Guido VaciagoLa guerra sta fermando lo sport. Un poco alla volta si insinua nella più spensierata delle abitudini del mondo, quasi volesse riportare alla tragica realtà anche chi vi ha sempre cercato distrazione. Tra gli eventi rinviati o sospesi con gli atleti bloccati nella Penisola araba, a causa del conflitto che sta incendiando il Medio Oriente, e le polemiche per l’ammissione alle Paralimpiadi di Russia e Bielorussia, il «reparto giocattoli della vita» (George Bernard Shaw) non è più una via di fuga per tornare bambini, ma costringe a confrontarsi con riflessioni adulte. E ci si scopre confusi, perché negli altri reparti del grande magazzino si gioca senza regole e senza arbitri. Lo sport, nel mezzo della guerra, si orienta male. Perché la tregua olimpica sarà anche un espediente retorico (e un mezzo falso storico, perché manco i Greci si fermavano realmente del tutto durante i giochi a Olimpia), ma è sempre servito a stare di lato, insomma a purificare lo sport, dalle Olimpiadi in giù. Oggi è più difficile, perché la guerra e i suoi giochi politici si insinuano ovunque e perché le tragedie che portano i conflitti entrano nelle nostre vite di appassionati anche solo con un casco. Quello dello skeletonista ucraino, che ci aveva dipinto sopra i volti di 21 (ventuno!) atleti olimpici ucraini uccisi nel conflitto provocato dall’invasione russa. Quel casco non è stato ammesso dal Cio e l’atleta ha affrontato la squalifica per non dovervi rinunciare. Ecco, quella vicenda è la rappresentazione in miniatura del grande problema di fronte al quale lo sport è stato, suo malgrado, posto in questi tempi difficili.
Iran e la partecipazione alle Olimpiadi di Milano-Cortina
Non c’è, infatti, niente di più politico che vietare la politica. E il Cio che proibisce il casco dell’atleta ucraino perché «è vietato ogni tipo di propaganda politica», è lo stesso Cio che decide chi partecipa e chi no alle Olimpiadi su una base sostanzialmente politica. Quello che, per esempio, fin dai tempi del Sudafrica, esclude i “cattivi” del mondo. Ma allora - ammettiamolo - era facile, o forse solo “più facile”, perché un Paese che aveva istituzionalizzato il razzismo non lasciava troppo margine al dibattito eticomorale. Già la questione russoucraina apre un confronto che può diventare feroce. Così come la questione israelopalestinese. O la stessa partecipazione alle ultime Olimpiadi di Milano-Cortina dell’Iran, i cui atleti hanno sfilato con la loro bandiera nella cerimonia inaugurale, mentre a Teheran il regime sparava ad altezza uomo sulle manifestazioni di piazza. Che poi è lo stesso Iran che, in questi giorni, viene bombardato in disprezzo del diritto internazionale. E adesso? Chi sono i buoni e chi i cattivi? Chi può partecipare e chi no alle feste dello sport?
Infantino ed il premio Fifa per la pace a Trump
Il presidente della Fifa, Gianni Infantino non si fa troppi problemi e, in modo giocosamente spensierato, consegna un premio Fifa per la pace a Donald Trump (!). E Trump poi lo invita (non si capisce bene a che titolo) al suo Board of Peace, dove il nostro è stato anche protagonista di un siparietto con il presidente argentino Javier Milei e quello ungherese Viktor Orbán. Qualcuno si è scandalizzato, ma i più sono rimasti perplessi: al di là di qualsiasi idea politica si possa liberamente coltivare, sfugge il perché una figura super partes come il presidente della Fifa, l’Onu dello sport, non scelga un profilo più defilato e una posizione più discreta nel sanguinoso scacchiere mondiale, sempre meno intellegibile e sempre più confuso sotto il profilo etico. Lo sport, o meglio le istituzioni sportive si sono sempre tirate fuori dalle questioni di geopolitica e non per timidezza, ma per aumentare la loro autorevolezza e preservare la neutralità dei campi di gara e di gioco. Certo, fino a dieci anni fa era tutto un po’ più facile, ma proprio perché ora la follia sta centrifugando il mondo e rischia di girare la testa anche a Malinin, quello del quadruplo axel (e del papà un po’ carogna), bisognerebbe stare più attenti. Quando tutto va a velocità così alte da impedire la comprensione della realtà, forse lo sport non dovrebbe tentare un disperato inseguimento dei fatti, ragionandoci con il fiatone.
Paralimpiadi, la riammissione di Russia e Bielorussia
La riammissione alla chetichella di Russia e Bielorussia alle Paralimpiadi, che stanno per iniziare non senza polemiche, riapre il problema di chi deve decidere chi partecipa e chi no, ma soprattutto sulla base di quale criterio. Il presidente del Compitato Paralimpico, Andrew Parsons, in un’intervista al Sole 24 Ore, ha dichiarato: «A livello generale, non è perché un Paese è in guerra che viene escluso, quello che è irricevibile è che i nostri simboli siano usati per promuovere conflitti». Una via di mezzo tra Pilato e Lapalisse, ma in quel disperato equilibrismo c’è tutto lo smarrimento di un mondo che guarda il Mondo bruciare, senza capire del tutto il perché, senza il minimo senso dell’orientamento, ma logorato dalla paura e dall’ansia che stanno sporcando anche quell’ultimo angolo di vita rimasto pulito. O tuttalpiù sporco d’erba.