Il suo maestro era Giuseppe Meazza, mica uno qualsiasi. E Sandro Mazzola era una miniera di aneddoti meravigliosi sul mitologico Peppìn. «Una volta rimproverai un mio compagno. E Meazza mi disse, in dialetto, come sempre si esprimeva con noi: uè pastina, io ho vinto due Mondiali e non ho mai ripreso nessuno. Che sia l’ultima volta». E fu, effettivamente, l’ultima volta, perché Meazza era Meazza e Mazzola era Mazzola, cioè un ragazzo sveglio, poi diventato un uomo intelligente. È stato un fenomenale calciatore e anche un brillante dirigente, ma questo lo sapete già. Magari lo avete addirittura visto oppure ve l’hanno raccontato bene e tante volte. Quello che si sa un po’ di meno, invece, è che Sandro Mazzola era, prima di tutto, una persona sensibile, umile, naturalmente empatica e intelligente, quindi spiritosa. Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo ha messo via ore liete e molte risate in sua compagnia. Sandro amava scherzare su tutto, non c’erano argomenti sui quali non orientasse un punto di vista umoristico molto personale e non c’era una volta in cui mancasse di rispetto a qualcosa o qualcuno, con una battuta o un racconto. Figlio di un calcio più umano, era depositario di un’ampia letteratura sugli eff etti che le ragazze (magari intrufolate in ritiro) potevano avere sui giocatori della Primavera, «crogiolo di talento e ormoni», come defi niva lui la squadra dei diciottenni, passando dal boccaccesco allo scientifi co nel teorizzare sull’argomento.
Il ricordo di Allegri per Mazzola
Saldo nella sua arguzia educata e gentile
E, anche in questo caso, non scivolava mai nel volgare, saldo nella sua arguzia educata e gentile. Perfettamente consapevole di aver fatto parte di una squadra leggendaria sotto il profi lo tecnico e caratteriale, Sandro era sempre pronto a smitizzare la Grande Inter con episodi o curiosità, senza che ne venisse mai minimamente scalfi to ’orgoglio per le imprese compiute («Qualcosa che non stava né in cielo né in terra»). Non ti annoiavi mai con Mazzola: che fosse un pranzo o una telefonata di cinque minuti, per provare a carpirgli una mezza notizia di calciomercato, un sorriso te lo strappava sempre. Lo aiutava una mimica facciale degna di un discreto attore, il baffo che faceva simpatia dal primo secondo e il sigaro, che diventava un fondamentale accessorio di scena, se non proprio strumento di regia, specie quando sbuff ava una nuvola azzurrognola e profumata di toscano, scomparendovi misteriosamente dentro, per terminare una conversazione o per nascondere gli occhi lucidi, se il discorso si stava colorando di granata. Il granata intenso e vivido delle maglie di lana di suo papà e degli altri Invincibili. Lui, che il papà l’aveva conosciuto di striscio per poco, pochissimo tempo, aveva ricostruito la fi gura paterna attraverso le parole di amici e colleghi, mettendo insieme, con i ricordi degli altri, una sua mappa, stropicciata ma efficace, per uscire dal groviglio di sentimenti, emozioni e vuoti d’anima in cui si era spesso trovato nel ripercorrere le orme del padre, come uomo e come calciatore.
La foto con papà Valentino
Erano le foto, quelle tenerissime nelle quali Valentino gli allaccia gli scarpini, che lo commuovevano fino a inumidirgli lo sguardo. D’altronde, in quel gesto, noi leggiamo un emozionante valore simbolico, quasi un rito magico con il quale il papà, straordinario calciatore, sembrava volere infondere il suo talento nei piedi del figlio. Ma quello stesso gesto, per Sandro, era la naturale amorevolezza paterna, non c’erano un campione e un futuro campione in quella foto, ma un padre e un figlio, nella loro dolcissima intimità di gioco. Da ieri si sono riuniti e avranno un sacco di cose da dirsi e partite da raccontarsi. E Valentino si divertirà un mondo, quello è sicuro.
