La guerra, i mitra, gli spari. Quel derby dell’aprile ‘45
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La pallottola del silenzio
Pessima idea. Perché, in quei giorni, a Torino, era più facile avere un’arma da fuoco in tasca che un pezzo di pane, per cui i colpi intimidatori dei tedeschi vengono presi per il via libera alla sparatoria. A quel punto in campo smettono di menarsi, sentono sibilare qualche pallottola anche sopra le loro teste, si guardano in faccia esterrefatti e si gettano a terra o cercano di guadagnare gli spogliatoi. Si spara per qualche minuto, poi i soldati riescono a riportare una parvenza di calma, gli spettatori finiscono le munizioni e tutto tace. Al punto che, come se fosse stato una specie di “cooling break”, i giocatori riprendono la partita (che forse è il momento più surreale di questa surreale storia). L’arbitro nel frattempo ha espulso Loik e Mazzola del Toro, Capaccioli della Juve e intanto Vittorio Sentimenti, detto il Bersagliere, segna il 2-1. I giornali dell’epoca (che trattano la partita e la sparatoria in trafiletti, a conferma che, in quei giorni, un paio di mitra che cantano non meritavano certo un titolo a nove colonne) segnalano poi il gol di Ugo Conti per il definitivo 3-1.
Have you ever seen the rain?
Definitivo non perché, nel frattempo sia giunto il novantesimo, ma perché sugli spalti hanno ricominciato a sparare. È arrivato un gruppo di gappisti, richiamati da alcuni spettatori, e hanno preso di mira i tedeschi. I giocatori in campo capiscono subito la situazione, accerchiano l’arbitro e lo implorano di fischiare la fine, raggiungendo gli spogliatoi, dove Borel e Mazzola si stringono virilmente la mano e viene sancita anche la pace con Rava. Il derby è derby, ma al triplice fischio o, in questo caso, alla triplice mitragliata, torna a regnare il rispetto. Viene anche consegnata la Coppa Pio Marchi, che finisce nella bacheca della Juventus insieme ai ricordi del più infuocato derby di tutti i tempi. Torino intanto aspetta la Liberazione, fremendo e bruciando: il 5 aprile, quattro giorni dopo il derby, dal cielo cadono le ultime bombe, che colpiscono anche edifici civili. Settanta morti vanno a raggiungere Aviatik Marchi, tra le vittime innocenti della città.
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