La guerra, i mitra, gli spari. Quel derby dell’aprile ‘45

Torino, a meno di un mese dalla Liberazione si organizza una sfida tra Juve e Torino. Sembra una buona idea, finché sibila una pallottola sugli spalti
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Guido VaciagoGuido Vaciago

Pubblicato il 19.06.2026, 09:49

11 min

Il derby tra le bombe

Il primo aprile del 1945, quindi, è cosa normale presentarsi allo stadio per assistere a una sfida che, tutto sommato, non è male, perché ci sono pezzi del Grande Torino (all’epoca il Real o se preferite il Psg del calcio di oggi) e una Juve meno formidabile di quella del quinquennio scudettato, ma con ancora vestigia di quello squadrone, come per esempio il bomber Borel. Spalti quasi pieni e Toro che parte forte. È un derby e si gioca da derby, anche se in mezzo alle macerie dei bombardamenti e con il rischio che un volo radente di un caccia Focke-Wulfe interrompa il gioco. Al 23’ Valentino Mazzola segna il gol dell’1-0. Si gioca duro, gli spalti si scaldano, ma tutto resta relativamente calmo. E al 43’ pareggia con un bel diagonale Sentimenti III, ovvero Vittorio, centrocampista e fratello di Lucidio, il più famoso dei quattro fratelli calciatori, di ruolo portiere. La ripresa inizia con la prima revisione della storia del derby, anche se il Var era di là da venire. Il granata Ferrini (attenzione Osvaldo, non il mitico Giorgio) colpisce il bianconero Raccis in area di rigore. L’arbitro, il signor Canavesio di Torino, prima assegna il rigore, poi “consigliato” dalle vivaci proteste granata, ci ripensa. Non risulta che abbia espresso la frase “a seguito di revisione” e anche se l’avesse fatto, nessuno lo avrebbe sentito, perché nel frattempo il clima si sta arroventando e il volume si è alzato parecchio.

l fischio d’inizio del caos

In tribuna si inizia a litigare e l’elettricità passa in campo, dove le entrate diventano più feroci del dovuto, anche considerato il contesto derbistico. Sì, insomma, la partita è praticamente diventata una rissa con il pallone. È una progressione di spinte, manate, calcetti e calcioni: caviglie e stinchi sono oggetto di attenzione maggiore che il cuoio del pallone e all’apice di tutto arriva una pedata di Mazzola nel sedere di Felice Borel, detto Farfallino e non perché la propulsione inferta dal destro di capitan Valentino lo proietta per un istante a qualche centimetro da terra. D’altra parte, un secondo prima, Borel aveva superato Mazzola con un irriverente sombrero. Farfallino esilino, non si difende. Ma arriva il terzino Rava, uno che - per dire - era reduce della campagna di Russia, quindi non proprio spaventato dal contesto. Rava agguanta Mazzola per la maglia, portando i due nasi a contatto. È il fischio d’inizio del caos totale. In campo è un tutto contro tutti budspenceriano, sugli spalti idem, ma poi la battaglia si incrocia e proprio i tifosi iniziano a tirare sassi verso i giocatori (una tribuna era stata colpita di striscio da una bomba e c’era un’ampia scelta di calcinacci a disposizione). Qualcuno, approfittando, della confusione, colpisce anche un soldato tedesco. E i soldati tedeschi, in quel periodo poco inclini alla gestione pacifica dell’ordine pubblico, iniziano a sparare.