mi mandavano in presitito e pensavo. 'Perché non mi danno una possibilità se mi alleno bene? Competere, allenarmi, stare da solo, viaggiare. Ho sempre sopportato tutto, ma non accettavo di giocare. Mi ha aiutato molto uno psicologo. Per me è stata la scelta giusta". A cambiare tutto è l'incontro con Mandinha, la figlia del proprietario del ristorante in cui Martinez era solito mangiare: "Mi ha insegnato a parlare un inglese perfetto. È stata un grande sostegno per me: una compagna, un'amica. Non credo che avrei resistito o sarei arrivato dove sono qui in Inghilterra, se non fosse stato per lei. Quando sei lontano da casa, solo con i tuoi problemi, questo influisce sulle tue prestazioni".

Finalmente Dibu

"La porta non perdona e bisogna sapere aspettare le occasioni. È diverso dal fare l'attacacnte, che può entrare in campo per tre minuti e segnare di rimbalzo e tutti dicono: 'Wow che attaccante'. Per emergere come portiere, bisogna essere bravi o aspettare un infortunio. Io mi alleannavo. Potevo fare solo quello", dice Dibu. E alla fine, quell'infortunio arriva. Durante una partita Bernd Leno si fa male e tocca finalmente a Martinez. "Gli è scattato qualcosa, e non si è più fermato", dice un suo amico. "La competitività ha contato più del talento. Il talento l'ho sempre avuto". Da quel momento in poi, il Dibu non si ferma più, fino a conquistare la Fa Cup a Wembley da titolare, suo sogno di una vita guadagnandosi anche le attenzioni della Nazionale maggiore. "L'allenatore dei portieri Tocalli lo conosceva. Ha sempre avuto considerazione delle sue capacità. Aveva solo bisogno di giocare con regolarità e di credere in se stesso", dice il Ct dell'Albiceleste. 

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La Copa America

E così Martinez viene convocato per la Copa America del 2021, anche grazie alla positività al Covid degli altri due portieri. Alla notizia della convocazione del figlio, il padre di Martinez si lascia andare: "Quando Scaloni ha convocato Emi, ha detto che sarebbe stato il portiere della Nazionale Argentina, ero da solo...e sono andato al parco con una fiaschetta...e mi sono ricordato di tutto quello che ha fatto da ragazzino (piange ndr)". In quella competizione, l'Albiceleste arriva a giocarsi tutto ai rigori contro la Colombia in semifinale. "Ai rigori, con la mia statura e la piotenza delle mie gabe, mi dico: 'Se scelgo io il lato, all'80% lo paro'. Non è un 50-50. Lo paro", dice Martinez, che in quell'edizione inizia anche a sperimentare modi per infastidire i tiratori avversari. Con le sue parate, Dibu porta i suoi in finale contro i padroni di casa del Brasile, che vengono sconfitti e la Coppa torna così in Argentina a ventotto anni dall'ultima volta. Per Martinez, il successo è agrodolce, dato che si è perso la nascita di sua figlia: "Ancora oggi dico: 'È lei che ci ha regalato la Copa America'".

Il Mondiale in Qatar

"Una volta diventato il numero uno dell'Argentina e con la prospettiva di giocare ai Mondiali, mi sono concentrato su cosa fare per vincerli. Ma non è che ho detto: 'Vincerò i prossimi mondiali in Qatar'. Non sono presuntuoso". L'Argentina però perde la gara d'esordio contro l'Arabia Saudita: "Nello spogliatoio regnava il silenzio, dopo la partita. Il magazziniere raccoglieva gli scarpini, sentivamo il rumore dei tacchetti. Me lo ricordo come se lo vedessi al rallentatore", racconta Dibu. Da quel momento in poi, il Mondiale di Martinez e dell'Argentina è in crescendo. La formazione allenata da Scaloni passa il girone battendo Messico e Polonia, elimina l'Australia agli ottavi e l'Olanda ai rigori ai quarti, in semifinale batte la Croazia, arrivando quindi alla storica finale con la Francia. La finale del Mondiale 2022 sembra mettersi fin da subito sui binari giusti per l'Argentina. L'Albiceleste si porta avanti 2-0 e la gara sembra essere in controllo, poi, viene rimontata 2-2.

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L'episodio della consacrazione

Minuto 123, dagli sviluppi di un rinvio, Otamendi non impatta il pallone e Kolo Muani si trova lanciato a rete. Sul suo percorso però, c'è Emiliano Martinez. "Dall'errore di Otamendi saranno passati 2 secondi. Non sono andato avanti perché non facesse passare la palla sopra di me e non mi sono tirato indietro, perché poteva passarla a Mbappé. Sono rimasto al centro, dovevo fargli pressione e farlo sbagliare. La palla mi ha colpito qui, sul parastinchi. Un po' più in alto, e avrebbe deviato e sarebbe entrata. E sarei stato l'idiota per 4 anni", racconta il protagonista. Anche Scaloni ha commentato l'episodio: "È la migliore parata della storia. Perché era una Coppa del Mondo, perché era una finale, perché era al centoventitreesimo minuto dei supplemtnari, per come l'ha gestita Emiliano. Sono convinto che sia così". Il resto è storia: ai rigori Dibu Martinez si rende di nuovo protagonista e regala la Coppa del Mondo all'Argentina a distanza di 36 anni dall'ultimo trionfo. Il prossimo obiettivo, come detto da Dibu stesso, è ora quello di diventare il portiere con più presenze della storia della Nazionale Argentina.

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Emiliano Martinez è uno dei portieri al centro del calciomercato, attirando anche le attenzioni della Juventus, alla ricerca di un portiere di caratura internazionale rispetto a Di Gregorio e Perin. L'argentino ha appena vinto l'Europa League con la maglia dell'Aston Villa da protagonista e ora si sente pronto per compiere il passo decisivo della sua carriera: giocare titolare in un grande club, occasione che non ha mai avuto prima. La storia del portiere diventato famoso per quella parata decisiva su Kolo Muani, è stata raccontata nel documentario "Dibu Martinez: il ragazzino che ferma il tempo", disponibile su Netflix. All'interno di esso, è raccontata tutta la fatica fatta dalla sua famiglia per potergli permettere di giocare a calcio, i primi provini, le difficoltà una volta giunto in Europa e il rapporto con la moglie, fino ad arrivare al centoventitreesimo minuto di quell'Argentina-Francia in Qatar, che lo ha consacrato nella storia del calcio. 

I sacrifici della famiglia Martinez

L'inizio della storia di Emiliano Martinez comincia a Mar del Plata. È lo stesso Dibu a raccontare, durante la premiazione che apre il documentario in cui viene premiato come miglior protiere del 2022, la situazione economica in cui è cresciuto. "Mi chiedono spesso chi siano i miei idoli o quale portiere ammirassi da bambino, e io rispondo sempre: 'Vedevo mia madre...fare le pulizie 8, 9 ore al giorno, mio padre che lavorava. Sono loro i miei idoli". E ancora: "Mio padre passava molto tempo fuori casa. Lavorava tutto il giorno: era un trasportatore di pesce. Doveva andare da un mercato all'altro per riempire il camion. Vedevamo mia madre alle 6, le 7 di sera, quando tornavamo da scuola". Persona importantissima che viene presentata è Alejandro, il fratello di Emiliano, con cui Dibu ha anche convissuto in Inghilterra ai tempi dell'Arsenal. I due erano inseparabili, come raccontato dallo stesso fratello del portiere: "I nostri genitori ci hanno instillato il senso della famiglia e della fratellanza. Eravamo inseparabili".

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